Intervista a Emanuela Grimalda: «l'ironia mi ha salvato la vita»
L’attrice racconta l’ironia, l’incontro con Lino Banfi e le radici di confine. E rivendica il teatro come spazio di condivisione e la forza dell’empatia.

ANSA
Nata sulla frontiera di Trieste, cresciuta al DAMS di Bologna, esplosa in TV con Un medico in famiglia. Emanuela Grimalda è l’antidoto alle etichette: attrice, autrice, anima libera. Ha fatto dell’ironia un ordigno esistenziale contro il dolore e della bontà una virtù rivoluzionaria. Rifiuta la solitudine dello studio per abitare la relazione. Un'artista fiera di essere imprevedibile, convinta che l'arte non debba isolare, ma spalancare i confini dell'empatia.
Oramai lei è considerata l'emblema del concetto “non è mai troppo tardi”. Nel corso della sua carriera, quanto le è stata d'aiuto l'ironia?
Mi ha letteralmente salvato la vita. Ho scoperto questo ordigno meraviglioso in età adulta, provenendo da un'attitudine naturale più incline all'introspezione. Da giovane amavo molto il pessimismo cosmico leopardiano; scoprire che esiste uno strumento capace di disinnescare la pesantezza della vita, di farti prendere distanza dal dolore e dalle situazioni difficili, mi ha permesso di guardare le cose da una prospettiva completamente diversa. L’ironia è prima di tutto un escamotage esistenziale, poi creativo. Da attrice e autrice l'ho applicata alla scrittura, inventando molti dei personaggi che ho interpretato. Avendo fatto cose estremamente diverse nella mia vita, posso dire che sì: l'ironia mi ha aiutato e continua ad aiutarmi moltissimo.
Tra le tappe fondamentali del suo percorso c'è sicuramente Un medico in famiglia, una fiction che le ha permesso di entrare nelle case di quasi tutti gli italiani.
Un medico in famiglia è arrivato quando ero già grande, un'artista con molti anni di lavoro alle spalle. Rappresenta un momento di profonda soddisfazione professionale: mi ha regalato stabilità e la possibilità di essere conosciuta e amata dal grande pubblico, anche perché il mio personaggio è stato davvero amatissimo. Quella serie è stata come una grande nave che mi ha fatto fare una traversata oceanica in termini di popolarità. Lo devo a me stessa, ma anche al personaggio. Gli attori vivono di opportunità, di occasioni e di incontri fortunati, fermo restando che ognuno di noi contribuisce a costruire il terreno affinché queste cose accadano. Il mio personaggio doveva esaurirsi nell'arco di una sola stagione; invece, mi è letteralmente esploso tra le mani. Ha sorpreso me per prima, e mi sono divertita moltissimo a costruirlo insieme a registi e sceneggiatori.
A proposito di quel set, c'è un collega che ricorda con particolare affetto?
Colgo l’occasione per dire una cosa che non mi capita spesso di esternare, dato il tempo trascorso. Ho visto di recente Lino Banfi a Venezia, splendido, dotato di una vitalità e di una creatività invidiabili per la sua età. Lo considero uno dei miei migliori colleghi in assoluto. Sul set improvvisavamo, suonavamo insieme; c'era una sintonia rara che nasceva probabilmente da un background comune. Lui proviene dall'avanspettacolo, io dal cabaret: entrambi siamo abituati al contatto diretto con il pubblico, a sentire la battuta, a costruire l'azione sul momento. Lavorare con Lino è stato meraviglioso. Abbiamo creato gag memorabili unendo il suo bagaglio pugliese alla mia anima veneta, giocando con le parole. Dal punto di vista creativo è stato un percorso entusiasmante. Lino è un uomo di grandissima generosità e rispetto: dall'alto della sua straordinaria carriera avrebbe potuto dispensare consigli o imporre la sua saggezza, e invece ha sempre dimostrato un rispetto enorme per il lavoro altrui, lasciandomi grandissimo spazio. Ha una giovinezza artistica incredibile. Ci tenevo a dirlo, era un pensiero che avrei voluto esprimergli già all'epoca, ma che allora non ebbi modo di formulare a caldo. Il nostro è un lavoro di condivisione, non di solitudine; quando si crea questa connessione magica tra le persone, il risultato è straordinario.
