Il tempo degli ulivi
ARCHIVIO RINASCITA
«Il capitalismo non ha tempo.»
Nei frammenti di fine vacanza, girando per le stradine di Bari vecchia con un amico - un tenace sindacalista barese attivo a Bologna - gli raccontavo ciò che si vede attraversando il Salento, terra da cui provengo: gran parte degli ulivi sopravvissuti, a quasi quindici anni dall’arrivo della Xylella, si sta riprendendo. Parlo degli alberi scampati agli incendi, agli incentivi regionali per l’estirpazione, all’avanzata dei pannelli solari. L’epidemia, intanto, risale il tacco d’Italia fino a Bari. Gli ho detto ciò che ormai dovrebbe essere chiaro: gli ulivi secolari sono piante straordinariamente resistenti, ma per riprendersi dalla Xylella hanno bisogno di tempo. Mi ha risposto con la frase che apre questo articolo: «Il capitalismo non ha tempo».
La frase del mio amico mette a fuoco il nodo della vicenda. Il tempo biologico di un albero che vive da secoli entra in conflitto con quello della produzione dell’olio, dell’economia e, a cascata, dei bandi, dei piani e dei rendiconti. Il primo focolaio europeo fu notificato nell’agro di Gallipoli il 21 ottobre 2013. Da allora, le politiche regionali, nazionali ed europee hanno scelto quasi sempre la fretta contro l’attesa, la rimozione contro la cura.
C’era un tempo in cui gli ulivi del Salento erano rigogliosi quasi per intero. La Xylella aveva colpito soltanto il gallipolino; gli oliveti lungo l’Adriatico, fino a Santa Maria di Leuca, conservavano chiome verdi e campagne colme d’ombra. Sulla costa gli alberi svettavano sulle scogliere, disegnando il contrasto tra il verde e il blu che ancora oggi sopravvive in alcuni tratti. Non si tratta di un ricordo nostalgico, di quelli che la fugacità del presente stigmatizza come passatismo. Se esiste anche una sola possibilità che quel territorio torni a essere com’era, allora è dovere dei salentini, dei pugliesi e direi di tutti i cittadini lottare politicamente perché questo accada. La memoria dei social dura ventiquattr’ore e la politica delle passerelle cambia argomento ogni quindici giorni. La politica che nasce dal coinvolgimento dei cittadini e dalla cura dei luoghi ha invece la responsabilità di preservare il territorio, come prescrive l’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Di quel paesaggio restano la memoria e le fotografie. Il resto porta la firma di una catena di decisioni pubbliche che merita di essere ricostruita con esattezza.
Quando apparve il batterio, lo scontro fu durissimo. La prima misura, presentata come l’unica possibile, fu un grande cordone sanitario: file di alberi da estirpare per circoscrivere l’infezione e fermarne l’avanzata, come se la Xylella si muovesse a ranghi serrati lungo un fronte. Col tempo emerse un quadro diverso. Il batterio viaggiava soprattutto lungo le vie di comunicazione, sfruttando altre piante ospiti. Gli oleandri, che costeggiano i guardrail e occupano per chilometri le corsie centrali delle strade, figurano tra gli ospiti più efficienti, con tassi di trasmissione superiori a quelli dell’olivo [1]. L’infezione saltava di corsia in corsia, anziché avanzare per continuità di uliveto. Da una parte stavano i protocolli dell’eradicazione; dall’altra comitati, agricoltori e cittadini chiedevano tempo e osservazione, spesso liquidati come «negazionisti» da settori della comunità scientifica e dell’informazione. Nel dicembre 2015 la Procura di Lecce dispose il sequestro delle piante e bloccò di fatto gli abbattimenti: i ricercatori finirono indagati e i magistrati fermarono la macchina degli espianti con gli strumenti del diritto penale [2].
Tutti i ricercatori sono stati poi scagionati; l’inchiesta è stata archiviata a Lecce nel 2019 e definitivamente a Bari nel febbraio 2026. Quel blocco, al di là delle intenzioni dei giudici, appare oggi lungimirante: molti degli ulivi lasciati al loro posto stanno tornando a vivere. Prevalse comunque la linea dell’eradicazione. La normativa europea e nazionale [3], applicata in Puglia con la legge regionale del 2017 e con i successivi Piani d’azione, consente l’estirpazione di un ulivo in una zona dichiarata infetta indipendentemente dalle condizioni del singolo albero. Gli incentivi hanno completato il quadro. Il Piano straordinario per la rigenerazione olivicola, da 300 milioni di euro, e il decreto ministeriale del febbraio 2025, con contributi fino a 15.000 euro per ettaro, consentono di sostituire l’uliveto con qualsiasi altra coltura o di lasciare il terreno vuoto: manca l’obbligo di reimpiantare ulivi [4].
