Il sacro e la terra: il ritorno di Gianfranco Pannone con Devozioni

Tra fede, memoria e comunità, un viaggio nella Lucania profonda sulle tracce di Pier Paolo Pasolini e del neorealismo di Luchino Visconti, dove il cinema torna a dare voce al popolo e ai suoi riti senza tempo.

Diego ProtaniInterviste
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ANSA

Torna con un grande film documentario Gianfranco Pannone. Il suo “Devozioni” prodotto da Sandro Bartolozzi per Clipper Media con Rai Cinema e Lucana Film Commission e BCC Basilicata, la partecipazione del Comune di Laurenzana (Pt) evidenzia una storia d’Italia che non sempre viene descritta o raccontata. E in fondo la Lucania non è soltanto Matera. Un lavoro dove è stato fondamentale fare ricerca, in un momento storico dove quest’ultima non viene sempre compresa. Ci sono paesini, comunità, borghi che rivivono anche grazie a tante tradizioni religiose. E così tra Pasolini, conventi francescani e musiche popolari Pannone (riconosciuto in tutta Europa come uno dei maggiori esponenti del “Cinema del reale”) si incammina tra la gente e i paesaggi del posto e come nel neorealismo dà la parola al personaggi del popolo. Sono passati circa ottanta anni da "La terra trema” di Visconti ma niente è più reale della cittadinanza di un territorio.

"Devozioni" è il suo nuovo film, ma non è la prima volta che nella sua lunga carriera si parla di Sacro. Però si può dire che nel film c'è anche la devozione per la propria terra o sbaglio?

Devozione può significare tante cose, certo, ma nel mio film mi riferisco, penso chiaramente, alla fede religiosa. Tuttavia, attraversando la Lucania interna, anche se credente, ho provato a pormi in modo laico rispetto all'atto devozionale, che fosse rivolto alla Madonna come ai i santi, cercando, per così dire, una giusta distanza, alla ricerca di quel senso del sacro (Pasolini la chiamava ierofania, il sacro che si rivela in modo divino) che forse noi contemporanei abbiamo perso perché distratti da troppe sirene. Devo però aggiungere che la parola devozioni nel film la uso anche in senso più ampio, riferendomi al rapporto dei lucani con la Natura, madre e matrigna con cui i contadini e i pastori si sono sempre relazionati, lasciando sovente un'eredità ai figli e ai nipoti inurbati. A monte e a valle della Lucania interna è, appunto, così: in buona parte della sua gente è rimasto quello che mi piace definire, quasi un ossimoro, un panteismo cristiano sobrio e sincretico al tempo stesso, laddove giocoforza il lucano, tra le montagne aspre e i venti da est che rendono il tempo cangiante, persino capriccioso, ha sempre dovuto guardare verso l'alto, magari affidandosi per risollevarsi un po' ai canti devozionali di tradizione orale che nel film ho affidato a quella magnifica interprete che è Caterina Pontrandolfo, coadiuvata da Rocco De Rosa, autore delle musiche. La Lucania interna sa essere anche ostile per la Natura aspra che in gran parte la compone, ma è indubbio che la sua gente nutra una particolare devozione per le piante, i boschi, gli animali, adottando uomini semplici come il Beato Egidio, per esempio, figura a metà strada tra San Francesco e San Giuseppe da Copertino, che a Laurenzana e dintorni è amato come nessun'altra figura santa di maggior rango e che ho naturalmente inserito nel mio film.

Religione e tradizione spesso vanno di pari passo. Nei paesini è più forte che nelle città...

I paesi sono i nostri scrigni della memoria, compresa quella religiosa. Da anni ho casa in Tuscia, a Barbarano Romano, centro abitato che conta meno di mille abitanti. E Barbarano, dove in tanti angoli, quasi appartate, le donne del paese da secoli allestiscono piccole statue votive che raffigurano la Beata Vergine in forme diverse, dalla mater dolorosa alla Madonna nera, la fede popolare è qualcosa che tocchi con mano, una grande lezione per me che vivo nell'indifferenza di una grande città come Roma, malgrado sia la sede del papato. Qualcosa la devo anche alle mie origini napoletane, dove al fianco di San Gennaro si contano ben 99 vice-patroni, ma in Lucania, con le sue piccole e grandi chiese, per non dire dei monasteri e dei santuari, tutto questo l'ho sentito ancora di più perché è una terra del silenzio; e, si sa, il silenzio avvicina più facilmente a Dio, cosa che in montaggio con Erika Manoni ho voluto ben marcare.

Pasolini è presente per ovvi motivi, è stato un punto di riferimento per la sua formazione?

