Il «Woke 1» e la scommessa di una nuova maggioranza

La sinistra non deve scegliere tra diritti civili e sociali, ma riconoscere le differenze e ricomporle nel conflitto sulla distribuzione di ricchezza e potere.

Andrea CatenaApprofondimenti
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ANSA

La frase di Alexandria Ocasio-Cortez «Woke 1 was crazy» ha riaperto anche in Italia il dibattito sulla cultura woke. Una parte della discussione l’ha rapidamente tradotta così: perfino AOC avrebbe riconosciuto che «il woke è una follia».

Non è ciò che ha detto. Intervistata il 9 agosto da Jonathan Karl nel programma This Week di ABC, Ocasio-Cortez stava discutendo delle posizioni assunte da settori della sinistra americana nella particolare congiuntura del 2020. Ha ripreso una battuta del consigliere socialista di New York Chi Ossé — «Woke 1 was crazy» — riconoscendo che la retorica di allora non sarebbe quella utilizzata oggi, ma definendo anche alcune di quelle discussioni «fruitful», fruttuose.

“Woke 1” significa quindi qualcosa come Woke 1.0: la revisione di una determinata stagione, non la liquidazione complessiva delle battaglie che l’hanno attraversata.

Anche il termine woke richiede cautela. Nasce nella cultura afroamericana come invito a restare vigili di fronte al razzismo. Dopo Ferguson e Black Lives Matter, il suo significato si estende alle discriminazioni di genere, all’orientamento sessuale, al linguaggio e alle rappresentazioni.

Sotto la successiva etichetta di “wokismo” sono però confluite esperienze assai diverse: Black Lives Matter, l’intersezionalità di Kimberlé Crenshaw, i femminismi, la teoria queer, la cancel culture, l’abolizionismo penale. Non costituiscono un’ideologia unitaria. È stata soprattutto la battaglia culturale della destra a riunire questa galassia sotto il nome di un unico avversario.

Ciò non significa negare che una fase woke sia realmente esistita. Soprattutto attorno al 2020, una parte del progressismo americano ha assunto una configurazione fortemente identitaria. La sua acquisizione più importante è stata mostrare che il dominio non passa soltanto attraverso proprietà, salario e reddito, ma anche attraverso linguaggi, rappresentazioni, istituzioni e costruzione sociale della normalità.

Il limite emerge quando la critica del simbolico si autonomizza dalla trasformazione delle relazioni sociali. La politica rischia allora di diventare amministrazione delle identità e delle sensibilità; la differenza, appartenenza; il dissenso, colpa morale. Alcune manifestazioni della cancel culture, il deplatforming e parole d’ordine come defund the police hanno espresso questa torsione.

Criticare “Woke 1” non significa quindi rinnegare antirazzismo, femminismo o diritti civili.

AOC viene dal socialismo democratico

È proprio qui che una parte della lettura italiana rischia l’equivoco maggiore. Alexandria Ocasio-Cortez non è una “woke” che oggi rinnega la propria ideologia di provenienza. La sua genealogia politica è quella della rinascita del socialismo democratico americano prodotta dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, alla quale partecipò come organizzatrice nel South Bronx.

Sanders riportò nel dibattito americano working class, concentrazione della ricchezza, potere dei miliardari, sindacalizzazione, sanità universale, diritto alla casa e all’istruzione. La sua campagna diede anche un impulso decisivo alla crescita dei Democratic Socialists of America (DSA), pur essendo Sanders un indipendente e la DSA un’organizzazione autonoma.

AOC appartiene dunque a una costellazione socialista democratica che successivamente incontra la galassia antirazzista, femminista, Lgbt e intersezionale. Le due genealogie possono integrarsi, ma non coincidono. Il socialismo democratico cerca ciò che connette condizioni differenti dentro rapporti sociali comuni; la politica identitaria parte invece dalle diverse modalità attraverso cui quei rapporti vengono vissuti.

Il rischio del primo è il riduzionismo economicistico; quello della seconda è la frammentazione del soggetto politico.

La questione non è allora scegliere tra classe e differenze, ma capire come le differenze operino dentro le relazioni sociali e come quelle relazioni possano essere trasformate.

È anche il punto più interessante emerso nel recente dibattito italiano. Carlo Galli ha osservato che il limite del woke sta nella difficoltà di passare dalla critica delle gerarchie simboliche a quella delle strutture del potere economico. Giuseppe Conte, con un approccio meno liquidatorio di quanto alcuni titoli abbiano suggerito, ha riconosciuto le acquisizioni della cultura woke, sostenendo però che non possa diventare l’«ossatura ideologica» di una forza progressista e proponendo di tenere insieme riconoscimento e redistribuzione.

Ma non basta sostituire alla politica delle identità un generico ritorno alla “questione sociale”. Materiale e simbolico non sono due mondi separati.

