Gianni Cervetti, il togliattiano riformista

ANSA
Non è davvero compito agevole rappresentare in poche frasi la personalità complessa di Gianni Cervetti, scomparso il 7 maggio a 93 anni. Per farlo declinerò quattro parole: comunista italiano, riformista, milanese, colto.
Gianni fu uno dei più importanti dirigenti del Partito Comunista Italiano, percorrendo nella sua militanza tutte le tappe del cursus honorum di quel che un tempo si chiamava "rivoluzionario di professione". Iscritto giovanissimo alla Federazione Giovanile Comunista Italiana, individuato come un quadro promettente e inviato alla scuola di partito a Mosca, dove anche si laureò, conobbe Franchina, la compagna inseparabile di una vita, con cui ebbe il figlio Andrea.
Rientrato in Italia, il suo primo impegno fu dirigere la Camera del Lavoro di Milano, incarico prestigioso nella più alta concentrazione italiana di operai e lavoratori dipendenti. E in quell'incarico mise già in mostra il suo profilo di dirigente riformista (anche se questa parola era rifiutata dal linguaggio comunista). Dopo alcuni anni passò a dirigere il Partito milanese negli anni segnati dalla strage di Piazza Fontana e dalle trame nere. E qui Cervetti manifestò appieno le sue doti di dirigente: fu lui a insistere perché, di fronte alla strage della Banca dell'Agricoltura, vi fosse immediatamente una risposta democratica di massa, chiamando lavoratori e cittadini a una forte mobilitazione. E fu lui a promuovere la costituzione del "Comitato unitario antifascista per la difesa dell'ordine repubblicano", coinvolgendo tutti i partiti dell'arco costituzionale, Democrazia Cristiana compresa, erigendo così un argine democratico che si rivelò decisivo per sconfiggere prima il terrorismo nero e poi il terrorismo rosso. Pochi ricordano che in quella terribile temperie Cervetti diede indicazione a tutte le organizzazioni milanesi del Partito di esporre, accanto al vessillo rosso, il tricolore italiano. Una scelta oggi scontata, ma non in anni in cui la destra aveva sequestrato il tricolore facendone un simbolo di parte.
Forte di questa esperienza, fu chiamato nella Segreteria nazionale a dirigere la strategica "sezione di organizzazione", dove Gianni impresse una forte carica innovativa, potenziando le direzioni regionali, promuovendo una nuova generazione di quadri e operando perché il partito assumesse una cultura di governo da lui riassunta nella formula "partito di governo e di lotta" (rovesciando la formula inversa di partito di lotta e di governo).
Emersero lì il suo carattere di comunista "italiano", profondamente legato al pensiero di Antonio Gramsci e all'esperienza culturale e politica di Palmiro Togliatti. Rappresentare la classe operaia, le sue rivendicazioni e i suoi diritti deve sempre saldarsi alla capacità di parlare alle tante articolazioni di una società ricca di valori, saperi e competenze, tessendo intese unitarie più larghe, soprattutto nel costruire una barriera democratica sia contro i tentativi eversivi della destra più estrema di minare le basi della Repubblica, sia contro l'offensiva armata del terrorismo rosso.
Questo suo profilo "togliattiano e riformista" non gli impedì di collaborare strettamente e lealmente con Enrico Berlinguer, soprattutto nel decisivo passaggio della fuoriuscita del PCI dal movimento comunista internazionale a guida sovietica. Furono gli anni in cui Berlinguer con coraggio non esitò a considerare "esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'Ottobre", a riconoscere il ruolo della NATO, ad assumere l'integrazione europea come lo spazio strategico di azione del PCI e a considerare la "democrazia un valore universale da cui non si può prescindere per qualsiasi azione di promozione umana e di trasformazione della società". E fu la stagione prima dell'eurocomunismo e poi del progressivo avvicinamento del PCI alla socialdemocrazia europea. Furono anche gli anni della crescita elettorale del PCI, della formazione delle giunte rosse nelle grandi città, tra cui Milano, e della proposta del compromesso storico per mettere la democrazia italiana al riparo da tentativi di involuzione reazionaria.
