Intervista a Dario Acocella: «Umberto Bindi, un'artista dimenticato troppo presto»

Un documentario riporta alla luce il talento di Umberto Bindi, compositore geniale emarginato dall’Italia per la sua omosessualità.

Diego ProtaniIntervisteMUSICA
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ANSA

Dimenticato troppo presto e condannato all’emarginazione per la sua omosessualità, Umberto Bindi è stato uno dei più grandi compositori italiani. Un documentario del servizio pubblico ne riscopre il talento, la modernità e il ruolo centrale nella Scuola genovese. Ne parliamo con il regista Dario Acocella.

Dario, come nasce l'idea di realizzare un documentario su Umberto Bindi?

Questo progetto nasce da Quantica, la casa di produzione che ha creduto fin dall'inizio nell'assoluta necessità di riportare alla luce, soprattutto attraverso il servizio pubblico, un artista e compositore straordinario, ingiustamente dimenticato così presto. Bindi è stato penalizzato da un episodio ben preciso.

Ti riferisci alla sua partecipazione al Festival di Sanremo del 1961?

Esattamente. Durante la sua prima grande esibizione televisiva, un giornalista ebbe la malaugurata idea di descrivere con eccessiva e maliziosa minuzia il fatto che Bindi indossasse un anello di brillanti, mostrato senza alcun pudore. All'epoca, quasi settant'anni fa, questo veniva giudicato un atteggiamento poco mascolino. Si può facilmente immaginare quale fosse il trattamento riservato agli omosessuali in quegli anni. Umberto non si è mai nascosto; al contrario, è stato uno dei primi a prendere una posizione netta. Stando alle ricerche storiche, Umberto Bindi risulta essere autore del primo coming out nella storia della musica pop. Spesso si attribuisce questo primato a David Bowie, che però si dichiarò nel 1971. Bindi lo fece nel 1961. Ha pagato questo primato a carissimo prezzo.

Oggi il grande pubblico ricorda solo cinque o sei canzoni degli anni Sessanta, ma la sua discografia è ricca di tesori nascosti.

Assolutamente. Nel documentario mi ha colpito molto l'intervento di Morgan, il quale spiega come la musica di Bindi, fin dagli esordi, fosse assimilabile alla musica sinfonica per complessità armonica e compositiva. Bindi aveva studiato al Conservatorio: era un musicista coltissimo. Il suo istinto creativo era più vicino alla musica classica che alle canzonette o all'operetta.

In passato ci sono stati tentativi di riabilitarlo, ma a un certo punto ha rischiato di essere trattato come un "fenomeno da baraccone".

Purtroppo quella è stata l'ultima fase della sua vita, negli anni Novanta. Persone come Ernesto Bassignano, uno dei suoi ultimi storici autori, cercavano con ottime intenzioni di riportare la sua arte alla ribalta. Tuttavia, Bindi finì stritolato in un ingranaggio televisivo che non gli apparteneva, come quando si esibì a Sanremo in coppia con i New Trolls, una collaborazione distante dalle sue corde. È stato un periodo doloroso.

L'Italia sembra voltarsi sempre dall'altra parte quando si tratta di proteggere i suoi talenti più fragili.

Con questo documentario abbiamo voluto fare, in un certo senso, un piccolo mea culpa collettivo. L'Italia ha la grave responsabilità di aver privato se stessa e la propria cultura di un compositore immenso, solo perché le sue scelte personali non si allineavano al bigottismo dell'epoca. Si parla molto della "Scuola Genovese", ma Umberto ne era il fulcro. Artisti del calibro dei fratelli Reverberi, di Fabrizio De André, Bruno Lauzi e Gino Paoli lo consideravano il più bravo e preparato di tutti. Cantautori che pure hanno scritto la storia del nostro Paese proponevano soluzioni armoniche decisamente più semplici rispetto alle sue. Quelle di Bindi erano vere e proprie opere di alta composizione.

Nel documentario molti grandi nomi della musica italiana gli rendono omaggio. Gli artisti sono sempre stati dalla sua parte?

Gli artisti si schierano da sempre dalla parte giusta. Nel film, Iva Zanicchi racconta un aneddoto inquietante: alla fine degli anni Settanta – in un'Italia che avrebbe dovuto essere ormai superata grazie ai movimenti studenteschi – seguì Umberto in una data in Sicilia. Durante l'esibizione, il pubblico gli lanciò oggetti sul palco, insultandolo pesantemente per il suo orientamento sessuale. L'unico vero sostegno che Bindi ha avuto nella vita è arrivato dai colleghi, che non lo hanno mai tradito. Forse qualcuno avrebbe potuto fare di più per aiutarlo, ma questo lo lasceremo giudicare alla storia.

Il suo ultimo album, Di coraggio non si muore, vide la produzione di Renato Zero.

Sì, Renato Zero produsse quell'ultimo disco e insieme organizzarono anche una serie di concerti storici, ad esempio al Teatro Olimpico. Nonostante gli sforzi, però, l'oblio era durato troppo a lungo. Bindi fu escluso dal giro che conta nel 1961 e si tentò di riabilitarlo trent'anni dopo. In quel trentennio il mondo era cambiato radicalmente, non solo Umberto. Se non fosse stato emarginato, oggi la storia della musica italiana avrebbe una ricchezza inestimabile in più .

Qual è l'eredità che ci lascia oggi Umberto Bindi?

Bindi si è posto a cavallo tra due epoche. Tra gli anni Trenta e Cinquanta la musica italiana era dominata dalle canzonette e da interpreti tradizionali come Achille Togliani. Umberto, pur scrivendo canzoni, manteneva un approccio compositivo di inizio secolo: una scrittura sofisticata, profonda e ramificata, che appariva semplice all'ascolto ma nascondeva una struttura complessa. La sua musica superò anche i confini nazionali: il suo capolavoro, Il mio mondo, divenne un successo internazionale (My World), fu reinterpretato dai Beatles e pare fosse persino nei jukebox di Elvis Presley. Eravamo in un'epoca d'oro, e quel poco che a Umberto è stato concesso di esprimere è stato potentissimo. Pensiamo a cosa avrebbe potuto fare se lo avessero lasciato libero di creare.

Possiamo sperare in un futuro recupero dei suoi lavori?

Oggi possiamo sperare in ristampe e nel ritrovamento di nastri inediti negli archivi delle case discografiche. Credo però che il fatto stesso che il servizio pubblico abbia ospitato questo documentario sia un ottimo punto di partenza. Permetterà alle nuove generazioni e agli artisti emergenti di conoscere Umberto Bindi, portando avanti la sua identità e la sua straordinaria musica.

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