Il teo-trumpismo e la sacralizzazione del potere

Dalla citazione apocrifa di Ezechiele a Pulp Fiction: la nuova religione politica che fonde Stato, fede e leadership carismatica

Bruno GravagnuoloFlusso Quotidiano
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ANSA

Sia fatta la volontà del Signore degli eserciti. Il capo del Pentagono, Hegseth, ha citato davanti agli aviatori un versetto della Bibbia, Ezechiele 25,17, che invece era una parodia biblica tratta da una scena di Pulp Fiction di Tarantino, del tutto inventata. Vi si dice di uccidere il nemico per la gloria di Dio, prima che l’attore Samuel Lee Jackson spari al nemico. È ormai l’acme del kitsch religioso trumpista, che ha già visto The Donald resuscitare i morti nei panni di Cristo e pregare con i pastori nello Studio Ovale. Tutto questo non è altro che un salto di qualità antropologico del trumpismo e dei MAGA. Ovvero, la sacralizzazione del corpo “magico” del presidente e della sua immagine, come nei re taumaturghi dell’alto Medioevo.

Siamo ben lontani dai teoconservatori di Bush Jr., che assegnavano all’élite politica una funzione armata e decisionale, come in Iraq o a Kabul, per attuare valori religiosi di civiltà, ma pur sempre con una distinzione laica. Bush Jr. era un cristiano rinato, ex battista, che rimaneva un comandante in capo laico. Ora invece Trump diventa capo di una religione personale e vi associa i suoi ministri, santificando tutto e tutti quelli del suo giro, nel nome di quello che potremmo definire teo-trumpismo. Insomma, è il moderno Costantino cesaropapista, che assomma in sé sacro e profano e non ammette sopra di sé nessuna autorità, come un faraone o un Mosè. O, appunto, un imperatore sacro romano germanico che contesta l’autorità della Chiesa, del Papa e di ogni altra Chiesa al mondo.

Bizzarra regressione atavica di un presidente che cancella 2000 anni di storia, azzerando la distinzione canonica liberale tra Stato e Chiesa che pure è all’origine della nazione americana, pur intrisa di componenti messianiche poi laicizzate. È come se la democrazia americana, impazzita, si fosse avvitata in una torsione quasi islamica, un po’ per gioco un po’ per disperazione, per legittimarsi di fronte a un mondo che fa resistenza alla sua volontà di potenza, frustrata dal declino, dall’export mancato e dai conflitti sociali interni. E non trova di meglio che autosantificarsi nei suoi gruppi dirigenti, divenuti ayatollah e guide supreme.

Come se, per sconfiggere il nemico integralista, avesse bisogno di divenire essa stessa integralista e fanatica, attingendo alle radici originarie puritane del suo capitalismo in crisi, per poterlo imporre al mondo come una religione rivelata.