Intervista a Angelo Bolaffi: «Senza la Germania non esiste l'Europa»

Crisi di Merz, ascesa dell’AfD e declino della Spd: dalla guerra in Ucraina nascerà una nuova Europa a più velocità.

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ANSA

La Germania, la “locomotiva d’Europa”, tra spettri del passato e incertezze per il futuro. Rinascita ne discute con un’autorità in materia: il professor Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista, ha insegnato Filosofia politica all’Università La Sapienza di Roma. Dal 2007 al 2011 è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino. È membro della Grüne Akademie della Böll Stiftung di Berlino e del direttivo di Villa Vigoni “Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea”. È autore di numerosi saggi, editi da Donzelli, tra i quali ricordiamo: Il sogno tedesco. La nuova Germania e la coerenza europea; Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea; Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell'egemonia tedesca; Frammento e sistema. Il conflitto-mondo da Sarajevo a Manhattan (con Giacomo Marramao); Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile.

Professor Bolaffi, dire che il cancelliere Friedrich Merz se la passi male, politicamente parlando, è peccare di ottimismo. L'ultimo sondaggio dell'Istituto Forsa per Rtl/Ntv dice che l'82% dei tedeschi è insoddisfatto del suo governo, addirittura l'85% del cancelliere.

Merz è riuscito a commettere gravi errori politici già prima di essere eletto cancelliere. Una settimana prima della sua faticosa elezione a cancelliere, nel settembre scorso, Merz inanellò una serie di errori di tattica parlamentare, di azione politica. Questo in un Paese dove il cancelliere è un perno di un sistema politico-elettorale basato sulla proporzionale pura, sia pur corretta con circoscrizioni a elezione dirette e con il cancellierato. Un cancelliere debole in un Paese abituato a cancellieri forti, beh, questo è un grosso problema non solo politico ma sistemico. Soprattutto se a questo si accompagna una tendenza generale, che riguarda l’Europa e non solo essa, di svolta culturale a “destra”, una tendenza che ha raggiunto anche la Germania. In qualche modo la Germania è oggi l’ultimo Paese europeo, dopo la Francia, l’Italia, la Gran Bretagna, i Paesi del Nord Europa, che paga una spinta a destra.

Una spinta che per un Paese come la Germania, che viene da una determinata storia e che soprattutto si pensava, dopo la caduta del Muro di Berlino, entrata ina epoca definita, ottimisticamente, come quella della fine della storia, la crisi attuale è più che una doccia ghiacciata. C’è una somma di problemi: debolezza carismatica di Merz; errori politici da lui commessi prima e dopo, a quasi un anno dall’inizio del suo cancellierato; debolezza dei partiti politici, in Germania come in tutta Europa; una svolta a destra che testimonia, per dirla con Hegel, lo spirito del mondo (Weltgeist): svolta che ha colpito tutto l’Occidente e anche la Germania. E per la Germania questo è un problema molto, molto grave.

Per restare a destra. La Germania è malata e ha bisogno di una cura per tornare grande: il rimedio è AfD. E’ il messaggio che il partito copresieduto da Alice Weidel e Tino Chrupalla - rieletti con rispettivamente l'81,31 e il 70,05 per cento dei voti- ha lanciato dal suo 17° congresso nazionale svoltosi qualche settimana fa a Erfurt, capitale della Turingia, in quell'Est dove pulsa il cuore nero della Germania. Nel Land, AfD è nei sondaggi primo partito al 40%, negli altri Stati orientali Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania anteriore, dove a settembre si terranno le elezioni legislative, è in testa al 41 e 35. Su scala nazionale, AfD è prima, prossima al 30 per cento. C’è di aver paura, professor Bolaffi?

C’è di aver paura, come c’è di averne per le prossime elezioni francesi. Facciamo chiarezza: le elezioni generali in Germania avverranno nel 2029. Noi stiamo parlando adesso di elezioni regionali e di regioni, come la Sassonia-Anhalt, scarsamente popolate, parliamo di due milioni di abitanti. Sempre a settembre si voterà anche nella città-Stato di Berlino, 4 milioni di abitanti, dove con ogni probabilità vincerà la sinistra. Questo per dire che è una situazione politico-elettorale a macchia di leopardo.