Tra la fine degli anni '60 e gli anni '70 l'Italia era ricca di "cantine", spazi autogestiti dove prendeva vita il teatro sperimentale. Oggi si avverte l’assenza di questi luoghi di aggregazione?
Sì, c'è una forte carenza di spazi di condivisione per idee e progetti. Io non sono originaria di Roma, ci sono arrivata a trent'anni – un'età che, per il cinema, il mio primo agente non esitò a definire "tarda". Ma io sono testarda, e a 32 anni ho ricominciato praticamente da zero. Prima di allora avevo studiato al DAMS di Bologna, facevo teatro di prosa, cabaret e scrivevo i miei testi; avevo già un bel bagaglio. Arrivata a Roma, ho ricominciato daccapo con il cinema d'autore e le commedie degli anni '90, e in seguito con la televisione. Tuttavia, all'inizio ho sofferto molto la solitudine intellettuale. Mi mancava quello spazio civico di aggregazione che c'era a Bologna, una città più piccola, attiva e culturalmente fervida in quegli anni. Roma è una città complessa, almeno per me lo è stata. Col tempo ho trovato oasi importanti, come la cosiddetta "buca di Portuense" gestita dal coach americano Michael Margotta: un luogo di formazione ma anche di autogestione, dove per cinque o sei anni ho potuto incontrare e collaborare con moltissimi artisti. Un'altra stagione straordinaria è stata quella dell'occupazione del Teatro Valle, uno spazio aperto giorno e notte. Passavi il pomeriggio e trovavi corsi, laboratori, la possibilità di guardare il lavoro degli altri. Il teatro non dovrebbe aprire solo per lo spettacolo: dovrebbe essere come una chiesa, sempre aperto per accogliere una preghiera, un testo, un momento di condivisione.
Oggi invece la situazione sembra capovolta.
Oggi viviamo purtroppo la stagione dei teatri chiusi. Sembra che il Valle stia per riaprire, ma moltissimi altri spazi hanno cessato l'attività, lasciandoci in una grande crisi. Quando parlo di spazi di connessione, mi riferisco al teatro ma anche a contesti più marginali e meno istituzionali, come i centri sociali che frequentavo a Bologna, dove ho sempre potuto esprimere la mia creatività in modo meno ortodosso. Ho sempre convissuto con anime diverse in me, e questo a volte ha creato qualche conflitto. Non tanto per me stessa – io avverto una forte coerenza e naturalezza in ciò che faccio – quanto per il modo in cui vengo percepita dall'esterno. Avendo un percorso così sfaccettato, divento un personaggio difficilmente catalogabile.
Questa esigenza di condivisione è qualcosa che continua a ricercare anche oggi?
Assolutamente sì. Certamente oggi mi sento un'attrice stimata, ma il bisogno di spazi collettivi resta fondamentale. Di recente, ad esempio, ho frequentato la palestra di Attori 7607. Si tratta di un luogo prezioso: un'officina in cui mostrare il proprio lavoro, ma soprattutto uno spazio in cui sostare e scambiare idee. Lì l'artista si sente meno solo. Nel nostro ambiente siamo in molti, ma i flussi di lavoro sono altalenanti: c'è chi lavora moltissimo e chi affronta lunghi periodi di fermo, durante i quali il tempo rischia di dilatarsi. Il nostro è un mestiere che richiede studio costante, in cui è vitale sentirsi vivi e in contatto permanente con gli altri. Non siamo come i pittori, che possono esistere e creare nella solitudine del proprio studio, davanti a una tela. Noi attori viviamo esclusivamente nella relazione. Questo vale anche per la scrittura: io scrivo da sempre per me stessa, ma ultimamente è nata in me la voglia di sceneggiare per altri artisti. Questo dimostra, ancora una volta, quanto sia salvifica l'esistenza di simili spazi di aggregazione.
