Il Sud protesta, l’Italia guarda altrove

Agricoltori e camionisti chiedono risposte sui costi. La scarsa attenzione alle loro proteste rivela una disparità che riguarda la democrazia.

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ANSA

Dal 28 settembre, in Calabria, Sicilia, Sardegna, Basilicata e in altre aree del Mezzogiorno, agricoltori, autotrasportatori e lavoratori di diversi comparti hanno cominciato a mobilitarsi contro il caro carburanti e l’insostenibilità dei costi di produzione. Una protesta nata dalla necessità di difendere il proprio lavoro, le proprie imprese e, in molti casi, la possibilità stessa di continuare a lavorare.

Dietro quei presidi ci sono persone che non chiedono privilegi: chiedono risposte concrete a una crisi che mette a rischio intere filiere produttive. Camionisti schiacciati dal costo del gasolio, agricoltori che faticano a sostenere le spese, famiglie che vedono ridursi il proprio potere d’acquisto. Non è una questione astratta: è la vita quotidiana di chi produce, trasporta e tiene in piedi una parte importante dell’economia.

In diverse occasioni, le iniziative nel Mezzogiorno si sono svolte pacificamente e in modo ordinato, con la presenza delle forze dell’ordine a garanzia della sicurezza. Eppure, per giorni, questa mobilitazione non ha conquistato lo spazio e la centralità che avrebbe meritato nel dibattito televisivo nazionale.

Non sarebbe corretto sostenere che nessuno ne abbia parlato: alcuni servizi e articoli ci sono stati. Il punto, però, è la differenza tra dare una notizia e renderla una questione nazionale. Tra concedere pochi minuti a una protesta e riconoscerle il peso politico che merita.

Il 15 ottobre, le dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida sui blocchi stradali e sulla loro rilevanza penale hanno contribuito a spostare l’attenzione sulle forme della protesta. Ma la domanda resta: dov’era la stessa attenzione quando lavoratori e imprese chiedevano di essere ascoltati? Il rispetto delle regole è essenziale; altrettanto essenziale è che le istituzioni non liquidino il disagio sociale come un semplice problema di ordine pubblico.

Il Nord: quando la cronaca oscura le ragioni

Dal 16 ottobre, la mobilitazione al Nord conquista una visibilità molto più ampia. A Milano, le immagini delle devastazioni e dei saccheggi commessi durante le proteste entrano rapidamente al centro del racconto mediatico nazionale.

Le violenze non possono essere giustificate. Chi distrugge negozi, saccheggia attività commerciali o aggredisce altre persone deve rispondere delle proprie azioni. La protesta sociale non è un alibi per la criminalità. Ma proprio per questo occorre distinguere le responsabilità individuali dalle ragioni di chi manifesta pacificamente.

Il paradosso è evidente: gli episodi di violenza diventano il volto della mobilitazione, mentre le condizioni materiali di migliaia di lavoratori rischiano di finire sullo sfondo. Le immagini di una vetrina distrutta fanno più rumore delle testimonianze di chi teme di chiudere la propria attività perché non riesce più a sostenere i costi.

Un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce. Eppure, mentre il Paese guarda alle scene di Milano, nel Sud c’è una foresta di lavoratori che protesta da giorni, in molti casi pacificamente, senza riuscire a ottenere la stessa attenzione. Non è il Nord il problema, né lo sono i cittadini settentrionali. Il problema è un sistema di attenzione che rischia di attribuire un peso diverso a difficoltà simili in base al territorio in cui si manifestano.

Il disagio di un autotrasportatore calabrese non vale meno di quello di un autotrasportatore lombardo. La difficoltà di un agricoltore siciliano non merita meno attenzione di quella di un imprenditore veneto. La protesta pacifica di chi chiede di poter lavorare non dovrebbe avere bisogno di essere accompagnata da immagini di devastazione per diventare una notizia nazionale.

Una questione di democrazia, non soltanto di televisione

La questione meridionale non riguarda soltanto la distanza economica tra le diverse aree d’Italia. Riguarda anche la capacità del Mezzogiorno di essere riconosciuto come parte integrante dell’agenda politica nazionale, con le proprie emergenze e le proprie rivendicazioni.

Quando un territorio deve alzare la voce più degli altri per ottenere ascolto, quando le sue difficoltà diventano centrali soltanto in presenza di episodi eccezionali, il problema non è più soltanto economico: è democratico. L’informazione non deve distribuire minuti in proporzione alla popolazione di ogni regione, ma dovrebbe contribuire a una rappresentazione equilibrata della realtà. E l’equilibrio viene meno quando gli eventi più spettacolari oscurano le cause profonde del disagio sociale.

A questa disparità di attenzione si aggiunge una responsabilità politica. Di fronte a lavoratori che chiedono di poter continuare a lavorare, non bastano dichiarazioni, annunci o tavoli convocati quando la crisi è già esplosa. Servono risposte concrete, indipendentemente dal colore dei governi e dalla convenienza elettorale. Il Sud non chiede un trattamento di favore: chiede di non essere trattato come un territorio di serie B.

Una domanda agli elettori meridionali di Fratelli d’Italia e Lega

Una domanda, allora, è inevitabile. Mi rivolgo agli elettori meridionali di Fratelli d’Italia e della Lega: quanto ancora siete disposti ad accettare che il Sud venga evocato durante le campagne elettorali e poi dimenticato quando si tratta di difenderne gli interessi?

Come si può restare indifferenti davanti a lavoratori della propria terra che protestano per continuare a lavorare, mentre il loro disagio fatica a conquistare spazio nel dibattito nazionale? Non è una questione di fedeltà a un partito o di appartenenza ideologica. È una questione di dignità territoriale. Il voto non può diventare una delega in bianco, soprattutto quando le conseguenze delle scelte politiche ricadono sulle comunità che si è promesso di rappresentare.

Chi chiede il consenso dei meridionali deve dimostrare di considerarli cittadini con gli stessi diritti, le stesse aspettative e la stessa importanza degli elettori del Nord, non soltanto numeri da sommare nelle urne. Il Mezzogiorno ha bisogno di infrastrutture, lavoro, servizi, investimenti e politiche capaci di sostenere chi produce ricchezza e crea occupazione. Ha bisogno di una classe dirigente che non consideri il consenso meridionale un patrimonio acquisito da rispolverare alla vigilia delle elezioni.

Il punto non è chiedere al Nord di fare un passo indietro. È pretendere che il Sud possa finalmente farne uno avanti.

Il Mezzogiorno non vuole essere al centro dell’attenzione perché qualcuno devasta una città. Vuole esserlo perché migliaia di persone oneste chiedono di poter vivere e lavorare con dignità. Se per ottenere ascolto il Sud deve aspettare che il proprio disagio diventi uno spettacolo, allora il problema non è soltanto chi governa: è il modo in cui questo Paese ha imparato, troppo spesso, a guardare una parte di sé.

Il Sud non è una periferia elettorale, non è un bacino di voti e non è una comparsa nella storia nazionale. È Italia. Esattamente quanto il Nord.

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