Intervista a Danilo Sacco: «Non sono un jukebox»
Dai Nomadi alla carriera solista, Danilo Sacco racconta la musica come libertà, incontro e pace: «Ho bisogno di sentirmi vivo e utile».

ANSA
Danilo Sacco oggi è un cantautore affermato. Per venti lunghi anni è stato il cantante dei Nomadi. Ha avuto l’onore e il compito difficile di sostituire Augusto Daolio. Ed è stato all’altezza. Dal 1993 al 2011 è stato il vocalist della band, in seguito ha iniziato una meravigliosa carriera solistica. Ma non ha mai interrotto il forte rapporto con i fans e con la band. Si divide tra i palchi di tutta Italia e lo studio di registrazione. Ci ha annunciato già qualche novità. Ma con Danilo non si parla solo di musica, si parla di vita di passioni e della società attuale.
Danilo, parte il tour oppure continua il tour?
Continua, non si è mai fermato dal 1983. Prima ancora dei Nomadi avevo un gruppo che si chiamava Comitiva Brambilla e facevamo 50-60 serate lungo la penisola. Poi ho avuto la fortuna di essere chiamato dai Nomadi, quindi non è mai finito, non si è mai interrotto e di questo ringrazio veramente non so chi: un po' me stesso, un po' la fortuna che mi ha permesso di essere, io credo, nel posto giusto, al momento giusto, tutto lì. Continua e continuerà sempre, faccio la fine di Molière, muoio sul palco fra 100 anni.
Dopo Colpevole faremo il prossimo disco, stiamo preparando delle tracce, secondo me molto interessanti. Ma non sono io a dirlo, dovrà dirlo chi ascolterà queste tracce. Io conto nel 2027 di finire tutto, non prima, fino al 2026 di finire tutto e nel 2027 di presentare un buon lavoro, 10 tracce, tutte totalmente inedite. Il titolo ce l'ho già, la copertina pure, però non ti dico nulla perché rifaremo un'altra volta l'intervista e ti dirò tutto.
Quindi sarà il tuo sesto album da solista?
Eh sì, eh sì, purtroppo non sono molto prolifico in questo perché non mi va di fare un disco all'anno. Lo faccio quando c'è qualcosa da dire, per cui sono un po' lento. Però preferisco aspettare di avere delle buone tematiche, dei buoni suoni eccetera eccetera, sono un po' lento ma preferisco che sia così: meglio fare poche cose ma possibilmente buone che non saturare il tuo repertorio con cose senza senso.
Spesso nei live vai ancora a ripescare nel repertorio dei Nomadi. Che rapporto hai con loro fans?
Buonissimo! Il popolo dei Nomadi sarà sempre nel mio cuore, vent'anni non si cancellano e non ho nessuna intenzione di cancellarli, ci mancherebbe. Spero di essere nel cuore anche io di molti di loro, ma anche solo di qualcuno sarebbe già sufficiente.
C’è stata anche la collaborazione con Beppe e gli altri?
Ma assolutamente, cioè con Beppe ci sentiamo regolarmente, si parla di musica, si parla di esperienze, come stai, come non stai, è normale, è normale, siamo legati da ciò che è stata e ciò che è la musica. Cosa di cui oggi noi abbiamo estremamente bisogno di musica, di letteratura, di poesia, di virtù, a tuo piacimento, perché viviamo in un'epoca di barbarie, imperante, la musica è una delle poche cose che ti può fare elevare.
Tu sei un cantante di pace?
Tutti dovrebbero esserlo. Siamo tutti nati discriminando, sappiamo bene quale è il confine fra il bene e il male, lo sappiamo tutti, già dalla nascita, poi qualcuno ci porta in direzioni diverse, ma chi fa questo tipo di mestiere? Deve essere un medico, un taumaturgo, se vuoi, la musica è taumaturgica e quindi la musica è pace, è cultura, questo serve.