Dalle identità alle relazioni

L’identità può essere pensata non come una sostanza, ma come una relazione. Individui e gruppi si costituiscono dentro rapporti economici, sociali, culturali e linguistici che la loro stessa azione contribuisce a modificare.

Anche una differenza acquista significato nella relazione. Quando una differenza modifica la relazione, essa costituisce informazione: produce un effetto, orienta possibilità e comportamenti. Il problema politico nasce quando determinate strutture sociali assumono alcune differenze come informazioni capaci di distribuire stabilmente opportunità e potere.

Il razzismo non deriva dalla semplice esistenza di differenze somatiche, ma da relazioni storiche che attribuiscono loro una determinata efficacia sociale. Lo stesso avviene, in forme diverse, con il genere o l’origine.

L’identitarismo rischia allora di compiere un rovesciamento: ciò che è prodotto dalla relazione viene assunto come un’identità sostanziale che la precederebbe.

Una politica emancipativa dovrebbe compiere il movimento opposto: non negare le differenze, ma trasformare le relazioni attraverso cui esse producono determinati effetti.

Per questo la verifica resta nella prassi. Una corporation può adottare il linguaggio più sofisticato della diversità, continuando a comprimere salari e diritti. Può modificare la rappresentazione senza modificare la relazione. La domanda decisiva è quindi: quali rapporti vengono realmente trasformati e come cambia la distribuzione del potere?

Oltre il populismo

Da questo punto di vista, il socialismo democratico americano mostra una maggiore densità politica anche rispetto alla tradizione populista da cui proviene il Movimento 5 Stelle (M5S).

Il populismo costruisce tipicamente il conflitto come popolo contro élite, cittadini contro casta. È una formula mobilitativa potente, ma strutturalmente indeterminata: nel “popolo” possono convivere chi vive di salario e chi vive di rendita; nell’“élite” il miliardario, il politico, il funzionario o l’intellettuale.

Quando Sanders parla di oligarchia, indica invece il processo attraverso cui la concentrazione della ricchezza diventa concentrazione del potere economico, politico e mediatico. Non a caso il Fighting Oligarchy Tour, realizzato in molte tappe insieme ad AOC, ha posto precisamente questo conflitto al centro della mobilitazione.

Il populismo tende a denunciare chi sta in alto; il socialismo democratico cerca di spiegare quali relazioni producono quel potere.

Non occorre farne una polemica con il M5S. L’evoluzione impressa da Conte — salario minimo, welfare, sanità, precarietà, diseguaglianze — mostra anzi il tentativo di radicare il Movimento nel campo progressista. Rimane però aperta una questione: una cultura politica nata dalla contrapposizione popolo-casta può diventare pienamente una forza di trasformazione senza passare dalla denuncia delle diseguaglianze all’analisi delle relazioni che le producono?

Il populismo tende a presupporre il popolo; l’identitarismo tende a presupporre le identità. Una politica socialista democratica deve invece costruire il soggetto politico, mettendo in relazione condizioni differenti e trasformandole in interessi comuni e volontà collettiva.

L’universalismo non consiste allora nel cancellare le differenze, ma nel costruire condizioni nelle quali nessuna differenza diventi un destino.

La possibile scommessa di AOC

È forse in questa chiave che va letta la recente evoluzione di Ocasio-Cortez.

Nella stessa intervista in cui cita «Woke 1 was crazy», AOC indica nella working class la priorità dei democratici e concentra il discorso su casa, sanità e costo della vita. Non ha escluso una candidatura presidenziale nel 2028, pur indicando nelle elezioni di midterm l’obiettivo immediato.

È presto per sapere se esista già una strategia compiuta. Ma l’ipotesi politica è plausibile: AOC potrebbe stare tentando di costruire attorno alla piattaforma progressista una maggioranza più larga, uscendo dai confini di una politica percepita prevalentemente come rappresentanza delle minoranze.

Non significa abbandonarle. La working class americana è essa stessa multirazziale e attraversata dalle differenze di genere e di origine. Significa piuttosto trasformare donne, minoranze, giovani, precari e settori impoveriti delle classi medie da destinatari separati di politiche di riconoscimento in componenti di una maggioranza sociale.

Il conflitto capace di dare unità a questa pluralità è quello fra oligarchie economiche e una working class molto più vasta e articolata del proletariato industriale novecentesco.

Se dal dibattito americano viene una lezione per il campo progressista italiano, occorre superare tanto l’esultanza provinciale per la presunta «fine del woke» quanto la sua difesa indiscriminata e partire da qui: non scegliere fra diritti civili e diritti sociali, ma costruire una maggioranza capace di riconoscere le differenze e ricomporle attorno al conflitto sulla distribuzione della ricchezza e del potere.

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