Intervista a Claudia Sarritzu: «Il patriarcato sa essere molto generoso»

Donne al potere, aborto e informazione: l’autrice di "Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale" spiega come il sistema cambi volto senza cambiare sostanza.

Diego ProtaniInterviste
Copertina del libro di Claudia Sarritzu.png

ANSA

Il patriarcato ha cambiato pelle, ma non il suo nucleo violento: ha abbandonato il perimetro rassicurante della violenza domestica per farsi pilastro e motore del capitalismo globale e delle sue guerre imperialiste. È questa la denuncia al centro de Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale, l’ultimo saggio-inchiesta della giornalista Claudia Sarritzu.

In questa intervista l’autrice smaschera la più grande mistificazione dei nostri giorni: l’illusione borghese che l’ascesa di figure come Giorgia Meloni o Ursula von der Leyen rappresenti un traguardo di emancipazione. Niente di più falso. Sarritzu parla apertamente di “machismo femminile”, svelando come il potere patriarcale sappia cooptare singole donne disposte a fare carriera sulla pelle delle altre, perpetuando gli interessi del capitale, del militarismo e del privilegio occidentale.

Mentre i media di regime si abbandonano al gossip o si autocensurano per non disturbare i padroni, l’autrice adotta una lente intersezionale per connettere i fronti della lotta: dall’attacco scientifico e silenzioso al diritto d’aborto negli ospedali fino alle bombe sui civili. Un’analisi militante che ci ricorda una verità storica imprescindibile: non ci sarà mai vera liberazione sociale e di classe senza l’abbattimento immediato del sistema patriarcale.

Nel tuo libro spieghi che il patriarcato non è più solo una questione domestica. Quali eventi politici e sociali degli ultimi anni ti hanno convinta che si tratti, ormai, di un sistema di potere globale?

«In un certo senso è stato un passaggio quasi automatico. Mai come in questo momento storico — almeno per la mia generazione — la politica estera e i fatti internazionali hanno avuto ricadute così forti sulle nostre vite individuali, sia in termini economici sia di diritti. Pensiamo alla violenza: oggi le guerre vengono trasmesse continuamente e in tempo reale sui nostri smartphone. Quella in Ucraina è stata la prima guerra che abbiamo vissuto attraverso i video di chi scappava, registrati fin dalle prime settimane. Poi, drammaticamente, è arrivato il genocidio a Gaza.

Di fronte a tutto questo mi sono resa conto che quell’essenza di odio, prepotenza e oppressione che eravamo abituati ad analizzare tra le mura di casa si riflette su scala globale. È un meccanismo che colpisce tutte le “soggettività minorizzate”. Uso questo termine perché parlare di “minoranze” sarebbe un errore: le donne, per esempio, non sono una minoranza numerica. Parlo invece di categorie di persone che vengono sistematicamente trattate come inferiori, sia che si tratti di etnia, di genere o di orientamento sessuale. Il potere oggi usa un linguaggio sfacciato e violentissimo, non solo contro le donne, ma contro chiunque sia vulnerabile. Da giornalista, il mio obiettivo non era dare risposte accademiche, ma sollevare dubbi. Per questo ho intrapreso un viaggio geografico e ideale, intervistando esperte in diversi Paesi per capire come questo modello condizioni le vite di tutti».

Oggi vediamo donne occupare posizioni di massimo potere, come Giorgia Meloni in Italia o Ursula von der Leyen in Europa. Questo, però, non coincide automaticamente con una vittoria del femminismo. Nel libro, non a caso, parli di “machismo femminile” e di responsabilità delle leader. Cosa intendi?

«Il sottotitolo del libro si concentra proprio su questo. Mentre riflettevo sui modelli di potere, accendendo la TV notavo un paradosso mai visto prima nella storia: sono le donne a portare avanti le istanze conservatrici. C’era una risposta da dare a una domanda che l’ambiente femminista si pone da tempo: perché sono quasi sempre le donne di destra a fare carriera rapidamente e a rompere il famoso “tetto di cristallo”, mentre a sinistra si fa così tanta fatica?

Unendo le lezioni magistrali di Michela Murgia all’osservazione della realtà, la risposta diventa evidente: una donna riesce a rompere quel soffitto se decide di non scalfire il potere patriarcale, ma di usarlo a proprio vantaggio per una carriera personale. Non c’è la volontà di fare una rivoluzione che porti beneficio a tutto il genere femminile. Quando queste leader arrivano al governo, non attuano politiche volte a raggiungere una parità sostanziale — che nei nostri Paesi spesso esiste solo sulla carta, a livello legale. Al contrario, si dimostrano profondamente conservatrici, quasi promettendo di smantellare conquiste storiche. Il patriarcato sa essere molto generoso con queste figure: usa le donne per attuare una metamorfosi, cambiando colore e aspetto ma rimanendo identico nella sostanza. In questo modo, usa un volto femminile per continuare a fare gli interessi del maschio bianco, cisgender, eterosessuale, ricco, occidentale e abile».

Questo ci porta a un punto cruciale del tuo saggio: il patriarcato non colpisce “solo” le donne, ma si accanisce indistintamente sul soggetto più debole.

