Intelligenza artificiale: chi tiene il volante?

Se l’IA nasce da ricerca pubblica, dati e conoscenza collettiva, i profitti non possono diventare rendita privata: servono regole e controllo democratico forte

Riccardo CorbucciApprofondimenti
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ANSA

Dal 1973 a oggi, la produttività del lavoro negli Stati Uniti è cresciuta del 150%. I profitti delle imprese di oltre il 370%. Il salario reale del lavoratore medio è diminuito. Lo dice un rapporto del senatore Bernie Sanders e lo ribadisce Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, che la settimana scorsa è entrato per la prima volta nella sede nazionale del Partito Democratico al Nazareno. E lo ha detto senza mezzi termini: quella torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono andate quasi tutte verso l'alto. La domanda che ha portato con sé non era quella che si sente più spesso: dove sta andando l'intelligenza artificiale, ma un'altra, più urgente: chi tiene il volante.

Oggi l'IA di uso generale è in mano a una manciata di società private americane e cinesi. Loro possiedono la capacità di calcolo, i dati, i modelli. È una concentrazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza. E non si tratta di un dettaglio tecnico: è la vecchia domanda di chi, alla fine, controlla il significato delle cose. Parisi ha usato un'immagine che mi ha colpito. Quando oggi facciamo una ricerca online, la prima risposta è spesso quella dell'intelligenza artificiale. Ci soddisfa, e quindi ci fermiamo lì. Ma non sappiamo più da quali fonti viene tratta quell'informazione. Prima sceglievamo noi la fonte. Adesso sceglie l'algoritmo. E chi controlla l'algoritmo controlla la narrazione. Lo sappiamo bene, noi che facciamo politica: la narrazione è alla base di tutto.

Lo aveva già scritto Yuval Noah Harari in Nexus, il suo ultimo libro dedicato alla storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA. Il potere non risiede nella quantità di informazioni disponibili, ma nella capacità di trasformarle in strumenti per governare le comunità. È questo il punto che mi ha tenuto sveglio. Non è necessario che l'informazione sia vera. È necessario che ci creda il maggior numero di persone. Le grandi narrazioni storiche, quelle religiose, politiche, nazionali, non hanno mai dovuto essere verificabili per essere potenti. Hanno dovuto essere condivise. L'intelligenza artificiale, nelle mani di chi la controlla oggi, è lo strumento più efficace mai costruito per fare esattamente questo: far credere.

C'è poi la questione del lavoro. Hinton, uno dei padri di queste tecnologie, prevede insieme un aumento della disoccupazione e un aumento dei profitti. Le aziende sostituiranno i lavoratori con le macchine. E i guadagni non torneranno a chi ha reso possibile quella produttività. Torneranno a chi possiede gli algoritmi. Ma i guadagni dell'IA non nascono dal nulla. Sono costruiti su un patrimonio collettivo: decenni di ricerca pubblica, i dati che produciamo tutti noi ogni giorno, la conoscenza accumulata da generazioni intere. È un bene comune che sta diventando rendita privata. Parisi lo chiama, senza giri di parole, "il più grande furto della storia", citando Sanders.

Elly Schlein, intervenuta dopo di lui alla bella iniziativa promossa dal gruppo innovazione del Pd nazionale, ha detto una cosa semplice e precisa: "Quando la tecnologia diventa strumento in mano di pochi smette di essere una questione tecnologica e diventa politica". È esattamente il punto. La risposta che il PD prova a costruire e che condivido, ha un nome chiaro: un CERN europeo per l'intelligenza artificiale. Un'infrastruttura pubblica, aperta e trasparente, capace di mettere insieme le risorse di più paesi europei attorno a un progetto comune. Lo stesso modello che ha permesso all'Europa di essere all'avanguardia nella fisica delle particelle. Settecento milioni di euro il costo stimato. Una cifra che, messa in prospettiva con ciò che le grandi piattaforme investono ogni trimestre, non è astronomica.

Qualcuno dirà: per ora è un guscio vuoto. È vero. Ma anche il CERN, all'inizio, era solo un'idea nata dalla volontà politica di non lasciare il campo alla potenza militare americana. Le idee diventano strutture quando c'è volontà politica di costruirle. E quella volontà deve maturare anche in Italia, anche a Roma, dove il Sindaco Roberto Gualtieri ha ricordato venerdì sera alla Festa dell'unità, che un pezzo di futuro è gia in costruzione nella nostra città con l'Innovation Hub previsto a Pietralata.

Non è solo questione di infrastrutture. Le proposte che circolano, e che vale la pena portare nel dibattito pubblico italiano, sono concrete: riduzione dell'orario di lavoro almeno a 32 ore senza riduzione di salario, condivisione dei profitti con i lavoratori, una tassa sui robot che sostituiscono persone con macchine. E soprattutto: nessun algoritmo sottratto al controllo democratico. La trasparenza non è una concessione privata. È una garanzia pubblica.

Aggiungo una cosa che da romano mi riguarda direttamente. In ogni Municipio della nostra città, i servizi pubblici potrebbero beneficiare enormemente di questi strumenti. Ma a una condizione che vengano governati nell'interesse collettivo, non per ottimizzare i profitti di chi li vende. La differenza non è tecnica. È politica.

Marx, nel 1856, scriveva delle macchine a vapore: "un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria". Parisi ha chiuso con quella citazione. Io la rilancio. L'incantesimo non è un destino. Spezzarlo è una scelta politica. E la scelta comincia da chi decide chi tiene il volante.

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