Il Sud protesta, il governo risponde col pregiudizio
Tra blocchi stradali e solidarietà, autotrasportatori e agricoltori chiedono risposte. I ministri evocano la criminalità e spostano il confronto.

ANSA
È normale che chi protesta si rivolga a chi governa. È altrettanto normale che chi manifesta provi a creare quanto più disagio possibile. Non è normale, invece, che chi lavora non abbia i soldi per arrivare a fine mese. E non è normale neanche che un governo — invece di costruire delle risposte — cerchi dei pretesti per screditare chi si ribella. È umano: se non ho risposte, scappo. Ma la politica non si fa così, la politica è conflitto, è confronto, è proposta. Eppure, il governo Meloni da quattro anni e mezzo ci ha abituati a un ricorso spasmodico alla tecnica del framing: preferiscono concentrarsi su una piccolissima parte, per continuare a nascondere il tutto.
In passato era semplice appellarsi — di volta in volta — all’ideologismo dei sindacati, alla violenza dei collettivi, alla rabbia dei giovani o all’inconsistenza delle opposizioni. Questa volta però gli è andata male. Stavolta, davanti allo sciopero di autotrasportatori e agricoltori, hanno fallito. E hanno fallito perché lavoratori e imprenditori hanno detto chiaro e tondo che loro nelle associazioni di categoria non si riconoscono più.
Era facile prendersela con i “ragazzi dei centri sociali” o con i “maranza”, un po’ più complesso scagliarsi contro dei padri di famiglia. Anche perché davanti a questo tipo di manifestanti non funzionano le più classiche accuse della destra di governo: non possono dirgli di andare a lavorare, perché si spaccano la schiena sette giorni su sette; non possono dirgli che sono ideologici, perché non si è mai vista una protesta più spontanea; non possono dirgli che le loro motivazioni sono pretestuose, perché quello che dicono è vero.
Il silenzio calato dalle televisioni e dai media nazionali sui blocchi stradali è stato squarciato dalla forza dirompente degli scaffali vuoti, dei caselli bloccati, dei video sui social. I meridionali hanno lottato contro il telecomando e hanno vinto. Ma è grazie ai social — meno male che ci sono i social, chi l’avrebbe mai detto — che hanno iniziato a circolare i video delle proteste. Uno di questi — tra i più virali — ritraeva uno straordinario gesto di solidarietà: cittadini del Vallo di Diano, in provincia di Salerno, offrivano ai camionisti in protesta un pentolone pieno di pasta. Un gesto semplice, spontaneo, ma altrettanto forte. Un’immagine che sembra venire dalle soup kitchens, le mense comuni messe in campo dai minatori britannici durante il grande sciopero del 1984-1985.
Per indebolire il sindacato, il governo di Margaret Thatcher decise di chiudere decine di miniere considerate improduttive, ma la vibrante protesta che ne scaturì riscontrò una solidarietà trasversale in tutto il Paese. Per demolire i manifestanti, Thatcher decise quindi di ritirare i sussidi statali alle loro famiglie che — di punto in bianco — si ritrovarono senza stipendio e senza alcun supporto economico. Nacque così una straordinaria risposta collettiva: i circoli dei minatori aprirono delle mense che — sostenendosi solo con le donazioni — sfamarono i minatori e le loro famiglie per quasi un anno. Alla fine, Thatcher ottenne una resa senza condizioni, ma quella è ancora ricordata come “un’eroica sconfitta”, il più grande sciopero nella storia delle democrazie occidentali. Non solo, fu anche l’esempio di quanto crudele possa essere un governo quando decide di schierarsi contro chi protesta.
È quello che — in piccolo — sta avvenendo anche al Mezzogiorno in questi giorni, nonostante la fine dello sciopero appaia sempre più vicina. Da ognidove arrivano immagini di cittadini che offrono qualcosa ai manifestanti, che sia un piatto di pasta, della pizza, una coperta o un luogo in cui fare la doccia.
Nelle ultime ore, però, un’orda di ministri si è schierata contro i manifestanti: ha provato a demolirli. Prima è arrivata la repressione, con migliaia di identificazioni in poche ore e decine di denunce. Poi si è passati allo scaricabarile, con il vicepremier Tajani che ha ricordato che «il Governo non ha responsabilità in merito all’aumento del gasolio». Infine, hanno iniziato a infangare la protesta. Il primo è stato il ministro Lollobrigida, che ha invitato i cronisti a «verificare il curriculum dei leader della protesta, e studiare i loro casellari giudiziari». Anche Salvini ha ribadito che non avrebbe «tollerato infiltrazioni della criminalità». Ma poi è arrivato Nello Musumeci, ministro ed ex presidente della Regione Sicilia, che nel rispondere a chi gli chiedeva di potenziali infiltrazioni della criminalità organizzata ha detto che «mica siamo a Bolzano».
Forse tocca iniziare a dare ragione a chi ha definito il governo Meloni l’esecutivo più antimeridionalista della storia. Oppure sono semplicemente bravi a buttare sempre tutto in caciara, perché se i centri sociali sono pieni di tossici e le opposizioni piene di pericolosi sovversivi, vuoi che anche il Sud non sia pieno di mafiosi?
A volte basterebbe avere la dignità di tacere e chiedere scusa, riconoscere le difficoltà che il Paese sta affrontando e provare a risolverle. Insomma, lavorare sul “patto” e non sulla “rabbia” sociale. Scegliere di affrontare i problemi invece di nasconderli, prendere una protesta per quello che è: la legittima richiesta di attenzione di chi vuole palesare tutto il proprio malessere.
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