Imperium: a Venezia immagini mai viste della vita quotidiana dell’URSS girate da registi italiani
Loznitza, importante documentarista ucraino, montandole insieme, propone un’affascinante archeologia dello sguardo su una civiltà scomparsa

ANSA
Una enorme testa di Lenin con il capo e il naso ricoperti di neve, una donna che frantuma la coltre di ghiaccio, per raggiungere l'acqua e sciacquare i panni, che trascina il bucato su una piccola slitta, un enorme cartellone che campeggia in una strada di provincia con gigantografie dei "migliori dipendenti della fabbrica" e naturalmente colate siderurgiche e scintille, megalitiche assi rotanti e camion con ciclopiche gru, cingolati le cui ruote hanno l'altezza di un uomo: in Imperium di Sergei Lznitza, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, la realtà quotidiana, densa e anonima, registrata senza enfasi dalla cinepresa, estranea ad ogni propaganda, ci porta, per la prima volta dalla nascita dell’Unione Sovietica, senza commenti o didascalie (tranne quelle che indicano i luoghi) o censure, dentro l’URSS. Dove è giaciuto questo materiale per così tanti anni prima di approdare ad uno dei festival più importanti del mondo?
Tra il 1971 e il 1973, l’URSS di Breznev, è una federazione sconfinata di regioni che fanno capo ad uno Stato monolitico ma già stagnante: i vertici del partito decidono di aprire le porte ad un manipolo di registi italiani (tra cui nomi di peso come il documentarista Folco Quilici e lo sceneggiatore Giorgio Arlorio) per delle riprese che documentino l’Unione Sovietica nella sua molteplicità, dall’Artico all’Asia Centrale, dal Baltico al Caucaso. Ne vennero fuori decine e decine di ore, quasi 60, conservate dall’AMOD (l’Archivio del Movimento Operaio e Democratico ) dalle quali uno dei registi di maggiore esperienza nell’uso di materiale di repertorio, l’ucraino Sergei Loznitza, con l’aiuto di Luca Ricciardi, produttore esecutivo, ha montato Imperium, 175 minuti di puro e semplice svolgimento della vita quotidiana nella capitale, Mosca, come nelle regioni più periferiche.
Il coacervo di identità etniche (armene, uzbeke, azere, georgiane, ucraine) frantuma da subito l’idea che il comunismo abbia saputo, grazie ai propri ideali socialisti, costruire un mondo inconfondibile e uniforme, in realtà «fingendosi più compatto di quanto sia in realtà e camuffando la sua natura di stato imperialista e coloniale dietro una (bellissima) parvenza di libertà, dignità e giustizia sociale» come scrive Francesco Costantini in un bel pezzo su Asbury Movies - Imperium è stato molto recensito non solo in Italia ma anche dalla stampa internazionale - ma questi lunghi minuti di ore qualsiasi, tra fabbriche e allevatori, industria pesante e antica agricoltura, cerimonie ancestrali in borghi sperduti e parate moscovite, hanno il primato di essere gli unici sguardi in cui degli occidentali hanno rubato dalla esistenza quotidiana dell’Unione Sovietica ciò che restava di quel sogno.
Qual era? L’utopia di un Grande Paese con intere regioni di volti dagli occhi asiatici come fenditure e austere cattedrali baltiche, cavalieri caucasici edeserti asiatici, in cui ogni area ha i suoi costumi locali e le sue danze sagomate e ipnotiche, le sue ballate romantiche («ti sei messa il rossetto? mia cara sei il mio raggio di sole nella foresta») in una lingua sconosciuta - anche se, naturalmente , ad un certo punto qualcuno, roteando su se stesso, si mette a ballare “Viburno rosso” che chiunque conosce e conosceva anche al di qua della cortine di ferro.
Ciò che più colpisce, di questa possibile idea-totalità, di società e di civiltà, ciò che emerge forse con maggiore evidenza involontaria da queste immagini, è la semplice presenza primordiale e biologica del mondo animale di una ricchezza sorprendente: non solo tori, buoi, cavalli, e ovini ma anche renne, alci, dromedari e cerbiatti che saltano decine di metri. Il postcomunismo ha dimostrato assai dolorosamente quanto l’unità di quel mondo fosse fittizia (con la conseguenza di una guerra sanguinaria che miete vittime quotidiane anche oggi), ma lo sguardo di queste immagini racconta di popoli assai diversi che avevano con il mondo animale lo stesso rapporto di prossimità e coesistenza: lo stesso senso di appartenenza a qualcosa di originario e permanente.
La sera del 25 dicembre del 1991 la bandiera rossa, fu ammainata dal Cremlino e l’URSS cessò definitivamente di esistere, come ci ricorda l’ultimo cartello del film. Imperium, un po’ come le rovine romane per i ritrattisti romantici, conserva proprio qualcosa di quel fascino che hanno le civiltà scomparse e le tracce inconsapevoli dei loro sogni morti.
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