Intervista a Christian Ferrari: Giustizia fiscale, salari e pace: la risposta alla destra dei profitti
Dalla proposta Cgil sulla ricchezza alla questione salariale, fino alla politica estera: un’agenda alternativa contro disuguaglianze, austerità e riarmo.

ANSA
Christian Ferrari, membro della Segreteria nazionale della Cgil, affronta i nodi sociali e politici che attraversano il Paese: dalla giustizia fiscale alla proposta di un contributo di solidarietà sulle grandi ricchezze, fino alla questione salariale e alla necessità di ricostruire un welfare pubblico. Sullo sfondo, la critica a un modello di governo fondato su austerità, riarmo e disuguaglianze, e l’urgenza di un’alternativa fondata su lavoro, pace e democrazia.
«Se nel nostro Paese più del 50% non va a votare è perché non si sente rappresentato, e questo elemento è legato al crescere delle disuguaglianze, che è sotto gli occhi di tutti. E la prima disuguaglianza è quella di reddito e della qualità del lavoro. Affrontare in modo serio e netto una riforma fiscale che tenga conto della progressività, che è un principio riconosciuto dalla Costituzione. Chi più ha più deve contribuire, e la progressività deve riguardare non solo gli stipendi e le pensioni, ma tutte le forme di reddito, dalle rendite immobiliari a quelle finanziarie». Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, nel corso di un seminario organizzato dalla confederazione in merito alla direttiva europea anticorruzione. E subito si è levato il coro: ecco il massimalista, quello che fa scappare i capitali dall’Italia.
Qualcuno l’ha definita la “Brigata profitti”: si mobilita puntualmente a ogni accenno alla progressività e alla giustizia fiscale. Sono, banalmente, i principi sanciti dalla Costituzione, altro che massimalismo. I veri massimalisti sono quelli a cui va benissimo un’astensione per censo che sta trasformando la nostra democrazia in un guscio vuoto.
Con le disuguaglianze che hanno raggiunto ormai livelli inaccettabili; con l’Irpef che pesa quasi soltanto sui redditi fissi, mentre per gli altri si moltiplicano flat tax, condoni e regimi di favore. Il risultato è che — a parità di reddito — profitti, rendite e lavoro autonomo pagano meno imposte rispetto a lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati, i quali prima hanno subito un’inflazione alimentata dalla guerra e dai profitti, e scaricata interamente su di loro — non a caso, secondo l’Istat, i salari reali restano inferiori dell’8,1% rispetto al 2021 — e poi hanno pagato il prezzo di un enorme drenaggio fiscale, che negli anni scorsi ha prodotto 25 miliardi di extra-gettito non dovuto.
C’è chi di questa situazione beneficia e la difende; noi vogliamo cambiarla radicalmente nell’interesse della stragrande maggioranza dei cittadini.
La Cgil ha avanzato la proposta di un contributo di solidarietà dell’1,3%, con il quale, secondo Landini, si possono recuperare 26 miliardi da poter investire nella scuola, nella sanità e nelle politiche industriali. Cos’è una mini-patrimoniale?
È un’imposta che si concentra solo sul top 1% degli italiani più ricchi, per dare risposte al restante 99%. Il gettito che si otterrebbe andrebbe destinato innanzitutto a finanziare la sanità pubblica, come prevede la nostra proposta di legge di iniziativa popolare.
Il contributo di solidarietà che proponiamo è più che motivato in un Paese in cui l’1% più ricco della popolazione, 500.000 persone, detiene il 25% della ricchezza netta nazionale, mentre il 50% più povero, quasi 30 milioni, ne detiene poco più del 7%.
L’alternativa è secca: o si trovano, anche in questo modo, le risorse per tornare a investire su politiche industriali e su un welfare sempre meno pubblico e universalistico; oppure si difende lo status quo.
Il Governo ha spiegato chiaramente la sua linea: si possono tranquillamente prendere 25 miliardi di euro di drenaggio fiscale da chi vive di salario o pensione; si possono tranquillamente spendere 23 miliardi in armi nei prossimi tre anni; si possono altrettanto tranquillamente tagliare 22 miliardi ai servizi pubblici, sempre nel prossimo triennio; ma guai a chiedere 26 miliardi a multimilionari e miliardari.
Su che basi è possibile ricostruire l’unità sindacale?
Rilanciando un modello di sindacato confederale fondato sulla rappresentanza, sulla democrazia e sulla contrattazione. C’è una rilevante novità, da questo punto di vista, ed è la piattaforma unitaria che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato alle controparti per rinnovare e definire un unico sistema contrattuale per tutti i settori privati.
Con obiettivi chiari: rafforzare il ruolo del contratto nazionale per difendere e aumentare il valore reale dei salari; garantire salute e sicurezza sul lavoro; riconoscere la formazione in orario di lavoro come diritto universale permanente; implementare gli strumenti partecipativi previsti dai contratti e dagli accordi interconfederali per co-determinare i modelli organizzativi e gli indirizzi strategici di impresa.
Per farlo occorre misurare la rappresentanza attraverso il mix tra numero di iscritti e voti alle elezioni delle RSU, rimuovendo gli ostacoli che ne hanno impedito la generalizzazione in tutti i luoghi di lavoro, prevedendo la validazione democratica di piattaforme e accordi e riconoscendo efficacia erga omnes ai contratti sottoscritti dai soggetti comparativamente più rappresentativi a livello nazionale.