Sì, devo molto a Pierpaolo Pasolini, che, essendo negli anni 70 poco più di un bambino, non ho mai conosciuto di persona, benché frequentasse Sabaudia, dove andavo al mare con i miei genitori. Si parla e si scrive molto di Pasolini, forse troppo, ma io amo, oltre che il suo cinema, la sua poesia, i suoi "scritti corsari", l'inquietudine che lo ha sempre accompagnato lungo la sua quasi breve vita. Pasolini per me è l'esempio dell'intellettuale che fa del pensiero-azione il proprio verbo. Diventare anche regista per lui era anche un esercizio fisico; quello stesso dinamismo che lo ha portato in giro per il mondo, compreso in quella Palestina dove avrebbe voluto ambientare il suo "Vangelo secondo Matteo", per poi preferirle, oltre che la Tuscia, Matera, Loagopesole, Barile, luoghi dell'allora appartata Basilicata in cui ebbe modo di trovare paesaggi e volti che gli ricordavano le sacre rappresentazioni e i presepi viventi tipici del nostro Centro-Sud. E, appunto, con "Devozioni", insieme a Giuseppe Melillo, l'antropologo che mi ha accompagnato in questa avventura lunga un anno e Tarek Ben Abdallah, il direttore della fotografia, sono andato a Barile, paese arbresh, dove Pasolini in una delle cantine ai piedi dell'abitato ambientò la natività, l'arrivo dei Re Magi e la vendetta di Erode. E' stato emozionante tornare lì con i fratelli Bracuto, che da poco tempo per il Centro Pasolini si occupano di mappare online i luoghi in cui il poeta friulano girò. Lì ho sentito fortemente la presenza di Pasolini e quanto mi ci sento vicino. Lui era un marxista, dunque ateo, ma fortemente cristiano nell'animo; ed io, credente, vedo più religiosità nella sua arte, per fortuna intrisa di eretico anticonformismo, che i tanti sbandieratori della propria cattolicità.

Lei spesso mette in evidenza la provincia. Forse perché in quelle zone c'è ancora una sorta di comunità che si è persa nel tempo nelle metropoli?

La parola comunità mi è molto cara. Da cristiano e uomo di sinistra considero importante il "noi", specie in questi tempi di retromarcia storico-sociale. Ma resto fiducioso, perché abbiamo tutti bisogno degli altri. Sì, a formarmi è stata anche la provincia, sebbene un po' "bastarda", essendo Latina la città dove sono cresciuto, di recente fondazione e dunque di poche tradizioni. Però è lì che c'è stata la mia formazione politica, movimentista (ho cominciato a muovermi nel fatidico '77), antifascista (anche per le origini della città legate al Ventennio) e ambientalista (avevamo una centrale nucleare a 5 km dal centro oltre che il Parco Nazionale del Circeo pure a due passi, che contraddizione!), che con l'amore per il teatro e per il cinema, cominciato pure in età molto giovane, mi ha formato fin dall'adolescenza. In provincia da giovani ci si può annoiare di più e quando capisci, cosa che a me è realmente accaduta, che se vuoi dare un senso all'inquietudine che ti porti dentro sei tu a dover essere il motore della propria vita, mi sono messo in movimento cercando di sfuggire, sebbene non fosse affatto facile, alla condanna della solitudine adolescenziale, accompagnata sovente dalla mia chitarra, facendo politica oltre che teatro e cinema in forme amatoriali. D'altro canto ho avuto un padre socialista di origini umili, ma che aveva studiato fino ad essere diventato il primo laureato in famiglia (lo stesso poi ha fatto mia madre), ed è stato lui a insegnarmi, oltre a non starsene a guardare fuori dalla finestra, che essere di sinistra significa stare con e non sugli altri (qualcosa che mi sono pure portato nella pratica del documentario). In più aggiungi la mia formazione cristiana, che devo a un mio cugino maggiore e non ai miei genitori, ed ecco che il ragazzo di provincia ha scelto di affacciarsi sul mondo per quanto possibile con occhi ben aperti oltre che appassionati.

Lei, De Seta, Gregoretti e perchè no anche Cecilia Mangini e Costanza Quatriglio avete raccontato buona parte della storia d'Italia che spesso è nascosta. Quanto è importante fare ricerca per un documentarista?

Mi onora essere affiancato a maestri come De Seta, Gregoretti e Mangini, cui devo tanto, essendo stato anche fortunato a frequentarli. Sì, la mia ossessione è indagare l'Italia in tutte le sue forme. Il nostro, malgrado le tante cose che non vanno, è un Paese straordinario e in tanti sembra che se ne siano dimenticati. D'altro canto un grande Paese deve il suo essere speciale anche alle proprie contraddizioni. Cosa c'è di più contraddittorio di una Chiesa che per secoli predicando il bene ha razzolato il male? E quale incredibile esperienza è stata avere, nel bene e nel male, il più grande partito comunista d'Occidente nell'Italia prevalentemente cattolica? Come ha fatto un Paese fascistizzato come l'Italia, uscendo dolorosamente dalla guerra, a dar vita in un anno e poco più a quell'esperienza straordinaria che è il Neorealismo? Di domande così ne potremmo mettere in piedi a iosa, perché in Italia sono passati tutti e si è visto di tutto e questa, pur portando non pochi mali, va considerata una grande ricchezza. Ecco, si citavano giustamente quei grandi cineasti che hanno saputo raccontare l'Italia, ai quali ne potremmo aggiungere tanti altri. Ma rivendico il ruolo che ha avuto, fin dai primi anni 90, anche la mia generazione proprio grazie al cinema del reale. Hai citato me e Costanza Quatriglio, che di anni ne ha qualcuno di meno, ma, con età anche diverse, ci sono pure Daniele Vicari, Alina Marazzi, Alessandro Rossetto, Giovanni Piperno, Leonardo Di Costanzo, Marco Bertozzi, Gianfranco Rosi, Mario Balsamo, Enrica Colusso, Agostino Ferrente, Ilaria Freccia, Antonietta De Lillo, Pietro Marcello... ; documentaristi e non solo, che già vent'anni fa hanno fatto scrivere ad Adriano Aprà che forse il cinema più interessante in Italia negli ultimi decenni lo abbiamo realizzato proprio noi documentaristi. Magari esagerava un po' Adriano, però di cose belle e importanti ne sono state fatte tante eccome!