Spostandoci sulle sue radici, lei è nata a Trieste da madre friulana e padre esule istriano. Queste origini hanno rappresentato un punto di forza nel suo percorso?
Le radici costituiscono sempre una forza propulsiva. Chi possiede un’identità strutturata ed è in grado di riconoscerla ne trae un beneficio profondo. L'essere figlia di un profugo – di un esule, come preferiva definirsi mio padre – ha indubbiamente segnato la mia infanzia. Sono cresciuta in un villaggio alle porte di Trieste dove quasi tutti condividevano la medesima condizione: una sorta di comunità quacchera in cui ci si conosceva tutti. È stato un imprinting potente. Sono legatissima a quella terra. In me convivono due identità culturali e linguistiche molto forti e distinte. Se devo rintracciare il dono più grande che quella parte di mondo mi ha fatto, direi che è un’intrinseca inquietudine. Nascere su un confine significa confrontarsi immediatamente con l'istanza dell'"altro", che fosse uno Stato diverso, un differente regime politico o la complessità della lingua slava. Il confine si è manifestato presto nella mia vita come un limite fisico, ma anche come un'enorme opportunità di sviluppo. Mi ha costretto a scegliere rapidamente da che parte stare rispetto a quella linea di demarcazione così netta. E io ho deciso che il confine andava superato: le identità vanno preservate, ma le frontiere occorre aprirle, mai chiuderle.
Un'ultima domanda. Di fronte al clima di forte ostilità che spesso attraversa la società e i media, quanto sarebbe importante riscoprire un valore dimenticato come la fratellanza?
Credo che la chiave risieda nel riconoscere noi stessi nell'altro. Gli altri sono il nostro specchio; è un principio universale che unisce il marxismo, il cristianesimo e il buddismo. Esiste un filo invisibile che lega gli esseri umani in una profonda interconnessione. Purtroppo, oggi la lettura della realtà è talmente complessa, soprattutto per i giovani, che diventa facile individuare nell'altro un nemico, complici le frequenti manipolazioni mediatiche e politiche. Con l'età io ho lo scenario più chiaro, ma si corre il rischio opposto: quello di cadere nella disillusione. Quella che oggi chiamiamo comunemente "empatia" è una dinamica introdotta più di duemila anni fa, ma che esiste da sempre. Significa vedere te stesso nel prossimo. Se comprendi che l'altro soffre e gioisce esattamente come te, smetti di percepirlo come un problema o come una minaccia e inizi a vederlo come un essere umano. I problemi strutturali esistono, certo, e la politica dovrebbe risolverli anziché alimentare ulteriori conflitti; ma poiché governare la complessità è difficile, spesso si preferisce imboccare la via più facile della contrapposizione. La convivenza sul pianeta è complessa, così come lo è all'interno di un nucleo familiare. Richiede strategie, ascolto e dialogo, elementi che l'aggressività e la violenza verbale odierne finiscono per annichilire. Questa sensibilità va educata fin dall'infanzia. Ricordo che da bambina il monito costante era "cercare di essere buoni". Oggi la parola "bontà" sembra quasi bandita, quasi fosse un sinonimo di ingenuità o di debolezza. Ai bambini non si chiede più di essere buoni, ma di essere performanti: bravi a scuola, bravi nello sport, pronti a tutto. Io considero invece la bontà d'animo una virtù autenticamente rivoluzionaria. Al contrario, il modello attuale ci impone di essere sempre "vincenti" e d'impatto, ignorando una sofferenza generazionale diffusa che i dati ormai raccontano chiaramente e che non possiamo più permetterci di nascondere.
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