Ciononostante, la svolta a destra è un problema grave per la Germania. Lo è perché la AfD non è una destra che può essere “domata”, “anestetizzata”. La destra tedesca è totalmente “impotabile”. Per la sua storia e la sua composizione, Alternative für Deutschland è assolutamente pericolosa ed è una mera illusione, destinata a restare tale, quella di riuscire ad “addomesticarla”, se non a rimuovere almeno a smussare i suoi caratteri più estremi. Rimane però un fatto che va segnalato...

Quale?

Un fatto che evidenzia anche le differenze, tutt’altro che risolte ,tra le regioni dell’Est e quelle dell’Ovest della Germania. Per tutto un periodo si era detto e scritto che la AfD era un fenomeno fondamentalmente legato alle regioni dell’Est; regioni della ex DDR dove il processo di democratizzazione, di opinione pubblica, di discussione libera, non c’è mai stato. E quindi non c’era stata una “rieducazione politico-morale “come era avvenuto all’Ovest. Poi, però, ci si è accorti che anche all’Ovest, l’AfD prende voti. E soprattutto prende i voti nelle zone operai e più deindustrializzate.

Recentemente, in previsioni delle elezioni regionali che si terranno l’anno prossimo nella Renania Settentrionale-Vestfalia, che con 17,9 milioni di abitanti, è lo stato (Länder) tedesco più popoloso, la AfD si è spaccata, ma questo in Italia nessuno lo ha notato. Si è spaccata tra una parte per così dire più moderata, e una parte apertamente fascista. Una spaccatura che riproduce in qualche modo la divisione tra Est e Ovest. Non è detto che su questo si possa contare per spaccare la AfD, ma è probabile che si inneschi una dinamica, che per ora è stata coperta dalla presenza a Est, all’interno del partito su cui c’è da sperare o comunque che pone un punto interrogativo sulla tenuta unitaria dell’AfD. In questa ottica, non va dimenticato che la AfD, originariamente, nasce come un partito, un movimento moderato, conservatore, a Ovest, quando era fatto da professori, economisti, giuristi contro l’euro. Poi con il Covid e i “No vax”, ha marcato l’Est, e lì si è radicalizzato e fascistizzato, ed è rimbalzato in questa nuova postura dall’Est all’Ovest.

D’altro canto, questo atteggiamento antisistema non è nuovo e ricorda l’antiparlamentarismo della Repubblica di Wimar. La Germania di Bonn, nonostante la presenza fino agli anni ’60 di alti funzionari ex nazisti nella diplomazia, nell’amministrazione e nella giustizia, è riuscita gradualmente ad aprirsi alla cultura politica dell’Occidente. Cosa che non è avvenuta per la Germania Est. Forse l’errore più grande che è stato commesso durante il processo di riunificazione dei Lander della ex DDR con la Germania dell’Ovest non è stato, come invece si torna sempre a ripetere, principalmente di natura economico-sociale, ma soprattutto di natura culturale e politica. Ed è ancora ancora densa di straordinaria attualità, la considerazione del grande storico tedesco Heinrich August Winkler: «La Germania – scrisse – ha dovuto percorrere un lungo cammino prima di potersi considerare a pieno parte dell’Occidente transatlantico e[...] deve ancora liberarsi del doppio fardello risalente ai tempi della divisione in due Stati. [...] La formazione di una cultura politica complessiva della Germania, caratterizzata in senso europeo e occidentale, è appena iniziata e necessita anche di un lavoro a una comune cultura della memoria».

Dall’esito di questo lavoro, mi permetto di aggiungere, dipenderà molto del futuro della Germania e anche dell’Europa.

Da destra a sinistra. La crisi della vecchia e gloriosa socialdemocrazia tedesca, è una crisi irreversibile?

