Il romanzo russo “Oblomov”: un grande caso letterario e sociale

Riflessione sull’inerzia umana tra memoria e realtà, dove il desiderio di quiete si scontra con le esigenze dell’azione e con il tempo che inevitabilmente scorre

Renato MarianoBattaglia delle Idee
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Tornando con il pensiero a gloriose letture giovanili, capita di soffermarsi con la memoria ai giorni felici di un autunno degli anni Novanta, quando ebbi il privilegio di leggere uno dei più grandi romanzi della letteratura russa, Oblomov. Il suo autore, Ivan Gončarov, non scrisse molto, ma fece questo importantissimo romanzo della letteratura russa dell’Ottocento il cui lascito andò ben oltre la sua iniziale immaginazione, travalicando i confini della storia stessa in esso contenuta e divenendo la descrizione mirabile di uno dei tratti più significativi del carattere dei russi, o forse sarebbe meglio dire dell’animo umano in generale.

Il giornalista e critico letterario Nikolaj Dobroljubov lo chiamò oblomovismo in un celebre saggio, rilevando l’aspetto sociale della vicenda e riconducendo la storia del personaggio ad un diffuso atteggiamento di stagnazione sociale e di crisi della società nell’epoca tardo zarista. Fu così che Oblomov divenne l’incarnazione di quel senso di inerzia, atarassia, quello stato perennemente contemplativo che schiva gli impegni lavorativi tanto quanto quelli mondani e ricerca uno stato di apparente quiete fino a giungere all’oblio. Oblomov si occupa poco e male dei suoi affari e del funzionamento dei gangli produttivi vitali della società, predilige l’ozio e l’abbondanza di cibo, vive sospeso in un tempo arcaico dove rifugia i suoi pensieri fantastici sfumati e colorati dalle stagioni che si susseguono una dopo l’altra, guardando la vita dalla cornice della finestra prediletta del suo ritiro pietroburghese.

Fin dalle prime pagine del romanzo, come solo i grandi scrittori riescono fare, Gončarov fa capire perfettamente il senso di tutta la narrazione successiva. Ilja Ilič Oblomov giace sul suo divano a San Pietroburgo fino a tarda mattinata e trascorre la sua giornata con il fedele servo Zachar, ecco un breve estratto:

«Una mattina Il'ja Il’ič Oblomov se ne stava a letto nell'appartamento che occupava in uno di quei casermoni di via Gorochovaja i cui inquilini sarebbero bastati a popolare un intero capoluogo di distretto. Il'ja Il’ič era un uomo di circa trentadue-trentatré anni, di statura media, gradevole d'aspetto, con occhi grigio scuro; ma i tratti del volto rivelavano un'assoluta incapacità di determinazione e di concentrazione. Il pensiero volubile trascorreva senza guida sul suo viso, gli svolazzava negli occhi, si arenava fra le labbra semiaperte, si nascondeva fra i solchi della fronte, poi si dileguava di botto, e allora il volto restava rischiarato solo del vago lucore dell'indolenza. Dalla faccia, l'indolenza si propagava a tutto l'atteggiamento del corpo, addirittura alle pieghe della vestaglia».

Nella prosecuzione di una storia tanto semplice quanto drammatica, Oblomov si dimostra incapace di gestire la sua grande tenuta in campagna, viene in seguito scosso dall'amico attivo Andrej Stolz, il quale lo sprona a reagire e ad amare la sensibile Olga, risvegliandolo dal suo quieto torpore. Tuttavia, la sua incapacità di agire e la paura del cambiamento lo porteranno a rifugiarsi nella rassegnazione, perdendo la donna amata e lasciandosi morire lentamente nelle sue abitudini. Gončarov fornisce al commosso lettore un significato ed un lascito drammatico, eppure, Oblomov non vive solo un tedioso e tragico presente, è anche un uomo che ricorda la sua infanzia perduta, una madre amata, un’arcadia mai più ritrovata e sempre agognata. Nei suoi occhi pieni di bontà e remissività rimane impressa indelebile l’immagine della Russia, sterminata e talmente grande tale da scoraggiare ogni azione, con i suoi campi verdi battuti dal vento e le betulle bianche come dei ceri di chiesa.

Il paesaggio innevato caratterizza il capitolo, un vero e proprio racconto all’interno del romanzo, noto come "Il sogno di Oblomov", che descrive l'infanzia del protagonista nella sua tenuta di campagna l’Oblomovka; il bianco candore della neve evoca un'atmosfera di torpore, lentezza e isolamento protettivo, simile a una favola dove il tempo sembra essersi fermato. Questi sono i più significativi scenari che accompagnano il nostro antieroe nelle sue lunghe elucubrazioni mentali e nell’agognata quiete del sonno.

Dopo l’analisi sociale di Dobroljubov, si scagliò contro l’oblomovismo** niente meno che Lenin**, il quale individuò in questo diffuso male della società uno degli aspetti da combattere e rimuovere per edificare il nuovo e laborioso uomo della società socialista, colui che avrebbe dovuto dimostrare al mondo intero il proprio indefesso e stakanovista esempio. Certamente questo aspetto sociale si scontrò con il socialismo, ma è stato anche motivo di preoccupazione e analisi nelle nascenti società capitaliste moderne, le quali esaltavano anch’ esse il mito della produttività e dell’efficienza umana. Per un curioso e forse non casuale scherzo della storia, Gončarov nacque nel 1812 a Simbirsk una città affacciata sul Volga, fiume madre della Russia e proprio qui vide la luce, circa 60 anni dopo, Vladimir Ilič Uljanov Lenin e la città dal 1924 fu ribattezzata Uljanovsk in sua memoria.

Sarebbe tuttavia troppo lunga e fuorviante un’analisi esclusivamente politica e sociale; infatti, la bellezza e la pienezza del discorrere sopra le vicende dell’oblomovismo sta proprio nella sua duplice dimensione, interiore dell’anima ed esteriore della società. Ma in fondo, pur non diventando un Oblomov, pur non ammalandosi definitivamente di oblomovismo, a chi di noi non è mai capitato di sprofondare inerme nei propri pensieri contemplando un panorama, una luce particolare fuori dal proprio focolare domestico, ricordando lo scorrere inesorabile del tempo, rimembrando gli anni passati e forse perduti tra mille attività, pensieri e iniziative che hanno apparentemente riempito una vita.

Oggi questa propensione alla riflessione, semplice e naturale dell’animo umano, appare sempre più rimossa e volutamente occultata, viviamo un’epoca quasi a senso unico dove i valori dell’affermazione, del successo a tutti i costi, della ricerca di effimere ed apparenti ricchezze troneggiano ovunque vaneggianti, forse ancor di più dei sogni del buono ed infelice Oblomov.