Intervista a Emiliano Brancaccio: «Chi conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo»
Dalle proteste europee alla crisi del liberalismo, l’autore di Libercomunismo invita la sinistra a una «razionale e tempestiva radicalità»

ANSA
«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.
Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?
Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali. Nell’Unione europea, l’indice delle proteste e dei disordini è cresciuto enormemente, da un valore di appena 14 nel 1991 fino a un picco di 183 nel 2011, nel pieno della crisi finanziaria. Poi, dopo una pausa, l’indice è risalito vertiginosamente fino al record assoluto di 197 nel 2018.
A quel punto, però, è giunta la crisi pandemica, che ha fatto letteralmente precipitare le rivendicazioni di piazza. Ma solo per qualche anno. Negli ultimi tempi, infatti, l’indice delle proteste è tornato a salire. Per adesso a 113, ma siamo solo agli inizi della ripresa. Insomma, una tendenza generale è piuttosto evidente: con la raggelante eccezione dello shock pandemico, le contestazioni nelle strade tendono a montare nel tempo. Il movimento si verifica a livello globale, ma nel caso europeo sembra dirci qualcosa in più: direi un segno di fragilità dei vecchi equilibri sociali del continente.
Che ruolo hanno i giovani in questa tendenza?
Accentuano il conflitto. Rispetto alle grandi percentuali del secolo scorso, oggi le giovani generazioni rappresentano una quota relativamente piccola di popolazione. Eppure, se si innestano nei meccanismi della contestazione, alzano il livello dello scontro. Che si tratti di emergenza climatica, scuola, casa o carovita, quando i giovani partecipano alle proteste di piazza, magari con qualche azione appena più turbolenta del solito, il FMI tende quasi sempre a classificarle come “disordini sociali”.
Il governo Meloni insiste nel ridurre le proteste a questioni di ordine pubblico. E nell’affrontarle con nuove strette alle libertà civili e politiche. È un sintomo di quello che nel suo libro lei chiama “oltrefascismo”?
Sì, ma la definizione non riguarda solo i coltivatori dell’amarcord fascista che oggi albergano a Palazzo Chigi. Il concetto attiene anche a quegli esponenti del liberalismo che pochi anni fa dominavano la scena politica e che oggi invece appaiono morenti, direi in coma profondo. E che per tentare di sopravvivere stanno rinnegando i loro stessi principii, offrendosi come cavalier serventi dell’inedito “oltrefascismo” in ascesa. L’assetto guerresco delle forze di polizia, imposto da Macron in Francia, rappresenta solo uno dei molteplici esempi di questo tradimento liberale in atto. Direi che siamo “oltre” anche rispetto alla tetra apologia del “dittatore liberale” di Hayek. È una delle più sconcertanti ignominie politiche del nostro tempo, eppure se ne parla ancora poco. Bisognerebbe chieder conto a questi rinnegatori del liberalismo, prima che ai contestatori in piazza.
Però ammetterà che le vetrine spaccate e i saccheggi dei negozi rappresentano un problema, poiché offrono una tipica scusa alle strategie di repressione delle libertà…
Noto anche io che Meloni e Macron sono piuttosto uniti in questa durissima lotta contro i minacciosi ladruncoli di borsette griffate che infestano le vie dello shopping di Milano e Parigi. Se a colpi di nuove regole d’ingaggio delle forze dell’ordine alla fine ci scapperà anche il morto, potranno dire che almeno la proprietà delle borsette è stata tutelata. Se mi fosse concessa una parafrasi marxiana, direi che questi servitori della religione padronale perdonano l’attacco a trentotto dei loro trentanove articoli di fede liberale piuttosto che l’attacco a un trentanovesimo del capitale centralizzato che sono stati messi a piantonare. Ancora una volta, l’odierno liberalismo “oltrefascista” mostra le sue inquietanti ipocrisie.
Come si ferma questa deriva? Come si costruisce un’alternativa politica? I giovani tornano in piazza, magari respingono in massa i referendum governativi, ma poi restano allergici ai partiti. Sembra difficile coinvolgerli in una partecipazione politica più stabile e strutturata…
I giovani sono relativamente pochi rispetto alla popolazione ma sono tanti rispetto al totale degli astenuti e dei disillusi. Chi dunque conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo difficile. Vale per tutta l’Europa e per tutte le lotte che verranno. Certo, l’impresa è ostica: la partecipazione giovanile oggi avviene a onde, persino più instabili che in passato. Ma questo dipende da una contraddizione lampante tra le stravolte prospettive di vita dei giovani e la mite offerta politica dei partiti che pure vorrebbero rappresentare le loro istanze.