Di ciascuno di quei passaggi Gianni fu non solo convinto sostenitore, ma — grazie alla profonda conoscenza del mondo sovietico — anche protagonista, come emerge bene da L'oro di Mosca, il libro in cui Cervetti ricostruì il complesso e non scontato cammino dell'autonomizzazione del PCI. Un cammino che, più avanti, lo condurrà a guidare al Parlamento Europeo la creazione di un gruppo parlamentare distinto dal gruppo degli altri partiti comunisti.
In tutta la sua traiettoria politica Cervetti fu un "riformista", con la profonda convinzione che il PCI fosse chiamato ad assolvere una funzione democratica e nazionale. Alieno da qualsiasi forma di massimalismo o di populismo, sapeva che un partito svolge la sua funzione democratica e nazionale in quanto sia capace di interloquire con ogni mondo della società, aprendosi al confronto senza pregiudizi, facendo aderire il partito alla società come "un guanto aderisce alla mano", come proprio Cervetti amava dire. Convinto sostenitore dell'unità della sinistra, non si rassegnò alla rottura tra PCI e PSI e con tenacia continuò a sostenerla, ritrovando una sintonia con Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte, Eugenio Perna, Paolo Bufalini, Luciano Lama, con i quali strinse un sodalizio politico e umano che lo accompagnò per tutta la vita, esponendolo non di rado a giudizi ingenerosi.
Gianni fu un dirigente profondamente "milanese" nel carattere, nel modo di pensare e di agire, nel linguaggio. Nato in quella città e lì cresciuto, Cervetti ne esprimeva la cultura del lavoro, il gusto della sfida, la tensione alla modernità e all'innovazione, il carattere internazionale che fa di Milano, da sempre, una metropoli orgogliosa di essere riconosciuta nel mondo come l'"altra capitale" del nostro Paese. E quando, per avvicendamenti nel gruppo dirigente di Botteghe Oscure, lasciò la Segreteria nazionale, Gianni volle tornare a Milano, consapevole che da segretario regionale della Lombardia avrebbe esercitato un'influenza rilevante sulle scelte del partito nazionale.
Si salda a questo carattere milanese il profilo culturale dell'uomo Cervetti, appassionato bibliofilo con una sterminata collezione di rare edizioni della Divina Commedia; così come nella sua biblioteca di casa si ritrovavano edizioni preziose delle opere di Voltaire, Diderot, d'Alembert e dei più significativi filosofi illuministi.
Toccai con mano il suo credito nel mondo culturale milanese quando fui incaricato da Enrico Berlinguer di agire per salvare la casa editrice Einaudi — l'editore della Storia del PCI di Paolo Spriano — da un imminente possibile fallimento. Ritenendo che per salvare quella casa editrice fosse necessario individuare un editore sufficientemente autorevole e robusto — ed essendo Milano la capitale dell'editoria italiana — mi rivolsi a Cervetti chiedendogli consiglio. La risposta di Gianni fu immediata, accompagnandomi da Giorgio Fantoni, il titolare della prestigiosa Electa. Un colloquio che si rivelò proficuo perché con Giorgio Fantoni e Massimo Vitta Zelman predisponemmo insieme tutte le azioni che nell'arco di tre anni portarono a salvare Einaudi.
Il capolavoro di cui Cervetti era più orgoglioso è l'Orchestra Sinfonica di Milano, che nacque grazie a una instancabile determinazione di Gianni e di Luigi Corbani che, superando ogni ostacolo, pregiudizio e obiezione, regalarono alla città una istituzione culturale oggi unanimemente riconosciuta come prestigiosa.
Voglio concludere questo ricordo di Gianni sottolineando lo stile sobrio a cui ispirava ogni suo comportamento pubblico e privato. Viveva con l'amata ed esuberante Franchina in una casa "normale", passava ogni weekend in Brianza nella sua "dacia" (come scherzosamente la chiamavano gli amici), improntava ogni relazione al rispetto e alla consapevolezza che anche l'interlocutore più distante è portatore di verità. Per questo stile rigoroso venne ingiustamente dipinto come un grigio burocrate, caricatura da cui si sentiva offeso. È stato invece un dirigente esemplare e coerente, che ha ispirato la sua militanza e l'intera sua esistenza a far vivere ogni giorno i valori di liberazione e giustizia in cui credeva profondamente. E per tutto quel che ci ha dato, con straordinaria generosità, gli è dovuto un sentimento di sincera gratitudine.
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