Il telefono muto dell’Occidente globale
Nel caos di guerre, consenso e propaganda, l’atlantismo si sgretola: Meloni cerca Trump, Israele blinda l’impunità, e la Cina osserva il declino dell’Occidente

ANSA
Lo scenario era interrotto da una linea d’orizzonte mobile, instabile, dove il «noi» dell’«atlantismo di ferro» si scopre improvvisamente un «ciascuno per sé». «Se telefonando», oggi, Giorgia Meloni rispondesse a Donald Trump, o se lo stesso Trump cercasse Benjamin Netanyahu per l’ennesimo annuncio a favore di telecamera, la linea risulterebbe fatalmente disturbata. Da interferenze di consenso, da urla social, dal rumore sordo dei cingolati.
Il 4 luglio, una volta, era la liturgia globale dell’Impero Benevolo: grigliate geopolitiche tra ambasciate, fuochi d’artificio sul Tevere e la promessa di una democrazia universale «esportabile» — spesso a sovranità limitata altrui. Oggi, quella ricorrenza è il feticcio sbiadito di un atlantismo tradito. Gli Stati Uniti dell’era Trump, logorati da una profonda crisi identitaria, utilizzano i conflitti globali non più come strumento di stabilizzazione, ma come scudo geopolitico: le guerre in corso diventano la copertura perfetta per blindare l’impunità del governo estremista di Israele e per tentare disperatamente di brevettare nuove forme di influenza in un mondo che non risponde più ai comandi di Washington.
È in questo teatro dell’assurdo che si muove lo strabismo tutto italiano di Giorgia Meloni. La leader della destra nostrana vive in una costante e disperata ricerca della legittimazione «stelle e strisce». Un occhio guarda a Palazzo Chigi e ai post su TikTok per non far crollare il consenso interno, l’altro è costantemente rivolto al di là dell’Oceano, implorando una pacca sulla spalla dalla Casa Bianca trumpiana. Il timore del crollo del gradimento popolare ossessiona la politica ai tempi degli algoritmi: una politica bidimensionale, fatta di reaction e di storie temporanee, che svela tutta la sua fragilità se paragonata alla storia.
La differenza sostanziale con il celebre «no» di Bettino Craxi durante la crisi della base di Sigonella balza agli occhi con la violenza di un contrasto insanabile. Lì c’era la schiena dritta della sovranità nazionale e l’autonomia della politica estera rispetto al gigante americano; oggi c’è l’allineamento preventivo e supino, mascherato da pragmatismo.
Dall’altra parte del filo c’è, appunto, Donald Trump. Un leader discusso, controverso, in preda a un perenne delirio di onnipotenza che deve però fare i conti con la realtà spietata delle urne, la volatilità delle elezioni di mid-term e il crollo della popolarità, sebbene continui a dominare la scena a causa dell’assoluta assenza di una leadership alternativa progressista capace di unire il Paese.
Intorno a lui, la commedia dell’arte della destra internazionale — e di chi in Italia gli giura fedeltà — tocca l’apice della spregiudicatezza. Leader terrorizzati dall’idea di essere trascinati nel baratro della sua imprevedibilità mettono in scena il gioco delle parti, recitando tutti i ruoli in commedia: un giorno fan ammiccante nei salotti della diplomazia che conta, il giorno dopo «ragazza di strada» che risponde dritto per dritto a mezzo social per dragare la pancia dell’elettorato.
Ma mentre l’Occidente, costellato da leader deboli, si avvita in questa recita a soggetto e in guerre per procura, la Cina osserva. Silente.
Pechino siede sulla sponda del fiume della storia, guardando scorrere i cadaveri degli imperialismi novecenteschi. Senza bisogno di tweet incendiari o di sfilate sul red carpet atlantico, la Cina avanza: economicamente, tecnologicamente, militarmente e geopoliticamente. Sta precostituendo, pezzo dopo pezzo, il suo ruolo di nuova e indiscussa padrona del pianeta, mentre all’Occidente non resta che un telefono che squilla a vuoto e una vecchia canzone malinconica in sottofondo.
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