Basta guardare ai numeri per capire quanto le promesse siano rimaste lontane dai campi. Nella provincia di Lecce, cuore dell’epidemia, il disseccamento ha cancellato gran parte degli oliveti. L’intera Puglia contava circa 60 milioni di ulivi, dal Gargano al Capo di Leuca. Secondo Coldiretti ne sono andati persi 21 milioni; la Regione propone una stima più prudente di dieci milioni. Su questa distruzione si è innestata la macchina degli incentivi. Per la prima tranche destinata al reimpianto, con 40 milioni disponibili, sono arrivate 8.133 domande singole e 26 collettive, per un fabbisogno superiore a 222 milioni: quasi sei volte le risorse stanziate. Il risultato si vede nei campi: circa tre milioni di ulivi reimpiantati, il 14% di quelli perduti, e superfici rigenerate pari appena a un decimo di quelle estirpate. Anche il conto economico parla chiaro. Il Piano straordinario vale 300 milioni, ma nel luglio 2024 ne risultavano erogati 137; altri 44 milioni erano fermi per pratiche incompiute [5]. Le cultivar ammesse al reimpianto, Leccino e FS17-Favolosa, introducono un modello diverso: impianti intensivi a filare, meccanizzabili, bisognosi d’acqua nella fase giovanile e paesaggisticamente estranei a una terra costruita in millenni di olivicoltura diffusa.
Ma il Salento ha opposto una risposta che nessun piano aveva previsto. Attraversando le campagne del gallipolino e risalendo verso l’entroterra, oggi si incrociano tre paesaggi contigui: tratti in cui gli ulivi sono morti, scheletri grigi fermi nell’aria; tratti interi in cui le piante hanno ricostituito le chiome, che svettano di nuovo in alto; e moltissimi ulivi tagliati con capitozzature pesanti, dai quali sono spuntati grandi rami nuovi. Somigliano a reduci, a eroi che ce l’hanno fatta dopo una battaglia durissima e portano i segni.
Quello che si vede attraversando il Salento trova oggi conferma negli studi scientifici. Un’indagine pubblicata nel 2024 su «Agronomy» ha documentato oliveti resilienti in decine di comuni del Salento: Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, le cultivar storicamente più suscettibili, sono tornate a vegetare e a fruttificare, spesso senza cure [6]. Uno studio dell’Università del Salento del 2026, basato su dati satellitari, ha registrato una crescita della vegetazione tra il 2016 e il 2024: il batterio resta, mentre la pianta sviluppa forme di convivenza [7]. Anche il monitoraggio regionale registra un cambiamento: le piante positive sono scese dal 3-4% dei primi anni allo 0,13%. La carica batterica è diminuita e molti ulivi lasciati sul posto si sono ripresi.
Questa ripresa resta fuori dalle leggi e dagli incentivi, ancora tarati sul Salento del 2015. Il paradosso ha nomi e luoghi. Nella Piana degli ulivi monumentali, tra Ostuni, Carovigno e San Vito dei Normanni, alberi secolari colpiti di recente sono stati estirpati legalmente. In molti casi hanno lasciato un territorio desolato, senza nuove coltivazioni: monconi e piante ancora vive, condannate dal certificato di zona infetta. Nel luglio 2025 la Regione ha provato ad allargare ulteriormente le maglie, consentendo l’abbattimento di uliveti per realizzare serre o impianti fotovoltaici privati, attraverso una deroga amministrativa al divieto nazionale del 1951. Il TAR è intervenuto il 22 aprile 2026. La Terza Sezione, accogliendo il ricorso del Gruppo di Intervento Giuridico, ha annullato la delibera: una Giunta regionale non può riscrivere una legge dello Stato e la conservazione degli uliveti non può dipendere da «valutazioni di convenienza economica», anche alla luce dell’articolo 9 della Costituzione [8]. La sostituzione dell’oliveto era dunque scritta negli atti. Per cancellarla è servito il tribunale.