Una domanda più tecnica. Pensavamo che Wiseman fosse immortale. Invece ci ha lasciato poco fa. Esiste un suo erede?

L'americano Frederick Wiseman con il francese Jean Rouch è il padre del documentarismo moderno, quello finalmente libero dai codici del cinema finzione, che più di 60 anni fa ha saputo essere da apripista per la Nouvelle vague come poi per il New american cinema. Detto ciò non credo che Wiseman possa contare degli eredi se non alla larga. Chiaro che un Nicholas Philibert o un Riki Pah o un Roberto Minervini, pur con stili e approcci diversi alla realtà, non possono fare a meno della lezione di Wiseman, ma oggi il genere documentario sta assumendo forme diverse che non possono affidarsi solamente alla grande fiducia che il maestro americano sapeva riporre verso la realtà forte di una camera a spalla e del suono in presa diretta. Oggi il mondo è cambiato, si è fatto più complesso tra notizie taroccate, realtà aumentata e intelligenza artificiale in agguato, e anche il documentarista deve saper nuotare in acque ben più agitate che un tempo. Tuttavia rimangono intatte alcune cose che a mio parere passano solo se c'è curiosità di vita: i paesaggi, i volti, i gesti sono certo cambiati rispetto a ciò che cercava Pasolini in nome della sua stessa utopia, che metteva insieme passato, presente e futuro, ma nel profondo l'umanità e il mondo in cui pasce rimangono sempre gli stessi: nascita, sesso, conflitti, morte. Bisogna solo essere capaci di raccontarli con amore, stile e semplicità a mio parere, che, detto francamente, non è roba da tutti.

Si parla sempre di investire in cultura invece il governo di Giorgia Meloni toglie fondi al cinema italiano. Il taglio è di 90 milioni. Si passa da 696 milioni ai 606. Mentre, siccome a parole sono patrioti ma i fatti dicono altro , per il cinema straniero si passa da a 40 a 100 . Alla destra fa così paura il cinema italiano tanto da punirlo ogni volta?

Sì, alla destra il cinema italiano fa paura; e ne potrebbe fare tanta di più se provassimo tutti a rimboccarci le maniche provando a realizzare, come un tempo, film politici e sociali, oltre che d'autore, maggiormente coraggiosi. Certo, va detto pure che un po' a limitarci è anche la prevalenza del denaro pubblico in un sistema produttivo che necessiterebbe di maggiori investimenti privati... Ma questo non toglie che finanziare pubblicamente le arti sia vitale.

Dal canto mio sono sempre stato convinto che le crisi servano anche a crescere. E poi la destra fa la destra; trovo dunque inevitabile che sia poco attenta al "noi" come al valore stesso della cultura e delle arti, specie se non sono soggiogate al potere. Insomma, da quelle parti hanno fatto sempre fatica a capire che il cinema non è una saponetta; lo vorrebbero tutto chiuso nell'ambito dell'intrattenimento, magari limitandosi a osannare solo un Bellocchio o un Sorrentino. Detto ciò, trovo inaccettabile il revanchismo che muove questo governo, fino al punto di dirottare parte dei fondi per il tax credit, lei, la destra, che tanto si riempie la bocca di identità nazionale e spirito patriottico, in favore delle produzioni internazionali che vengono a girare in Italia. Certo, si tratta anche di una mossa economica forse opportuna nella società di mercato in cui viviamo, tuttavia trovo offensivo il rifiuto a dialogare con il mondo del cinema che ha accompagnato tre anni e anche più di governo del Paese. Sarà pure vero che certe colpe sull'assetto non sempre equilibrato del nostro cinema siano dovute anche a determinate scelte per molti versi liberiste adottate a suo tempo dalla sinistra di governo stessa, però credo che un Paese senza narrazioni sia un Paese zoppo e che non accettare voci diverse da quella ufficiale non appartenga a una vera democrazia. D'altro canto se non si fosse ragionato in questi termini nella anche ottusa Italia democristiana non ci sarebbero stati Antonio Pietrangeli, Marco Ferreri, Bernardo Bertolucci e tanti altri.