Intervista a Claudio Mancini: «Legge elettorale vergognosa, va contestata duramente»
Il deputato Pd critico su preferenze, premio di maggioranza e firme ai partiti più piccoli chiede una grande mobilitazione popolare per contestarla il giorno del voto alla camera.

ANSA
La legge elettorale arriva al passaggio decisivo tra le proteste delle opposizioni e i dubbi di costituzionalità. Per Claudio Mancini, deputato del Partito Democratico, il ritorno parziale delle preferenze non restituisce davvero ai cittadini il potere di scelta, ma lascia alle segreterie il controllo delle candidature. Nel mirino anche il premio di maggioranza, l’indicazione del candidato premier e la stretta sulle firme per le forze non rappresentate in Parlamento. A Rinascita, Mancini denuncia un modello «leaderistico e plebiscitario» e propone una grande manifestazione popolare.
Partirei da quello che è il tema della legge elettorale, cioè le preferenze. Si parla di un loro ritorno, ma con capilista bloccati e una scelta limitata alle posizioni successive. Questo sistema può essere considerato davvero una restituzione ai cittadini del potere di scelta?
È un piccolo passo dal punto di vista della scelta dei cittadini, ma è costruito come un meccanismo che servirà alle segreterie dei partiti. Non solo si determinano a tavolino i tre quarti degli eletti, ma anche la parte che verrà selezionata attraverso le preferenze è ampiamente prevedibile. Con tre preferenze in collegi molto stretti, infatti, la composizione delle liste renderà molto agevole il governo delle candidature.
È quindi più un modo per gestire dall’alto una selezione di ciò che sale dal basso che una vera introduzione del potere di scelta dei cittadini. Preferirei, però, richiamare l’attenzione anche su un altro aspetto. Le preferenze sono il tema che ha concentrato la discussione dell’opinione pubblica. Non voglio dire che siano uno specchietto per le allodole, ma i nodi veramente seri della legge, quelli che presentano dubbi di costituzionalità e che richiedono, a mio avviso, una mobilitazione delle opposizioni anche fuori dal Parlamento, sono altri.
Il primo è l’indicazione del candidato premier, che rappresenta una forzatura dei poteri costituzionali del presidente della Repubblica. Il secondo è una soglia di accesso al premio di maggioranza troppo bassa, perché passare dal 42 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi produce una forte alterazione della rappresentanza.
Il terzo riguarda il modo in cui viene attribuito il premio di maggioranza: non alle liste di cui i cittadini hanno contezza, ma, di fatto, a un listino che non conoscono. Vengono quindi chiamati a votare senza sapere chi stanno votando. Questi tre elementi, che forzano la legge elettorale in senso maggioritario e leaderistico, dovranno essere, a mio avviso, al centro dei ricorsi alla Corte costituzionale.
Tra questi elementi c’è anche l’emendamento sulle firme necessarie ai partiti che attualmente non sono rappresentati in Parlamento. Come valuti un provvedimento del genere?
Questa è una vergogna. Va a sostituire un’altra forzatura introdotta alla Camera: la soglia del 3 per cento necessaria affinché i voti raccolti da una lista fossero conteggiati ai fini della coalizione.
Quella approvata dalla Camera era, dunque, una norma che disincentivava la presentazione di liste che rischiassero di non raggiungere il 3 per cento. Al Senato si sono poi resi conto che questo meccanismo avrebbe potuto consentire a chi aveva perso le elezioni di ottenere comunque il premio di maggioranza.
Faccio un esempio: io ottengo il 45 per cento e l’altro schieramento il 44, ma nel mio 45 per cento c’è una lista che ha raccolto il 2,7 e che quindi non viene conteggiata. Di conseguenza, l’altro schieramento, pur essendo arrivato secondo nel voto popolare, ottiene il premio di maggioranza. Questo era il meccanismo approvato dalla Camera.
Quando il meccanismo è stato corretto, per ripicca verso i piccoli partiti è scattata la stretta sulle firme. Il risultato è che l’obbligo di raccogliere 9.000 firme per collegio per i nuovi soggetti non rappresentati in Parlamento, adesso ridotte a 6.000, significa comunque dover raccogliere circa 300.000 firme per partecipare alle elezioni politiche generali. È un assurdo.
È persino difficile stabilire se una previsione del genere possa essere considerata costituzionale. Credo che nessun costituente, neppure dotato di particolare fantasia, avrebbe mai immaginato che un giorno qualcuno potesse essere così arrogante da pensare di scrivere una legge con l’obiettivo di impedire la presentazione delle candidature.
Questa norma andrà contestata duramente alla Camera e dovrà essere oggetto di una mobilitazione pubblica, per evitare che penalizzi la presentazione di nuovi soggetti politici. Le leggi non si fanno soltanto per l’occasione: oggi questa disposizione colpisce chi attualmente non è rappresentato in Parlamento, ma domani potrebbe riguardare tutti.
Il giudizio che traspare mi sembra, insomma, nettamente negativo. Ora il tempo stringe e le prossime settimane saranno decisive. Quali sono i prossimi passi per voi, visti gli evidenti problemi, anche di carattere costituzionale, che presenta questo testo?
Innanzitutto, non bisogna rinunciare all’opposizione alla Camera nel prossimo passaggio. Spero che i partiti di opposizione — anzi, propongo che lo facciano — convochino una grande manifestazione popolare in occasione del passaggio alla Camera di questa vergogna di legge elettorale.
Dobbiamo contestarla non soltanto per i singoli profili di incostituzionalità, ma anche per il modello leaderistico che tende a introdurre: un premierato di fatto, che forza i cardini della Costituzione senza avere il coraggio di presentare una riforma costituzionale da sottoporre al giudizio dei cittadini.
Il messaggio che il governo manda con questa legge elettori, insomma, è chiaro…
Il governo vuole realizzare una riforma che introduce l’elezione diretta del premier senza avere il coraggio di sottoporla al giudizio dei cittadini. Meloni, sconfitta dal referendum e in crisi dopo la crescita di Vannacci, spera di poter recuperare, attraverso la competizione e una campagna elettorale tutta incentrata su di sé, il consenso perso dai partiti che la sostengono.
Per questo propone una legge elettorale con l’indicazione del candidato premier, funzionale a una campagna elettorale leaderistica e plebiscitaria. Noi non dobbiamo cadere nella trappola di scendere sullo stesso terreno. Chiunque sarà il candidato del centrosinistra alla guida del governo non dovrà essere il capo politico assoluto, ma il capitano di una squadra capace di valorizzare il pluralismo politico e sociale del campo.
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