Processo Hydra: Ercole è scomparso insieme alla questione morale
Tra silenzi e giustificazioni emergono sempre più spesso legami sospetti tra clan ed esponenti della destra lombarda e non. Ma la solita scusa del «non sapevo chi fosse» non basta più

ANSA
È normale che figure politiche elette si frequentino ed incontrino esponenti mafiosi? È accettabile che la giustificazione sia, ogni volta «ci ho solo parlato», «non ne ero a conoscenza»? Esiste ancora, oltre al binomio semplicistico tra assoluzione e colpevolezza, l’etica pubblica, il senso di responsabilità di chi, rappresentando tutte e tutti noi, dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto? Me lo chiedo prima di tutto da eletto, di fronte a ciò che emerge progressivamente dall’inchiesta Hydra. Un quadro grottesco che richiede un’assunzione di responsabilità da parte dei politici coinvolti, a partire dall’Assessore Regionale alla sicurezza Romano La Russa, che sono necessariamente chiamati a rendere conto nelle istituzioni in cui sono eletti.
La mastodontica operazione antimafia ha portato 145 arresti e 225 milioni di euro sequestrati, svelando all’Italia il nuovo consorzio mafioso tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia. Un sistema già in parte accertato con le 62 condanne, per 416 anni complessivi, nel processo con rito abbreviato: associazione mafiosa, estorsione aggravata mafiosa, usura aggravata, traffico di armi ed altri notevoli capi di imputazione. Ma c’è di più: le dichiarazioni dei pentiti così come le intercettazioni rivelano una vera e propria ossessione del sistema mafioso lombardo per gli esponenti politici del centrodestra, raccontati come amici, contatti a disposizione o contatti da recuperare.
È un carosello di personaggi discutibili, e di dichiarazioni sconcertanti, apprese ad oggi unicamente a mezzo stampa nell’attesa di poter accedere agli atti. Un carosello da scorrere insieme con accanto le dichiarazioni a mezza bocca, a volte imbarazzate ma sempre imbarazzanti, dei notabili del centrodestra.
C’è Gioacchino Amico, selfie-man con Giorgia Meloni, referente al Nord del Clan Senese, iscritto a FdI ed oggi collaboratore di giustizia. Amico organizzava per Carlo Fidanza, big di FdI in Europa, la partecipazione ad eventi politici, con tanto di ringraziamenti da Fidanza dal palco registrati in video e di ammissione «mi ha sostenuto in campagna elettorale». Nelle intercettazioni dice «Con la tessera di Fratelli d’Italia faccio il sindaco a Busto Garolfo» e sostiene di avere contatti per «prenderci tutte le cliniche», riferendosi alla gestione dei servizi nelle Rsa dell’Eurodeputato Mario Mantovani (FdI), già condannato per turbativa d’asta. Documentati anche i suoi incontri con la sottosegretaria all’istruzione Paola Frassinetti FdI e altre deputati e deputati del centrodestra. I citati si sono difesi così: «non sapevo chi fosse all’epoca».
C’è Antonio Vestiti, presunto emissario di punta del clan camorristico Senese, che scopriamo, grazie al prezioso lavoro di inchiesta di Nello Trocchia su Domani, rivendica in molte chiamate intercettate un rapporto stretto Romano La Russa, fratello della seconda carica dello Stato, e di avervi mangiato assieme in diverse occasioni, tanto da spendere parole di miele per Romano, che «è meno cinico di Ignazio». Entrambi negano ogni incontro ma, di fronte alla richiesta di una informativa urgente in Consiglio Regionale e in Commissione Antimafia avanzate da me e dai Consiglieri di opposizione, l’Assessore La Russa tace.
C’è la compagna di Vestiti, Rosalia Brasacchio, Assessora Comunale a Cologno Monzese per più mandati in quota Lega fino alla sconfitta del centrodestra, dimessasi pochi giorni fa da Consigliera Comunale di opposizione, ora indagata per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, aggravata dall’agevolazione mafiosa.
C’è William Alfonso Cerbo, anche lui pentito del Clan Senese, che parla dei tentativi di contattare Daniela Santanchè per aprire una «segreteria politica» in uno spazio condiviso con l’Ex Ministra, per il sostegno elettorale ad un candidato “dell’area di Milano”, progetto poi saltato.
C’è Gioacchino Errante Parrino, esponente di Cosa Nostra, già condannato per reati di Mafia, che incontra il Sindaco di Abbiategrasso Nai (centrodestra). Nai si dichiarerà poi, ovviamente, inconsapevole di chi fosse Parrino.
Di fronte a tutto ciò una domanda sorge spontanea: Ercole come può sconfiggere l’Hydra, se nel migliore dei casi non la riconosce, e nel peggiore ne diventa amico? La promiscuità e la facilità con cui plurimi esponenti indagati o condannati per reati di mafia hanno costruito relazioni ed incontri con esponenti di primissimo piano dei partiti di governo è preoccupante. Ma ancora più preoccupante è la scelta loro e dei loro partiti di tacere, di limitarsi a giustificazioni auto-assolutorie indegne di chi, rivestendo incarichi delicati per lo Stato, dovrebbe prestare particolare attenzione ai rapporti che intrattiene.
Non possiamo più accettare la totale cancellazione dell’etica pubblica dal dibattito, l’idea che tutto ciò che non espressamente illegale o la cui illegalità non è immediatamente dimostrabile, sia lecito. Non possiamo permetterlo perché un dibattito pubblico privo di etica, che riduce la questione morale a chiacchiericcio insignificante, produce una politica più permeabile alla criminalità organizzata, già enormemente presente in Italia, con un giro d’affari superiore ai 43 miliardi di euro all’anno. Produce un politica “lunare”, incomprensibile alle persone che si allontanano sempre di più dal gioco democratico.
E allora tornano alla mente le parole di Paolo Borsellino, figura abusata dalla destra Italiana come foglia di fico per mostrare la propria adesione al contrasto alle Mafie. Borsellino nel suo ultimo incontro pubblico, il 25 giugno 1992 presso la biblioteca comunale di Palermo, un mese prima di via d’Amelio, diceva: «Ora l’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice “quel politico era vicino al mafioso …. però la magistratura non l’ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto”. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale… Altri poteri, cioè i politici … dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano quel politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica».
Un auspicio tradito, quello di Borsellino, dagli stessi Partiti che giocano a rivendicare l’eredità del giudice ucciso da Cosa nostra il 19 luglio 1992, accostandola alla loro storia politica. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano, i diretti interessati, delle parole del Giudice: quando si presenteranno in aula, potremo finalmente chiederglielo.
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