Il decreto propaganda sulla scuola

Tra deroghe, multe e annunci, il nuovo decreto interviene su meno di mille classi. Restano invece sullo sfondo i problemi strutturali della scuola: edifici fragili, classi sovraffollate e pochi strumenti per garantire davvero inclusione e qualità dell’insegnamento.

Otello MarilliFlusso Quotidiano
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ANSA

Dopo i roboanti annunci dei giorni scorsi, nella giornata di ieri è stata discussa in consiglio dei ministri la bozza del nuovo decreto scuola: è stato approvato, ma ad oggi cosa ci sia effettivamente scritto non è dato sapere. Stando alle parole del ministro Valditara il decreto introdurrà sanzioni amministrative per chi indossa il burqa e niqab da 200 a mille euro, stessa cifra per i genitori che si rifiuteranno di seguire i corsi di italiano per superare le barriere linguistiche dei figli, e, inoltre, sancisce il famigerato tetto del 30% di stranieri per classe. Su quest’ultimo punto si è concentrata la comunicazione della premier e del governo vicepremier Salvini in testa. Tuttavia, anche in questo decreto sono state inserite numerose deroghe: assenza di retroattività (meno male), salvaguardia dei principi di prossimità territoriale, esclusione dal computo per gli studenti che hanno già competenze linguistiche di italiano accertate o che abbiano frequentato scuole in Italia nei gradi inferiori degli istituti (ad esempio due anni di frequenza della scuola dell’infanzia prima di accedere alla primaria).

A ben vedere, dunque, il limite del 30% sarà da monitorare in meno di mille classi su tutto il territorio nazionale. Verrebbe da pensare, quindi, che questo decreto tanto pompato non vada a toccare la sostanza delle difficoltà delle scuole, che spesso hanno carenze strutturali e sono oggetto di crolli, che riuscirebbero a lavorare meglio e aiuterebbero l’integrazione se venisse abbassato il numero di studenti per classe. Basterebbe, infatti, chiedere a coloro che vivono la scuola, a un dirigente scolastico o a un maestro o a un’insegnante, quale sia la difficoltà più grande che spesso si trovano ad affrontare; risponderanno il numero eccessivo di alunni in una classe che impedisce di fatto la necessaria personalizzazione e individualizzazione dei percorsi formativi e che mette ancor più in difficoltà chi, tra gli alunni, ha meno mezzi. Fare questo, però, significherebbe affrontare il tema scuola con l’ottica di chi la vede come uno strumento necessario per la crescita e la coesione del Paese e non come un costo o, peggio, come una nuova occasione di facile propaganda: un po’ come cogliere la differenza tra governare e comandare.

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