Purtroppo, sì. Purtroppo, sì per ragioni che nulla hanno a che fare con una narrazione politicistica alquanto superficiale. Non è che la Spd è diventata di destra come qualcuno dice e come anche la Linke le rimprovera. Semmai è diventato un partito troppo “identitario”, legato a nuovi movimenti che rivendicano, giustamente, diritti nella sfera della sessualità o dei diritti civili.

E la classe operaia? E la deindustrializzazione? Perché è lì, sull’affermarsi di una enorme e irrisolta questione sociale, che si è affermata ad Oves l’AfD.

Un tempo, la forza della Spd, ma mutatis mutandis un discorso analogo si potrebbe fare per il PCI, era nel suo essere interclassista, nel senso di essere un partito che prendeva voti dappertutto, dagli operai ai ceti medi, agli intellettuali. Così era la Spd, che andava da Günter Grass agli operai della Volkswagen. Gli operai non votano più la Spd.

Perché, professor Bolaffi?

I motivi sono molteplici. Anzitutto perché c’è un processo reale, massivo, di deindustrializzazione. E poi perché gli operai si sentono svantaggiati rispetto a proposte culturalmente progressiste, come la difesa dell’immigrazione e il sostegno ai movimenti identitari. La Spd non riesce più a tenere insieme queste diverse istante. E mi lasci dire che questo non è solo un problema della sinistra tedesca. Centomila licenziati alla Volkswagen, è difficile reggere per un partito che veniva da lì, da quell’insediamento sociale che oggi le ha voltato le spalle e non li vota più.

C’è a sinistra qualcosa di nuovo, oltre i confini tradizionali?

Per ora, no. I Verdi sono “morti” con Angela Merkel. Con tutta la Germania “merkeliana”, cioè la Germania ottimista, che pensava alla globalizzazione, che puntava sul multilateralismo, ma che pensava anche all’export, alla Cina, ai vantaggi economici. Questa Germania è finita. E i Verdi che avevano puntato tutto sull’ambiente, sull’uscita dal nucleare, sulla green economy, non riescono a ridefinirsi in termini di visione, di progetto, di proposta politica in grado di costruire un’alternativa credibile e vincente alla destra. Sia chiaro: non sto parlando di una scomparsa dei Verdi. I Verdi rappresentato ancora un partito forte, culturalmente avanzato, accreditato del 18-20% del consenso elettorale. Ma se pensiamo che nelle elezioni del 2022 si era ipotizzato che potessero ambire al cancellierato, oggi siamo in un’altra e più ridotta prospettiva. Quanto alla Linke, ha preso molti voti ultimamente dopo lo sciagurato errore commesso da Merz che accettò di votare assieme alla AfD una proposta di legge, marcatamente restrittiva, sull’immigrazione. In seguito, la Linke si è radicalizzata. Ha innalzato il tema dell’antifascismo, accusando la Cdu, come ha affermato il nuovo segretario della Linke, l’italo-tedesco Luigi Pantisano, di fare una politica “parafascista”. Nel momento in cui la Cdu e la Spd avrebbero bisogno di un partito con cui provare a dar vita a una potenziale alleanza anti-AfD. Ma se tu accusi i democristiani tedeschi di fare una politica “para fascista”, fai saltare il tavolo prim’ancora di istituirlo. Allearsi con chi ti dà del “parafascista” ...

La Germania è sempre stata considerata la “locomotiva dell’Europa”. Se questa “locomotiva” deragliasse che conseguenze ricadrebbero sull’Europa?

Io non penso che deraglierà. Certo, faticherà ancora per qualche anno. La riconversione economica-industriale è in atto ma è molto faticosa. Dobbiamo, però, essere ben consapevoli di una cosa...

Quale, professor Bolaffi?

