In ricordo di Lionel Jospin

Roberto MorassutIl Punto
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ANSA

Se c’è un uomo che ha incarnato e interpretato più di ogni altro le speranze e i limiti, i sogni e le delusioni, i successi e le sconfitte delle “vie nazionali al socialismo” della fine del XX secolo, questi è Lionel Jospin, il padre della “gauche plurielle” francese della fine degli anni ’90, e il leader della travolgente sconfitta subita contro la destra nazionalista e fascista di Jean-Marie Le Pen pochi anni dopo, nel 2002, alle Presidenziali.

Nel suo percorso politico si sono intrecciate le travagliate vicende della sinistra socialista e comunista francese che, dagli anni Trenta – l’epoca del Front populaire – agli anni della presidenza di François Mitterrand, fino al suo governo, hanno portato spesso la Francia ad essere un punto di riferimento della sinistra europea e mondiale, nel campo delle politiche sociali, del lavoro, delle politiche economiche e fiscali, dei diritti civili e del ruolo internazionale per la pace e per la costruzione di un’“Europa sociale”.

La forza e la radicalità di quelle politiche e il modello politico delle alleanze restano un punto di riferimento ancora attuale, sia per le parti vive e ancora applicabili oggi, con i necessari aggiornamenti, sia per i limiti che, allora come oggi, si concentrano sul tema del rapporto tra azione nazionale e contesto europeo, e sugli effetti della globalizzazione.

Nel 1997, sotto la presidenza di Jean-Jacques Chirac, Jospin vinse le elezioni parlamentari costruendo un’alleanza che per la prima volta univa una sinistra plurale fatta di socialisti, comunisti, radicali, repubblicani moderati, ecologisti e movimenti civici, ponendo al centro dello schieramento il suo Partito socialista – a sua volta un sottocosmo di correnti e ispirazioni – e la sua figura come “rassembleur”.

Il suo governo mise in atto riforme di grande radicalità e profondità.

Mitterrand era morto nel 1995 e, dopo una prima fase di governi di sinistra, aveva anch’egli dovuto convivere con amministrazioni moderate che avevano iniziato a smontare parti del suo disegno riformista.

Il Partito socialista andava perdendo l’energia propulsiva degli anni ’80 e faticava a contrastare le ricette del liberismo economico.

La crisi aveva iniziato a farsi sentire.

Per tutte queste vicende. Il profilo di Jospin parla molto alla sinistra italiana di oggi.

Egli si trovò davanti all’esigenza di rispondere a una serie di questioni che sono oggi, di nuovo e più che mai, davanti agli occhi dei progressisti e dei riformisti italiani ed europei: restituire un appeal sociale alla sinistra, promuovere un programma radicale di riforme che risponda alle gravi condizioni di diseguaglianza e alle domande delle fasce più fragili della popolazione e dei giovani, aprire lo spazio a nuove domande e nuove esigenze – nel frattempo divenute impellenti – nel campo dei diritti civili e della sostenibilità ambientale, assumere con nettezza e radicalità la questione morale che aveva toccato ampi settori della sinistra francese da tempo al governo e che, anche per questo, era vissuta come un sistema di potere lontano dal popolo.

Nello stesso tempo Jospin aveva bisogno di “federare” un “campo largo” fatto di soggetti potenzialmente confliggenti e tra loro competitivi, trovando i giusti equilibri dentro una prospettiva di “riformismo radicale”.

Sembra esattamente il fotogramma della sfida attuale della sinistra italiana.

Il suo governo ridusse l’orario di lavoro a 35 ore, inaugurò la stagione dei diritti civili introducendo i PACS e i primi provvedimenti sulle unioni civili – poi mutuati in tutta Europa –, rafforzò il modello universale e gratuito della sanità pubblica.

L’Europa di Jospin era invece, in parte, diversa da quella che oggi immaginiamo, in un contesto totalmente mutato. Diversa, ma con elementi su cui ancora riflettere.

Alla vigilia delle elezioni presidenziali, per le quali si candidò nel 2002, egli parlò della necessità di un’Europa “più sociale che federale”.

Agiva in lui, e in tutta la Francia, un modello di Europa ancora basato sull’asse franco-tedesco e quindi su un reciproco e paritario riconoscimento di forza nazionale; ma in questa dialettica con i tedeschi vi era anche la sottolineatura della diversità tra le ricette radicali del suo socialismo e quelle più riformiste di Schröder, ancora in parte alle prese con la realizzazione dell’unità tedesca attraverso grandi progetti di modernizzazione e di sostegno all’economia mista nel settore orientale.

Ma il tema del rapporto tra politiche nazionali e contesto internazionale, e della globalizzazione, si presentò in modo inatteso e devastante alle presidenziali del 2002, quando la “sinistra plurale” fu travolta dalla destra nazionalista di Le Pen, che andò al ballottaggio contro Chirac, tenendo fuori Jospin e, per la prima volta nella storia della V Repubblica, la “gauche”.

Le Pen raccolse enormi consensi proprio tra quelle fasce popolari, nelle banlieue operaie, sventolando il tema della sicurezza e della lotta agli immigrati.

In questo emersero i limiti del tentativo di Jospin e della gauche: radicali, ma ancora concentrati su un orizzonte nazionale, insufficiente a cogliere e interpretare l’insieme delle istanze dei ceti popolari e, complessivamente, della società francese.

Jospin aveva una formazione trotzkista, come il suo erede Mélenchon.

Tradusse in pratica la sua istintiva inclinazione per i “movimenti” come linfa delle organizzazioni partitiche – una visione che Trotsky, a sua volta, aveva ereditato dalla sua iniziale appartenenza menscevica – più che per le illusorie certezze “apparatizie” delle organizzazioni politiche.

E anche questo è un grande campo di riflessione fecondo e attuale per una forza come il PD, così naturalmente caratterizzato da una forma mobile e fluttuante, che appare capace di muoversi più agevolmente e fruttuosamente quando si presenta come un partito-movimento che come un partito classico.

Sconfitto alle presidenziali, Jospin si ritirò dalla vita politica, con un atto di estrema coerenza, sperando di aprire il campo a una “rigenerazione” della gauche che, tuttavia, non sembra, ancora oggi, pienamente matura.

Certo pesa, per la Francia più che per l’Italia, la traduzione del mito nazionale nel contesto europeo, nodo che interrogò anche Jospin in forme assai spinose.

Dalla nostra Penisola volgiamo oggi lo sguardo ai compagni francesi che abbrunano le loro bandiere in saluto di Lionel Jospin e ci uniamo al loro cordoglio con l’impegno di raccogliere il meglio della sua eredità per un’Italia più sociale e più democratica, e riflettere sulle sue sfide irrisolte per una nuova idea di internazionalismo e per un’Europa più sociale, ma anche più federale.

Gli Stati Uniti d’Europa.