Un episodio, più di molte delibere, restituisce il clima politico di quegli anni. In una precedente intervista, un importante esponente politico con deleghe rilevanti sulla Xylella e sul territorio definì gli ulivi rimasti in piedi nelle campagne «fiaccole»: terra per il fuoco, legna destinata prima o poi a bruciare. Colpivano l’espressione e il tono. Quelle piante venivano indicate come un problema da estirpare, dentro una vicenda che la classe politica pugliese aveva finito per collocare nel territorio del complottismo, dunque fuori dal confronto pubblico. Oggi la ricerca comincia a dare ragione a chi chiedeva di lasciare gli ulivi secolari al loro posto. Gran parte di quelle «fiaccole» è diventata chioma.
Il paradosso più amaro si incontra lungo le strade, nei campi bruciati. Molti coltivatori giudicano insufficienti i contributi per l’estirpazione, perché rimuovere un uliveto costa parecchio. Accade così che qualcuno incassi il contributo e, al posto delle pale meccaniche, usi il fuoco sugli alberi secchi. Italia Olivicola riconosceva pubblicamente questi casi già nel 2019 [9]. Chi attraversa il Salento dopo un’estate di incendi incontra chilometri di terra nera. In campagne già aride, dove gli ulivi offrivano l’unica protezione dal sole dei quaranta gradi, anneriscono anche i muretti a secco. La pietra restituisce paesaggi metafisici, affascinanti e spettrali. In mezzo al carbone, intanto, i mozziconi continuano a vegetare e gli alberi bruciati rigettano, come hanno fatto per secoli. Quando i contributi regionali per l’espianto rendono il fuoco economicamente conveniente, il denaro pubblico destinato a rimuovere gli alberi rischia di diventare un incentivo a bruciarli. La frase del mio amico acquista allora un significato letterale: chi non ha tempo, brucia.
L’alternativa esiste e la indica la stessa ricerca scientifica. Se gli ulivi del gallipolino tornano a vegetare anche senza interventi, i 15.000 euro per ettaro oggi destinati alla rimozione potrebbero finanziare la cura: potatura, presidio, messa in sicurezza degli alberi in ripresa. Il batterio resta un problema reale, da affrontare con gli strumenti della scienza. Proprio per questo la politica deve guardare al Salento del 2026, anziché continuare ad applicare le ricette del 2015. Il denaro pubblico può sostenere la rigenerazione di una terra che sta mostrando una capacità di resistenza ignorata dai decreti.
Il tema sta entrando con maggiore forza nel dibattito pubblico. Il 30 giugno 2026, al Convitto Palmieri di Lecce, il convegno «Rigenerazione e cura degli ulivi del Salento», promosso dalla rete di associazioni «Check-up ulivi Salento» con il patrocinio della Provincia, ha riunito fitopatologi del Crea, docenti dell’Università del Salento e della Sapienza, esperti di telerilevamento del Cnr, giuristi e rappresentanti del WWF. Al centro, un dato ormai riconosciuto anche dai più scettici - la rivegetazione spontanea di molti olivi colpiti - e una questione apertamente politica: le scelte sul Salento devono essere espresse dal territorio, anziché affidate alle lobby dell’agricoltura industriale. Tra i relatori figuravano gli autori dello studio sugli oliveti resilienti e l’avvocato che ha vinto il ricorso al TAR contro la liberalizzazione degli espianti [10]. Scienza, diritto e cittadinanza stanno così ricomponendo un campo di azione comune.
A quasi quindici anni dal primo focolaio di Gallipoli, la capacità degli ulivi di sopravvivere alla Xylella è ormai documentata. La loro resilienza, però, ha bisogno di tempo per manifestarsi e di cura per essere sostenuta. La questione, oggi, è politica: continuare a finanziare l’estirpazione o investire nella ripresa degli alberi? Il capitalismo non ha tempo; gli ulivi seguono un tempo biologico fatto di resistenza e rigenerazione. Riconoscere quel tempo e sostenerlo con politiche di cura è una responsabilità pubblica.
Note
[1] L’oleandro (Nerium oleander) è annoverato tra le piante ospiti di Xylella fastidiosa nell’Unione europea (cfr. la scheda fitosanitaria della Regione Emilia-Romagna). D. Cornara, M. Saponari, D. Boscia et al., Transmission of Xylella fastidiosa by naturally infected Philaenus spumarius to different host plants, «Journal of Applied Entomology», 2016: nell’indagine l’oleandro ha registrato il più alto tasso di trasmissione (72%), superiore all’olivo. Secondo gli studi del CNR, il «paziente zero» dell’epidemia sarebbe stato un oleandro ornamentale importato dal Costa Rica via Olanda.
