Il Sud ha ancora fame di giustizia
A 77 anni dall’eccidio di Melissa, le proteste degli agricoltori riportano al centro costi, lavoro e diritti. Una storia che interroga il presente.

ANSA
Continua la protesta ad oltranza del mondo dell’agricoltura nel Meridione italiano. Il comparto agricolo del Sud italiano, ormai da più giorni, è in piazza dalla Puglia alla Campania, dalla Basilicata alla Sicilia passando dalla Calabria, anche con momenti di particolare intensità, con istanze strutturali del settore primario e rincari energetici che mettono a rischio la sostenibilità economica di chi, ancora, fa agricoltura nelle stesse regioni. Al «caro carburante», novità degli ultimi tempi, si sommano problemi altri, ormai storicizzati, che hanno ormai eroso quasi completamente i margini di guadagno.
Particolarmente in Calabria ed in Puglia, sono in molti gli agricoltori che segnalano il rischio concreto di dover rinunciare alla raccolta delle olive a causa dei costi insostenibili. È questo lo scenario in cui in Calabria il mondo sindacale si prepara a commemorare il settantasettesimo anniversario dei tragici «Fatti di Melissa» che, avvenuti il 29 ottobre del 1949, obbligarono il Governo del presidente Alcide De Gasperi a varare la riforma agraria del 1952 che, fra le altre cose, pose fine al latifondismo, ultimo retaggio del medioevo normanno.
«Era il tempo della semina delle fave e ci siamo incamminati verso le cinque. Dell’arrivo della polizia nessuno sapeva niente, la raccomandazione che avevamo avuto dai dirigenti della Federterra era di accogliere i poliziotti, se fossero arrivati, con battimani e grida di evviva. E così fu. Alla vista dei primi agenti ci radunammo al centro di Fragalà e battemmo le mani. Come risposta giunsero i primi candelotti lacrimogeni. Qualcuno di noi li rilanciò verso lo schieramento dei celerini, a quel punto scoppiò la tragedia. I poliziotti cominciarono a sparare con le pistole e i mitra. Un vero e proprio inferno di piombo e di fuoco». È Peppino Nigro, testimone oculare e fratello di una delle vittime dell’eccidio di Melissa, il ventiquattrenne Francesco Nigro, a ricordare ciò che accadde quella mattina del 29 ottobre 1949: una data importante quanto tragica nella storia delle lotte agrarie in Calabria e nell’intero Meridione italiano; intervistato nel trentennale dell’accaduto da Sergio Dragone sulle colonne de Il Giornale di Calabria.
Oltre a Francesco Nigro erano rimasti a terra, ammazzati dal piombo di Stato, il sedicenne Giovanni Zito e la ventiquattrenne Angelina Mauro che, ricoverata all’Ospedale di Crotone, vi morì dopo giorni. Altri 15 contadini, invece, furono feriti in maniera più lieve. La storia ricorda come, oltre che a Melissa, ancora oggi centro prevalentemente agricolo del Marchesato Crotonese, nella sola provincia di Catanzaro altre proteste si erano registrate in altri 72 comuni, analogamente al resto della Calabria, ma anche della Sicilia, della Basilicata e della Puglia.
Dopo la fine della dittatura fascista, infatti, le proteste dei contadini meridionali erano iniziate già dal 1946. A causare la rivolta, anche la decisione del Governo guidato dal democristiano Alcide De Gasperi e del ministro all’agricoltura Antonio Segni di ritirare i «Decreti Gullo» che a loro volta erano stati approvati due anni prima e redatti dal ministro Fausto Gullo, parlamentare comunista calabrese, che già iniziavano a produrre i primi risvolti positivi dal punto di vista dei contadini. Con la nuova legislazione, infatti, ai contadini era assicurata la continuità lavorativa e veniva ridotto il loro sfruttamento da parte dei possidenti terrieri. Grazie alla stessa riforma, veniva promossa la nascita di alcune cooperative cui sarebbero state assegnate le terre incolte. Il ritiro dei «Decreti Gullo» era stato uno dei primi atti del nuovo ministro all’agricoltura Antonio Segni, docente universitario e possidente terriero sardo che aveva ottenuto la delega all’agricoltura, mentre Fausto Gullo era stato trasferito al ministero di Grazia e Giustizia.
«Il barone Giulio Berlingueri – annotava Luca Paolini su L’Unità del 28 ottobre 1949 – ha quattordicimila ettari nel Crotonese, il barone Alfonso Baracco ne ha dodicimila e cinquecento, il barone Gallucci seimila. Migliaia di ettari hanno il marchese Mottola, il barone Zurlo, il conte Gaetani, il principe di Cerenzia. I nobili hanno cintato questo immenso latifondo col filo spinato e hanno lasciato che ci crescano l’erba e le macchie. Ci mandano a pascolare gli animali e nella stagione buona ci vanno a caccia».
«Hanno paura – aggiungeva a distanza di giorni don Primo Mazzolari, ancora su L’Unità – di ledere il diritto di proprietà, abbiano almeno il coraggio di colpire il lusso, l’inerzia e la stupidità criminale di chi fa una riserva di caccia laddove braccia senza lavoro e stomaci senza nutrimento hanno il sacrosanto diritto di lavorare e di mangiare. Dio mi guardi dal pensare che codesti intoccabili siano da annoverare tra i grandi elettori o tra i benefattori del convento. Non fanno onore a un Governo d’ispirazione cristiana se poi la polizia ha caricato una folla di poveri braccianti che hanno sofferto la fame, fame di pane e voglia di lavorare. Prima l’uomo e poi il proprietario. E se il proprietario si mette contro l’ultimo, si tuteli l’uomo, non il proprietario indegno, non la sua proprietà».
Dopo l’eccidio, il latifondo di Fragalà fu diviso fra i contadini e il 2 novembre furono ritirati gli sfratti a coloro che in Calabria avevano occupato cinquemila e duecento ettari, mentre il 15 dello stesso mese di novembre 1949 il Consiglio dei Ministri approvò la riforma agraria che era stata da troppo tempo rinviata, nella consapevolezza che ormai i tempi erano maturi ed altri rinvii non sarebbero stati tollerati dalla popolazione. Anche perché giornali come L’Unità e L’Avanti!, anche se in solitaria, continuarono a mantenere viva l’attenzione nazionale sui tragici fatti di Melissa.
Cosa è cambiato in questi settantasette anni nell’agricoltura italiana e meridionale? Evidentemente molte cose sono migliorate, ma quello che ancora serve al comparto agricolo e dei trasporti è la consapevolezza che o i problemi si affrontano insieme o, difficilmente, arriveranno le soluzioni necessarie.
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