Oggi, quando accendiamo la tv e vediamo le scene di Gaza, per dirne una. Al momento ci sono più di 50 conflitti attivi in tutto il mondo. L'essere umano non ha imparato assolutamente nulla, siamo fatti per sterminarci come le formiche, siamo una delle poche specie sul pianeta a concepire lo sterminio come arma di guerra, una cosa allucinante. Però la cosa allucinante che non mi fa dormire è proprio quello, l'essere umano è in grado di creare capolavori come la Gioconda, come faceva la pietà di Michelangelo, Mosè, David, e poi siamo in grado di creare armi di distruzione, di concepire lo sterminio. L'essere umano è davvero molto strano, Dio ha avuto un gran senso dell'umorismo.
Qual è il tuo rapporto con la spiritualità?
Profondissimo, ma non da subito, da 30 anni a questa parte è estremamente profondo. La spiritualità è insita in noi alla fine, è solo che a volte la facciamo addormentare, ma questa non è solo colpa nostra, è che viviamo in un mondo molto complesso, molto difficile, chi dice la verità? Tutti vogliamo sentire la verità, però crediamo tutti alla menzogna. Questo è un problema, è anche per se stessi essere spirituali o cercare di esserlo, per carità, cercare di esserlo è comunque un arricchimento, non è facile. Perché ripeto, io sono un privilegiato, per cui per me è più facile, faccio il mestiere che ho voluto fare, viaggio, mi pagano per viaggiare, mi pagano per fare il mestiere che ho sempre voluto fare. Ho avuto culo, ma ragazzi non è così per tutti, ciò che posso dire è che cercare la spiritualità dovunque essa sia, come diceva Baudelaire, nella poesia, nel vino o nelle virtù a vostro piacimento va benissimo.
Hai viaggiato molto, sia con i nomadi che da solo.
Sì, parecchio. Ho avuto la fortuna di viaggiare in 23 Paesi del mondo. Ho detto fortuna, ripeto: fortuna. Che dire? Ho visto tanta gente eccezionale, il 99,9 per cento. Ho scoperto che siamo tutti uguali, tutti: dall’India al Messico, al Cile, veramente da emisfero a emisfero. Siamo tutti uguali, vogliamo solo una cosa: la serenità e la pace. Ma veramente, è così. Siamo tutti uguali, siamo accoglienti, amichevoli. Dobbiamo resistere, come ho detto prima, alla barbarie imperante e cercare di avere un minimo di fiducia nell’umanità. E io questa fiducia ce l’ho perché ho avuto la fortuna di viaggiare. Vi assicuro che il mondo è straordinario, è bellissimo.
Hai avuto anche la fortuna di fare tante collaborazioni, Vecchioni, Bubola, Elio e tanti altri, con chi vorresti collaborare ancora?
Ma guarda, io non ho un’idea precisa. Amo le collaborazioni, quindi sarei molto contento di collaborare con chiunque, non ho problemi. Non dico grandi nomi, è lo stesso. Ho lavorato, come hai detto tu, con veri maestri e sono sempre stato molto, molto contento. Ti assicuro che con i grandi maestri, come hai detto tu — Vecchioni, Guccini, Bubola, Gianluca Grignani — mi sono sempre trovato meravigliosamente bene. Ecco, una cosa che facciamo poco in Italia è collaborare fra noi. Dovremmo collaborare un po’ di più. I musicisti sono fatti per farlo, ma a volte sono un po’ bloccati: la produzione dice no, il manager dice no… Ma fate parlare i musicisti fra di loro: in tre secondi la collaborazione nasce, soprattutto a tavola. Gli americani e gli inglesi sono così, ragazzi.
Sul palco hai sempre preso una posizione, su qualsiasi argomento.
Ma sai, prendere posizione è essenziale. Comunque, un minimo di coerenza devi averlo. Poi è chiaro che sei dentro un sistema e, a volte, è difficile. Io ho la grossa fortuna — anche stavolta, la fortuna — di essere circondato da persone molto libere e molto tranquille, che quindi mi lasciano fare ciò che voglio e dire ciò che voglio. E questo, credimi, non è poco.
È anche più semplice poi entrare in studio?