Solo così si sconfiggeranno i contratti pirata. Aspettiamo una risposta dalle associazioni datoriali.
Esiste un’irrisolta questione salariale?
Esiste eccome, e bastano due cifre per rendersene conto: negli anni ’70, in Italia, la “quota salari sul Pil” era a oltre il 60%; oggi è crollata sotto il 40%. Questa è la madre di tutte le disuguaglianze, che continueranno a crescere se non invertiamo la dinamica della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro.
Per farlo bisogna alzare i salari con tutte le leve a disposizione: rinnovo tempestivo dei Ccnl che difendano e rafforzino il potere d’acquisto, agendo sui minimi tabellari, Tem, e prevedendo meccanismi di verifica annuale e di recupero degli scostamenti rispetto all’inflazione; una legge sulla rappresentanza che contrasti il dumping contrattuale; l’introduzione di un salario minimo legale a sostegno della contrattazione collettiva nazionale; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, assolutamente necessaria con la rivoluzione tecnologica in corso; una riforma del mercato del lavoro che cancelli la precarietà e riaffermi il principio per cui la forma normale di rapporto di lavoro deve tornare a essere il lavoro stabile, a tempo pieno e indeterminato.
Sul lato fiscale, va innanzitutto neutralizzato il fiscal drag, attraverso l’indicizzazione automatica dell’Irpef all’inflazione, ma soprattutto serve una riforma complessiva fondata su progressività, equità e lotta all’evasione.
«Turismo da record, export in crescita, investimenti in aumento, consumi che tengono e Pil oltre le previsioni. L’economia reale smentisce il pessimismo di una sinistra che continua a descrivere l’Italia come una Nazione sull’orlo del baratro...». Da un post di Fratelli d’Italia. Lei si sente uno “sfascista”?
Le forze di maggioranza vivono in una realtà parallela. Una realtà virtuale in cui si pensa che un post possa cambiare le condizioni materiali di vita e di lavoro delle persone in carne e ossa.
La verità, invece, è sotto gli occhi di tutti: avevano promesso meno tasse, e oggi la pressione fiscale ha raggiunto il record del 43,1%, tutta concentrata su salari e pensioni; avevano promesso di abolire la legge Fornero, e abbiamo l’età pensionabile più alta d’Europa; avevano promesso più crescita, e siamo tornati allo “zerovirgola” del Pil — senza il Pnrr saremmo già in recessione — con un processo di deindustrializzazione che prosegue da quasi quattro anni; avevano promesso più opportunità per le nuove generazioni, e ogni anno 100.000 giovani emigrano all’estero, altro che fuga dei miliardari!
Questo è il risultato di una strategia fallimentare: puntare tutto sulla rendita, sul terziario povero e sulla parte più arretrata, meno innovativa e a più basso valore aggiunto del sistema produttivo; rinunciare a qualunque politica industriale in grado di guidare la transizione digitale, energetica ed ecologica; non andare a prendere i soldi dove sono — profitti, extra-profitti, grandi ricchezze, evasione fiscale — e portare avanti una linea di austerità a spese di lavoratori e pensionati.
Se non si cambia strada, il destino del Paese è segnato: un destino di declino economico, industriale e sociale.
Trump che insulta a più riprese la presidente del Consiglio, invocando contro di lei, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, un ordine restrittivo, cioè l’arresto. Contro Giorgia Meloni, l’unica leader europea che aveva auspicato il Nobel per la pace per il presidente Usa. Che fine ha fatto la narrazione di Giorgia la “facilitatrice”, la “pontiera” tra l’amministrazione Trump e l’Europa?
Lo scontro tra Trump e Meloni è pura fiction. Se davvero la presidente del Consiglio vuole prendere le distanze da quello che — fino a ieri — considerava il suo principale riferimento internazionale, deve tornare indietro sull’impegno insostenibile di destinare il 5% del Pil alle spese militari; sulla garanzia di importare energia fossile carissima dagli Usa; sulla promessa di non tassare le Big Tech americane e su molto altro ancora.
Una cosa è certa: in questi anni, in politica estera, ogni volta che c’era da fare una scelta, il Governo ha sempre fatto quella sbagliata: dalla folle corsa al riarmo decisa in sede Ue e Nato al sostanziale appoggio alle guerre di aggressione americane; dalla non reazione ai dazi Usa alla partecipazione all’osceno Board of Peace; dal rifiuto di riconoscere lo Stato palestinese al non comminare una sola sanzione al governo genocidiario di Israele.
Oggi, preoccupati dall’impopolarità del presidente americano e dalle conseguenze del suo irresponsabile avventurismo, cercano un riposizionamento di facciata a esclusivo scopo elettorale.
Noi invece crediamo che vada messa in campo una vera alternativa, che rimetta al centro la diplomazia e la pace, che rifiuti l’economia di guerra e che punti sul confronto, sulla cooperazione, sulla convivenza in un mondo irreversibilmente multipolare.
Innanzitutto, per porre fine al massacro delle popolazioni civili in tutte le aree di conflitto, ma anche per fermare la crisi economica, industriale e sociale che colpisce l’Italia e tutta l’Europa, e che ha come prima causa proprio la guerra.
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