«Esatto. Isabel Allende diceva che nessuna rivoluzione storica — compresa quella socialista, la più perseguita negli ultimi due secoli — può avere successo senza una contemporanea rivoluzione femminista. Nel libro dedico un capitolo alla Russia e alla Cina proprio per analizzare questo aspetto. Oggi il comunismo non esiste più in Russia e nemmeno in Cina — nonostante il nome del partito unico —, ma in entrambe le realtà le donne avevano ottenuto diritti legali importantissimi molto presto, come l’aborto e il divorzio. Eppure, non hanno mai raggiunto una vera parità, nonostante tassi di occupazione femminile storicamente doppi rispetto all’Occidente.

Perché? Perché si trattava di una falsa rivoluzione. Lo Stato usava la forza lavoro femminile per far crescere il sistema economico del Paese, senza cedere quote reali di autodeterminazione e potere. Lo stereotipo della donna russa contemporanea che cerca l’uomo ricco da cui farsi mantenere nasce proprio da questo cortocircuito storico: le donne sono uscite di casa per lavorare, ma i carichi domestici e familiari sono rimasti interamente sulle loro spalle. Quell’emancipazione si è rivelata una “seconda fregatura”, traducendosi in un aumento della fatica anziché in una redistribuzione dei ruoli tra i sessi.

Il genere femminile diventa così il simbolo di tutte le soggettività oppresse. È qui che entra in gioco il femminismo intersezionale: se una donna è nera, subisce la discriminazione di genere che si somma a quella razziale; se è anche omosessuale o disabile, si aggiungono un terzo e un quarto livello di emarginazione. Sono tutte facce della stessa medaglia, figlie dello stesso identico meccanismo: un sistema globale programmato per schiacciare chi è più debole».

Parlando di diritti riproduttivi, non c’è il rischio che le politiche delle nuove destre ci riportino indietro di cinquant’anni, spingendo nuovamente le donne verso la piaga degli aborti clandestini?

«In Italia abbiamo un problema strutturale di trasparenza: in molte regioni manca un monitoraggio reale, un resoconto annuale chiaro che mostri quanti aborti vengono eseguiti e in quali strutture. Se avessimo questi dati, ci renderemmo conto che la massiccia presenza di personale obiettore di coscienza negli ospedali pubblici rende questo diritto inagibile in intere aree del Paese. Molte donne sono costrette a migrare fuori regione, affrontando liste d’attesa lunghissime che le portano pericolosamente al limite delle settimane consentite dalla legge. Partiamo già da un diritto monco.

Quando la legge 194 fu approvata, l’obiezione di coscienza venne introdotta per tutelare i medici e gli infermieri già in servizio, poiché la legge non poteva essere retroattiva. La logica imponeva che, nei concorsi successivi, chi sceglieva la specializzazione in ginecologia accettasse l’intera disciplina, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza. Invece si è continuato a permettere l’obiezione a tappeto. È un’anomalia che si verifica esclusivamente nei reparti di medicina che riguardano il corpo femminile. Se si trattasse della salute maschile non verrebbe tollerata. In questo modo normalizziamo l’idea che per le donne la salute sia un percorso a ostacoli, trasformando un diritto in un privilegio per poche.

Non mi aspetto uno smantellamento formale o eclatante della legge; l’Italia non è un Paese che scende in piazza a spaccare le vetrine come la Francia. La nostra stessa architettura costituzionale rende difficile cancellare i diritti dall’oggi al domani. La strategia è più sottile: togliere un mattoncino alla volta. Impoverendo la sanità pubblica e riducendo il personale non obiettore, il diritto diventa impraticabile nei fatti. Chi ha le risorse economiche finisce per rivolgersi alle cliniche private; chi non le ha rischia di finire in mani non sicure. Anche senza dati ufficiali, sappiamo che molte donne sforano i tempi legali a causa delle inefficienze del sistema e sono costrette a cercare alternative fuori dagli ospedali pubblici».

Come giudichi il modo in cui i media mainstream raccontano oggi il potere femminile e i corpi delle donne?

«Si apre un discorso enorme sulla crisi della mia categoria. Ormai il giornalismo è composto sempre meno da intellettuali e sempre più da professionisti dell’informazione a cui non si chiede di stimolare il pensiero critico o di fare da tramite tra il potere e i cittadini. L’utilità pubblica dell’informazione è passata in secondo piano.

Oggi il giornalismo si limita a compilare dei format predefiniti, incapace di spiegare complessità come il paradosso attuale: una presenza senza precedenti di donne al potere che non si traduce in alcun avanzamento per la parità di genere. Questo accade perché la maggior parte dell’informazione si è spostata online, dove i quotidiani vivono esclusivamente di click pubblicitari. Il modello economico della rete non premia l’approfondimento, ritenuto noioso, ma favorisce il sensazionalismo e il gossip, che ormai ha invaso anche le pagine dei giornali considerati seri.

Più che una censura esplicita, in Italia assistiamo a una pervasiva autocensura. Fare inchiesta è diventato quasi impossibile perché gli editori non la finanziano e i giornalisti rischiano querele temerarie. Molte verità non vengono dette semplicemente per la paura di infastidire il potere politico ed economico, prima ancora che arrivi un divieto formale. Questo rende l’informazione occidentale, e quella italiana in particolare, estremamente annacquata. Lo vediamo chiaramente anche nel linguaggio geopolitico: i grandi media faticano a usare le definizioni sancite dalle Nazioni Unite per descrivere i massacri umanitari in corso, preferendo formule neutre e rassicuranti. Se non si ha il coraggio di nominare la violenza della storia, diventa impossibile immaginare uno spazio di riflessione serio e profondo sul potere femminile e sulle sue derive».

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati