Il turismo cresce, i salari arretrano: quanto costa davvero la vacanza

Il turismo cresce grazie soprattutto agli stranieri, mentre il potere d’acquisto resta ben sotto i livelli del 2019. Gli ombrelloni vuoti raccontano il divario.

Giovanni Battista De LupisApprofondimenti
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ANSA

Una fila di ombrelloni liberi, nel cuore dell’estate, attira l’attenzione. Ancora di più quando poco distante c’è un cartello con le tariffe della stagione. Una settimana con ombrellone e due lettini, nelle località monitorate da Altroconsumo, costa oggi in media 225 euro: nel 2021 ne costava 182. Quarantatré euro difficilmente decidono da soli le sorti di una vacanza, ma entrano in quel calcolo, sempre meno automatico, che precede una spesa.

L’immagine degli stabilimenti meno affollati ha accompagnato buona parte della stagione, insieme a temperature eccezionali e a un racconto diffuso di frequentazione intermittente, e ha alimentato la sensazione di una crisi del turismo italiano.

È una sensazione che coglie qualcosa di vero, ma solo in parte: il rapporto degli italiani con la vacanza sta effettivamente cambiando, non tanto perché il turismo arretri, quanto perché la crescita complessiva si sta spostando su basi diverse da quelle di sempre. Per capirlo bisogna guardare oltre gli ombrelloni vuoti, ai dati che ne stanno dietro.

Il turismo italiano, infatti, continua a crescere. Nei primi tre mesi del 2026 le strutture ricettive hanno registrato 71,6 milioni di presenze, quasi cinque milioni in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La parte rilevante, però, non è la crescita in sé, ma la sua composizione: oltre quattro milioni di quelle notti aggiuntive vengono dalla componente straniera, contro un incremento di circa settecentomila per gli italiani. Quasi tutta la nuova crescita, in quel trimestre, arriva da fuori.

Non è un episodio isolato. Nel 2024, anno record per il turismo italiano, le presenze straniere erano aumentate dell’8,4 per cento, mentre quelle dei residenti erano leggermente diminuite. Gli stranieri rappresentavano già più della metà dei pernottamenti complessivi: una soglia superata stabilmente, non un picco congiunturale.

Questa composizione distingue l’Italia dagli altri grandi mercati turistici del continente. In Francia la domanda interna rappresenta ancora circa due terzi delle presenze; in Germania supera l’80 per cento. In Italia la componente straniera è diventata maggioritaria.

È una differenza strutturale, non un dettaglio statistico: significa che la crescita del turismo italiano dipende sempre meno dalla sola capacità di spesa degli italiani e sempre più dalla domanda di chi arriva da fuori.

Gli italiani, va detto, continuano a partire, e l’Italia resta largamente dentro le loro scelte di vacanza. Ma il modo di spendere durante il soggiorno diventa più selettivo.

Una località può avere le camere occupate e file libere sulla spiaggia: il viaggio è stato fatto, l’alloggio pagato, mentre la spesa quotidiana, l’ombrellone per l’appunto, diventa la voce su cui si ragiona. Il turista rimane; cambia ciò che considera conveniente acquistare ogni giorno.

Qui il caso dell’ombrellone smette di essere un aneddoto da cronaca estiva e diventa una domanda politica: quanto pesa oggi quel prezzo su uno stipendio?

I prezzi della vacanza continuano a muoversi verso l’alto (le rilevazioni indicano per alberghi e ristoranti un aumento del 3,4 per cento rispetto all’estate precedente, dentro un quadro inflazionistico che a luglio viaggiava ancora vicino al 3 per cento), ma incontrano clienti con capacità di spesa molto differenti.

Tra i principali mercati di provenienza del turismo straniero in Italia figurano Germania, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, dove i salari medi, secondo le comparazioni dell’OCSE, restano sensibilmente superiori a quelli italiani, anche tenendo conto del diverso costo della vita.

Lo stesso ombrellone costa 225 euro a tutti, ma pesa in modo diverso: resta sostenibile per chi arriva da un’economia a maggiore capacità salariale, incide molto di più su un reddito italiano.

Alla fine del 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni italiane era ancora inferiore dell’8,6 per cento a quello del 2019, malgrado il recupero degli ultimi due anni: lo rileva l’Istat nel suo Rapporto annuale 2026.

Il benessere comincia dove finisce la necessità: quanta parte del reddito resta libera per scegliere, non solo per sopravvivere.

Vale la pena tornare indietro, perché è la storia a dare spessore politico a questa domanda. All’inizio degli anni Sessanta andare in vacanza riguardava ancora una minoranza della popolazione. Pochi anni dopo, insieme al boom economico e alla maggiore disponibilità di risorse delle famiglie, il turismo cominciò a diventare un fenomeno di massa: l’Istat ricorda che nel 1965 il 21 per cento dei residenti effettuava già una vacanza lunga, quota destinata a crescere ancora nei decenni successivi.

Da quella trasformazione nacque una parte dell’immaginario dell’Italia moderna: agosto come sospensione collettiva, le località balneari popolate per settimane, il viaggio atteso durante l’anno.

Quel modello appartiene ormai a un’altra epoca, il calendario delle partenze si è frammentato, i soggiorni sono cambiati, le possibilità di viaggio si sono moltiplicate, ma la domanda che stava dietro quel rito è sopravvissuta: quanta libertà riesce a garantire un reddito da lavoro? È questa la misura che riporta l’estate dentro la politica, ben oltre la stagione in corso.

Giorgia Meloni governa dall’autunno del 2022. La fiammata inflazionistica aveva già cominciato a erodere il valore reale dei redditi prima del suo insediamento; quasi quattro anni dopo, quella perdita deve ancora essere recuperata interamente. A questo punto della legislatura conta quanto terreno sia stato restituito.

Si tratta di una perdita che riguarda la parte più larga e meno visibile della società: chi continua a lavorare, a sostenere le proprie spese, a concedersi comunque una vacanza. È proprio dentro questa normalità che si misura la differenza tra riuscire ancora a fare qualcosa e poterlo fare con la stessa libertà economica di prima.

La questione salariale, infatti, può avanzare senza produrre immagini drammatiche: una famiglia continua a partire, un ristorante continua a riempirsi, una località continua a vivere la propria stagione. Intanto cresce l’attenzione necessaria per conservare lo stesso tenore di vita, ed è in questo scarto silenzioso, più che in un crollo visibile, che si consuma oggi buona parte del conflitto distributivo.

Il successo turistico italiano rende il contrasto particolarmente netto. La componente internazionale rappresenta ormai più della metà delle presenze e cresce molto più rapidamente di quella domestica: il settore può continuare a espandersi mentre chi vive di uno stipendio italiano affronta gli stessi prezzi con un potere d’acquisto ancora inferiore a quello di alcuni anni fa.

Le file vuote di qualche stabilimento conducono così a una trasformazione più profonda: il turismo in Italia e il benessere economico degli italiani hanno progressivamente smesso di raccontare la stessa storia.

Per l’economia italiana è una fortuna. Per la politica dovrebbe essere anche un avvertimento. Un Paese capace di vendere così bene sé stesso al mondo deve interrogarsi sul valore del lavoro di chi lo abita: il rischio, altrimenti, è scambiare il successo di un settore per la misura del benessere generale, mentre le retribuzioni continuano a raccontare una storia differente.

Alla fine, l’ombrellone torna a essere ciò che era: un oggetto qualunque su una spiaggia. Il prezzo sul cartello dice quanto costa un servizio. Il salario dice quanto lavoro occorre per pagarlo.

Da qui nasce una domanda più ampia di qualunque polemica sulle spiagge vuote, e destinata a restare aperta ben oltre la fine della stagione: quanto lavoro serve oggi per comprare la stessa quantità di libertà?

L’Italia continua a essere uno dei luoghi nei quali il mondo desidera spendere il proprio tempo. Dopo quasi quattro anni di governo, resta da capire quanto valore sia stato restituito al tempo di chi in Italia lavora tutto l’anno.

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