[2] Inchiesta della Procura di Lecce sulla Xylella fastidiosa (aperta nel 2014 su esposti di associazioni ambientaliste): con decreto di sequestro del dicembre 2015 furono posti sotto vincolo gli ulivi destinati all’eradicazione, sospendendo di fatto gli abbattimenti previsti dal Piano del commissario straordinario. Dieci gli indagati, tra cui il commissario Giuseppe Silletti e i ricercatori Donato Boscia, Maria Saponari, Franco Nigro, Franco Valentini. Il 7 maggio 2019 il gip di Lecce Alcide Maritati dispose l’archiviazione per tutti, non essendo stata ravvisata alcuna connessione tra le condotte e la diffusione del batterio; il 6 febbraio 2026 il gip di Bari Giuseppe Ronzino ha archiviato definitivamente anche il troncone a carico di Boscia, stabilendo che il ricercatore «ha agito in coerenza con la disciplina vigente, sulla scorta delle conoscenze scientifiche all’epoca disponibili».
[3] Regolamento di esecuzione (UE) 2020/1201, recante misure contro la diffusione di Xylella fastidiosa; recepito in Italia con il d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 19.
[4] Decreto interministeriale n. 2484 del 2020 (Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, 300 milioni di euro; Misura 6 — reimpianto e riconversione produttiva); decreto Masaf dell’11 febbraio 2025 (30 milioni, contributi fino al 100% dei costi e massimo 15.000 €/ettaro, con riconversione verso colture diverse dall’olivo pienamente ammessa). Legge regionale pugliese n. 4 del 2017 e Piani d’azione annuali per il contrasto alla diffusione del batterio.
[5] Fonti: Coldiretti (monitoraggio a dieci anni dall’epidemia, aprile 2023: 21 milioni di ulivi persi su un patrimonio di 60 milioni); Regione Puglia (stima prudente di 10 milioni); dati di attuazione del Piano al luglio 2024 (8.133 domande singole e 26 collettive per 222 milioni di fabbisogno contro 40 disponibili; 181 milioni impegnati, 137 erogati, attuazione al 58%, 44 milioni inutilizzati); reimpianti: circa 3 milioni di ulivi, pari al 14%; PSR Puglia, sottomisura 5.2: 1.004 progetti per circa 49,7 milioni, circa 7.000 ettari rigenerati.
[6] M. Scortichini, D. Ragno, Survey on Resilient Olive Groves Previously Severely Damaged by Xylella fastidiosa subsp. pauca in Salento (Apulia, Italy), «Agronomy», 14(9), 2024, art. 2003, doi: 10.3390/agronomy14092003.
[7] E. Sabella, D. Greco, E. Nutricati, A. Frontini, L. De Bellis, M. Vergine, A. Luvisi, Resisting Xylella fastidiosa: xylem anatomical changes in the susceptible olive cultivar Cellina di Nardò after long-term infection, «Plant Biology», 28(5), 2026, pp. 1628-1640, doi: 10.1111/plb.70210.
[8] TAR Puglia, Sezione Terza, sentenza del 22 aprile 2026 (ricorso n. 1682/2025, Gruppo di Intervento Giuridico ODV contro Regione Puglia): annullamento della D.G.R. n. 1073 del 29 luglio 2025 e della D.G.R. n. 1143 del 4 agosto 2025. La legge nazionale richiamata è la L. 10 gennaio 1951, n. 144 (divieto di abbattimento degli ulivi, con cinque deroghe tassative).
[9] Italia Olivicola, luglio 2019: ammissione pubblica di «casi di incendi dolosi dovuti ai costi insostenibili delle eradicazioni».
[10] Convegno «Rigenerazione e cura degli ulivi del Salento», Lecce, Convitto Palmieri, 30 giugno 2026, promosso dalla Rete di associazioni «Check-up ulivi Salento» con il patrocinio della Provincia di Lecce. Relatori: P. F. Fanizzi (Università del Salento), M. Scortichini (CREA), D. Ragno (già dirigente ARIF), F. Spada (Sapienza-Uppsala), C. Xiloyannis (già Università della Basilicata), P. Blonda (CNR Bari), F. Colapinto (Università LUM, sulle tutele giuridiche e la sentenza del TAR), J. Hartan (WWF Italia), J. Ristori (già comandante Carabinieri forestali di Lecce), G. Seclì (Forum Ambiente e Salute Lecce). Cfr. ilgrandesalento.it.
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