Il punto è che queste ragazze e questi ragazzi sono nati nel mezzo della grande crisi finanziaria, hanno vissuto l’annichilimento della crisi pandemica, sono in balia di una crisi bellica internazionale di cui non intravedono la fine, sono più consapevoli di tanti adulti sul rischio di una catastrofe ecologica e adesso devono pure fronteggiare la crisi occupazionale e la nuova concentrazione dei poteri che scaturiranno dall’intelligenza artificiale. Sanno meglio dei loro genitori che l’ascensore sociale è bloccato verso l’alto ma è in caduta libera verso il basso. E sanno benissimo che la dottrina del merito individuale, del farsi da soli, è un altro ferrovecchio retorico del liberalismo, smentito dall’evidenza empirica. Insomma, si sono formati nel mezzo di una vera e propria controrivoluzione tecno-sociale, che tra l’altro sta generando un’inedita comunione di destini tra molti giovani di famiglie piccoloborghesi e proletarie.
Quando dunque questo aggregato di disillusi va in piazza, è come se già fosse capace di individuare gli orrori insiti nella materia sociale del futuro. Mentre noi vecchi miopi, abituati alle residue bambagie del Novecento, ci ostiniamo a non vedere. Ora, io sommessamente domando: di quanta supponenza siamo pervasi per illuderci che questa generazione forgiata dalle dure tendenze del tempo possa sentimentalmente unirsi a forze politiche ancora sedotte dall’idea dell’ordinario amministrare, e che nella migliore delle ipotesi risultano timide persino su una patrimoniale o su un “no” secco alla guerra capitalista? Per riunificare le generazioni, io non credo che siano i giovani a doversi rassegnare alla nostra irresponsabile cecità sul futuro. Siamo noi vecchi che dovremmo allenarci a una razionale e tempestiva radicalità.
Professore, tutto documentato e innegabile. Ma non penserà che il Libercomunismo sia dietro l’angolo?
No di certo. Ma per dirla con Nietzsche, l’inattuale è urgente. Per chiarire: io penso che sarebbe un importante risultato se le forze democratiche sconfiggessero gli accrocchi tra nazionalisti reazionari e traditori del liberalismo che già imperversano nel continente. In Francia tra lepenisti e macroniani di risulta, in Spagna tra neo-franchisti e popolari, in Germania tra neonazisti e cristiano-democratici vogliosi di assecondarli. E in Italia, tra una maggioranza di governo che sempre più tenderà al vannaccismo e i transfughi del liberalismo pronti a servirla. Non c’è da indugiare, vanno sconfitti.
Al tempo stesso, però, io domando: ammesso che fermiamo questi orrendi agglomerati che per comodità chiamiamo “oltrefascisti”, il giorno dopo che facciamo? Come impediamo che l’onda nera rimonti subito, resa più potente dalla nostra inadeguatezza dinanzi alle catastrofi del tempo? Veda, io capisco l’odierna diffidenza verso ogni tentativo, raffinato o maldestro che sia, di rilanciare in forma inedita le colossali prospettive politiche del Novecento. Siamo così abituati a minimizzare lo spazio dell’azione politica che anche solo il riabituarci a pronunciare parole immani, come socialismo o comunismo, ci suscita un senso di filosofica vertigine.
Mi permetto però di notare che stiamo coltivando questo ostinato scetticismo senza accorgerci che siamo ormai naufraghi trascinati da un fiume di cadaveri in piena: coi socialdemocratici che hanno celebrato la morte dei comunisti d’oltrecortina, poi i liberali hanno festeggiato la sparizione dei socialdemocratici, e ora gli oltrefascisti banchettano sulla tomba dei liberali. Come in un classico shakespeariano, chi brinda alla morte del nemico poi muore a sua volta.
Lei rimarca questa tesi della morte del liberalismo. Ma il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pure dibattuto con lei in tema, non è d’accordo: lui scommette ancora su un rilancio della prospettiva liberale.
Il problema di Acemoglu, come di altri intellettuali in voga, è che sono “post-moderni” in senso lyotardiano: ossia, per non ricadere nelle vecchie fiabe sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, finiscono per negare anche lo studio delle “tendenze” oggettive del sistema, scientificamente comprovate. Per intenderci, la sequenza di funerali delle idee che ho menzionato non è stata un succedersi casuale di spiacevoli accidenti. Al contrario, quella catena di delitti politici è stata il frutto di una tendenza storica potente, radicata nel meccanismo della centralizzazione capitalistica e destinata a distruggere gli assetti democratici. È la drammatica attualità della lezione marxiana, opportunamente aggiornata.
Allora, al di là del “libercomunismo”, chiamiamo pure come vogliamo la nuova prospettiva politica, ma iniziamo a riconoscere che l’epoca del facile guazzabuglio populista è finita. E che l’elaborazione di nomi e contenuti politici all’altezza di questo tempo funesto è divenuta condizione necessaria per costruire un’idea alternativa di futuro, una “sliding door” capace di convincere, attirare, accumulare massa critica. Fino a far deragliare la tendenza antidemocratica in atto. Prima che sia tardi.
Anche coinvolgendo le piazze tumultuose riempite da tanti giovani?
Certo che sì. Proprio quelle giovani leve ribelli ci stanno offrendo intuizioni feconde. Come il fatto che tra le strade di Parigi non si accontentano più di cantare Bella ciao. Adesso intonano pure «sciopero generale», nientemeno che sulla melodia della «rossa primavera» di Katiuscia. Se ci pensiamo, anche questo non è un caso. È una tendenza, da intercettare.
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