Innovare, ma per chi? A Roma la sfida di Jazz’Inn Capitale

Dal 10 al 13 novembre, amministratori, ricerca e imprese a confronto: mettere la tecnologia al servizio delle persone e ridurre le disuguaglianze.

Antonella MelitoIstituzioni dal BassoMUSICA
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ANSA

Dal 10 al 13 novembre Roma ospiterà Jazz’Inn Capitale, alla Casa dell’Architettura — Acquario Romano. Un appuntamento dedicato all’innovazione che porterà nella Capitale amministratori locali, imprese, startup, università, associazioni, comitati, centri di ricerca e innovatori provenienti da diverse parti d’Italia.

Jazz’Inn nasce dall’esperienza della Fondazione Ampioraggio con un metodo particolare: non partire dalle soluzioni già confezionate, ma dai bisogni reali dei territori. Amministrazioni, comunità e imprese portano una sfida concreta; attorno a quella sfida si incontrano competenze, ricerca, tecnologia e capacità progettuale per provare a costruire insieme una risposta. Non è, quindi, una tradizionale fiera dell’innovazione. È piuttosto un laboratorio di co-progettazione, nel quale l’innovazione viene considerata non come un fine, ma come uno strumento per affrontare problemi concreti e generare sviluppo.

Quest’anno il tema scelto è particolarmente significativo: “Umanità Aumentata — Persone oltre la tecnologia”. Ed è forse proprio questa espressione a racchiudere una delle questioni politiche più importanti del nostro tempo.

Viviamo una stagione nella quale l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale stanno modificando con una velocità straordinaria il lavoro, la conoscenza, i servizi pubblici, le relazioni e persino il modo in cui costruiamo le nostre opinioni. La domanda, allora, non può essere soltanto quanto velocemente saremo capaci di innovare. Dobbiamo chiederci verso dove vogliamo andare e, soprattutto, per chi vogliamo costruire il futuro.

Ho ritrovato questa domanda, quasi inaspettatamente, alla fine della giornata di presentazione di Jazz’Inn Capitale. Nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, padre Vincenzo, membro del comitato scientifico della Fondazione Ampioraggio, ci ha accompagnati in una lettura del luogo intrecciandola proprio alla missione che Jazz’Inn prova a perseguire.

Sant’Ignazio racconta insieme materia e visione, terra e cielo. Lo sguardo parte dal basso, dal mondo concreto che abitiamo, dalle sue ombre e dalle sue contraddizioni, e progressivamente si alza. Non per fuggire dalla realtà, ma per osservarla da una prospettiva diversa e provare a costruire un orizzonte comune. Sulla volta i continenti sono raggiunti dalla luce. Un’immagine potente che, nel caos del nostro tempo, sembra suggerirci una domanda: quale luce scegliamo di seguire? Quale missione decidiamo di darci? Perché una missione comincia nel momento in cui decidiamo di affermare un valore.

Padre Vincenzo ci ha ricordato anche qualcosa che la politica, le istituzioni e persino il mondo dell’innovazione rischiano talvolta di dimenticare: non si apprende soltanto dai libri. Si apprende dalla vita, dall’incontro con un’umanità fragile, complessa, a volte disperata. E la conoscenza acquista davvero senso quando diventa responsabilità verso gli altri.

Ho pensato che, in fondo, sia esattamente questo ciò che dovremmo provare a fare anche quando parliamo di innovazione. Partire dal basso. Ascoltare bisogni e attese. Comprendere le fragilità e le disuguaglianze. E poi utilizzare conoscenza, ricerca, competenze e tecnologia per trasformare quei bisogni in possibilità.

È questa l’idea di “Umanità Aumentata” che vorrei portassimo a Roma: non un’umanità sostituita dalla tecnologia, né una società nella quale l’innovazione appartenga soltanto a chi possiede più strumenti, competenze o risorse. Ma un’umanità capace, attraverso la conoscenza e l’innovazione, prima di tutto sociale, di ampliare il proprio sguardo e le proprie possibilità.

In questi anni Roma ha investito molto sulla trasformazione digitale della città e della propria amministrazione. Va ricordato anche, però, che infrastrutture, connettività, dati e intelligenza artificiale acquistano un significato politico soltanto se riescono a ridurre una distanza: quella tra cittadini e istituzioni, tra centro e periferie, tra chi possiede le competenze necessarie per utilizzare le nuove opportunità e chi rischia invece di rimanerne escluso. Per questo innovazione e inclusione non possono essere due politiche separate.

C’è poi una parola utilizzata da padre Vincenzo che mi ha particolarmente colpita: eterotopia. Non utopia, intesa come un luogo ideale che non esiste, ma la possibilità di costruire, dentro il mondo reale, luoghi e prospettive differenti. Spazi nei quali sperimentare concretamente un altro modo di stare insieme, produrre conoscenza e immaginare il futuro.

Forse anche le città possono essere questo. E forse Roma, con la sua storia millenaria e insieme con la necessità continua di reinventarsi, può diventare uno dei luoghi nei quali provare a costruire questa relazione nuova tra innovazione e umanità.

Nella chiesa di piazza Sant’Ignazio abbiamo incontrato anche le figure di san Luigi Gonzaga, che perse la vita assistendo gli appestati, e di Giovanni Berchmans, che insegnava a leggere e scrivere ai figli dei contadini. Esperienze lontanissime dal nostro tempo e dalla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, ma capaci di consegnarci un principio ancora attuale: ogni conoscenza, ogni vocazione, ogni missione acquistano valore quando diventano servizio.

Siamo usciti da Sant’Ignazio con un augurio rivolto a Jazz’Inn Capitale e agli amministratori di Roma: essere «testimoni credibili». È forse l’espressione che più mi porto dietro da quella giornata. Perché anche la politica, quando parla di futuro, deve essere credibile. E per esserlo non può limitarsi a celebrare l’innovazione come una parola inevitabilmente positiva. Deve governarla, orientarla, renderla accessibile e chiedersi continuamente quali effetti produca sulla vita delle persone.

La vera sfida non sarà avere città semplicemente più tecnologiche. Sarà costruire città nelle quali la tecnologia renda le persone più libere, le istituzioni più vicine, le opportunità più accessibili e le disuguaglianze meno profonde.

Perché innovare non significa soltanto immaginare il futuro. Significa decidere per chi vogliamo costruirlo.

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