È molto semplice: non ho mai avuto un’imposizione su come fare un pezzo, su come arrangiarlo, su come scriverlo o sui testi. Mai una volta. Anche questa è una fortuna. Forse mi sono circondato di persone veramente eccezionali, perché comunque io faccio il cantante, ma, se non ti circondi di persone eccezionali, sei uno dei tanti. Sono all’opposto, forse, di qualcuno, questo non lo so. Ai miei musicisti dico: io sono il loro cantante, io sono il loro cantante. Pretendo la libertà totale: fate quello che volete, dovete essere liberi.
La musica è questo. Se io ti impongo di fare una parte o un certo tipo di cose e tu non te la senti, perché devo andare a distruggere la creatività di uno che lavora con me e che mi deve supportare? Non ha nessun senso. Io non sono geloso, anzi, l’esatto opposto: siate migliori di me, perché così io posso imparare.
Tu spesso fai anche concerti in piccole realtà, paesini spesso dimenticati, però se le piazze le riempi.
Ma certo, è proprio questo il discorso. È stata una scelta precisa. Io ho fatto tre volte Sanremo, ho 14 dischi di platino e nove dischi d’oro in casa. Non ho niente da dimostrare a nessuno. Ma, come hai detto tu — ed è la cosa più bella che hai detto —, io porto, per scelta e per volontà, la musica nei posti piccoli, perché è lì che tocchi veramente l’affetto. Non lo so spiegare: è un’emozione incredibile, il cuore si riempie. Ti accolgono come un maestro. Io non sono un maestro, sono un artigiano, non sono nessuno. Però, in quel momento, senti di stare dando qualcosa.In quelle due ore il mio compito è farvi stare bene. E poi, ti assicuro, un musicista che non ha mai viaggiato nei centri piccoli o piccolissimi non è un musicista. Devi andare dove la musica non viene portata. Altrimenti è troppo facile.
Quante bottiglie di vino ti hanno portato i fans in tutti i tuoi anni di carriera?
Guarda, un container, almeno un container. Ma non solo quello: saranno i prosciutti. Come dicevo prima, vai a conoscere realtà e paesi che non avresti mai pensato di vedere e, invece, li scopri. Io sono su un palco da 43 anni, anche di più, e dopo 43 anni scopri ancora di non aver visto niente. L’Italia è una cosa pazzesca, davvero pazzesca. Ogni posto, ogni borgo di 500 o 1.000 abitanti, nasconde ricchezze e segreti inimmaginabili. E io voglio scoprire, voglio scoprire. Questo è il senso, anche perché impari da tutto questo. Io non ho alcun interesse a fare un concerto blindato, non so se mi capisci. Fare un concerto blindato significa arrivare, suonare, scappare e andarsene.
Per la mia crescita culturale non funziona così, non funziona in questo modo, capisci? Ho 61 anni e ho bisogno del contatto. Arrivo, sto con la gente, prima del concerto vado al bar con le persone, bevo tranquillamente con loro e sto benissimo. Conosco le realtà delle persone, mi parlano della storia del paese, poi vado a fare le prove. Si va a cena insieme e dopo si va a suonare. Alla fine, finché l’ultima persona non ha ricevuto la sua foto o il suo autografo, io non vado via. Punto. Questa è la cosa che voglio fare e che devo fare. Ma la faccio soprattutto perché rappresenta il mio arricchimento culturale. Dalle storie che ascolti possono nascere canzoni. Ho bisogno di sentirmi vivo, di sentirmi utile. Non sono un jukebox.
Danilo ancora della Juventus?
Guarda, sì, come simpatizzante, niente di più. Anche perché, essendo piemontese, o Torino o Juventus: è inevitabile. Il torinese è granata, ma io sono di Asti, quindi juventino. Però devo dirti che ormai non seguo il calcio da molto tempo. Dal 1995 mi sono appassionato al rugby e seguo quello. Ho appena finito di vedere Giappone-Italia, quindi seguo il rugby, punto. È un altro sport? Diciamo che è un altro sport. Non migliore, non peggiore: è semplicemente un altro sport. Avevo anche scritto un inno per una squadra di rugby, per cui continuo a seguirlo. Naturalmente, prima di tutto la Nazionale, ma mi piacciono anche tante squadre di rugby italiane.
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