Vede, una volta i tedeschi dicevano che l’Italia era bella, peccato che ci sono gli italiani. Molti di noi italiani, come i francesi, diciamo che l’Europa è molto bella, peccato che ci sono tedeschi. Ma i tedeschi ci sono. E dobbiamo metterci in testa che contro la Germania o senza la Germania, non c’è l’Europa. Non ha senso. La Germania è la nazione che oggettivamente ha un ruolo, o se non vogliamo essere così asseverativi, diciamo che potrebbe, o dovrebbe, avere un ruolo di leadership. In una fase di riconversione della Germania e dell’Europa, questa è la mia idea che vorrei lanciare da Rinascita, noi dovremmo pensare a una Europa tre, la terza Europa.

C’è stata una Europa pensata dopo la Prima guerra mondiale; la Paneuropa, che è poi fallita quando l’America se n’è andata, abbandonando l’Europa nella Società delle nazioni e da lì s’innescò la dinamica che porto al fascismo; poi c’è stata la seconda Europa, sorta dalle macerie della Seconda guerra mondiale, con il sostegno interessato degli Stati Uniti, con l’affermarsi del multilateralismo sovranazionale – l’Onu, la Banca mondiale e altro ancora. Questo mondo è finito. Quella idea di Europa era nata su condizioni che non ci sono più.

Adesso dobbiamo pensare a una Europa a “velocità variabili”. Una Europa multidirezionale. In parte ciò sta già avvenendo: i “volenterosi”, il tre+due, gruppi di Paesi che si alleano, una Europa che si muove a macchia di leopardo. La nuova fase di questa Europa tre sarà decisa, è bene averne contezza, da come andrà a finire la guerra in Ucraina. Come anche le due altre Europe nacquero da guerre, anche stavolta sarà una guerra, quella in Ucraina a determinare i caratteri dell’Europa tre.In questa ottica, dobbiamo sapere che la Germania, i Paesi baltici, quelli nordici, scandinavi, quelli dell’Est Europa fanno blocco perché si sentono minacciati dalla Russia di Putin. C’è da vedere se questa linea di frattura si allargherà oppure verrà superata, come fu superata quella sull’euro, quando i Paesi “GIS” – Grecia, Italia, Spagna – venivano accusati di essere cicale sperperatrici a fronte e contro le parsimoniose e avvedute “formiche” del Nord. Credo che uscirà fuori un’altra Europa, con altre caratteristiche, con altre modalità di funzionamento. Sinceramente, non credo che nascerà l’Europa sognata dai federalisti. Questo non è alla portata dei tempi. L’Europa come Stato unico è un sogno che in questo momento non ha alcuna possibilità di avverarsi. Peraltro, Jacques Delors, del cui europeismo nessuno può dubitare, parlava di una federazione di Stati nazionali, non di Federazione tout court. Questo io intendo per terza Europa.

Abbiamo parlato di una crisi dello stato sociale, del welfare; di una crisi di leadership e di sistema. Ma la crisi della vecchia Germania e dell’Europa non è anche una profonda crisi culturale?

Per risponderle, prendo in uso il libro di un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Considerazioni di un europeo, del 1934. Un capolavoro letterario che ha esattamente previsto quello che poi è effettivamente successo in Europa a cominciare con l’Anschluss dell’Austria da parte della Germania nazista. Ecco, noi stiamo assistendo ad una seconda fine del mondo di ieri. Noi siamo di fronte a un mondo di domani che, paradossalmente, congiunge in sé qualcosa di simile alla scoperta della stampa con Gutenberg, e alla scoperta dell’elettricità, come se le due cose fossero avvenute insieme, mentre invece la stampa è venuta nel ‘500 e l’elettricità nell’800. Questi due “miracoli”, che hanno cambiato la modernità, oggi stanno avvenendo in contemporanea, con l’Intelligenza Artificiale, i social media, e con l’idea di trovare un’altra fonte di produzione di energia. A fronte di questi cambiamenti epocali, c’è bisogno di un lessico politico tutto da inventare. Il lessico politico vecchio non funziona più. Esso sì che va definitivamente rottamato.

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