Il riformismo che non aveva paura della pace

La polemica sulle parole di Virginia Libero riapre una questione storica: l’antimilitarismo non è estraneo alla tradizione socialista e riformista italiana, da Matteotti a Turati.

Paky TianiApprofondimenti
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Archivio Rinascita

C’è qualcosa di curioso nella polemica esplosa dopo le parole di Virginia Libero alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia.

La segretaria dei Giovani Democratici ha detto dal palco: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre». E poi, parlando di un’eventuale partecipazione italiana a un conflitto, ha aggiunto: «Noi organizzeremo i disertori». Parole forti, certamente. Parole che possono essere discusse, contestate, persino respinte nel merito.

Ma nella discussione che ne è seguita è comparso un argomento che merita di essere discusso molto più seriamente: l’idea che parlare di diserzione, rifiutare la logica della guerra, rivendicare un sentimento antibellico sarebbe qualcosa di estraneo alla tradizione riformista, socialista e democratica italiana.

È una ricostruzione storica piuttosto singolare. Perché se c’è un nome che dovrebbe impedire al riformismo italiano di considerare il pacifismo una sorta di deviazione radicale, quel nome è Giacomo Matteotti.

Non è necessario trasformare Matteotti in ciò che non fu. Non era un uomo fuori dalla storia, né un pacifista nel senso contemporaneo del termine. Era un socialista, un riformista, un parlamentare, un uomo delle istituzioni. Fu un antifascista senza cedimenti e, dopo la scissione di Livorno, rimase fieramente distante dal comunismo. Nel 1922 fu scelto come segretario del Partito socialista unitario, la formazione riformista nata dalla scissione del socialismo italiano.

Eppure proprio Matteotti fu anche uno degli oppositori più intransigenti della guerra e del militarismo nella storia del socialismo italiano. Non è una rilettura contemporanea. È storia.

Già nel 1912, durante la guerra di Libia, il giovane Matteotti si oppose all’impresa coloniale italiana. Nel 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale, sostenne la neutralità assoluta. Mentre il Partito socialista si attestava sulla formula «né aderire né sabotare», Matteotti chiedeva una posizione ancora più netta.

Nel 1915 arrivò a teorizzare persino la necessità di un’insurrezione popolare contro la guerra. Per le sue posizioni fu accusato di «disfattismo», processato e condannato; richiamato alle armi, venne allontanato dal Polesine e confinato in Sicilia per il resto del conflitto.

Non fu dunque soltanto un uomo che “preferiva la pace alla guerra”. Fu un riformista che considerava il militarismo un problema politico. E questa distinzione è importante.

Per Matteotti la guerra non era semplicemente una disgrazia inevitabile che capitava agli Stati. Era il prodotto di precise scelte politiche, economiche e nazionalistiche. Era un fenomeno che ricadeva soprattutto sulle classi popolari: sui lavoratori chiamati a combattere, sui salari erosi, sulle famiglie, sulle libertà civili, sull’organizzazione democratica della società e sulle giovani vite spezzate.

E qui arriva il punto che dovrebbe interessare soprattutto chi oggi si definisce riformista. Matteotti non considerava il riformismo come l’arte di accettare la realtà così com’è. Al contrario.

Nel febbraio del 1915, polemizzando proprio con Filippo Turati sulla linea da assumere di fronte alla guerra, scriveva: «Da buon riformista, io non ho mai negato le possibilità e necessità rivoluzionarie». È una frase che andrebbe riletta ogni tanto. Perché restituisce al termine “riformismo” una cosa che oggi rischiamo di perdere: il conflitto con ciò che deve essere cambiato.

Il riformismo di Matteotti non era moderatismo. Non era acquiescenza. Non era una versione educata del realismo politico. Era la convinzione che la politica dovesse trasformare la società attraverso l’organizzazione, le istituzioni, il Parlamento, il sindacato, le cooperative, la partecipazione popolare. Ma proprio per questo non aveva alcun bisogno di inginocchiarsi davanti alla retorica della forza.

Lo stesso vale per Filippo Turati, che pure ebbe con Matteotti divergenze importanti e che non condivideva sempre le sue posizioni più radicali. Turati non fu un pacifista “arcadico”. Ma considerò il confronto pacifico una condizione essenziale per l’avanzata del socialismo e si oppose al militarismo e all’irredentismo.

Nel 1914-15 fece propaganda perché l’Italia restasse fuori dalla guerra e, dopo l’ingresso nel conflitto, lavorò per una soluzione diplomatica. Nel dopoguerra arrivò a immaginare un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione tra i popoli, sul disarmo e su istituzioni sovranazionali.

Dunque no: non è vero che il pacifismo sia sempre stato patrimonio esclusivo delle componenti massimaliste o rivoluzionarie del socialismo. E non è neppure vero che il riformismo storico italiano abbia avuto nel militarismo una sua naturale conseguenza.

La storia è più complicata. E, forse, più interessante.

Matteotti e Turati non erano identici. Matteotti fu più radicale e intransigente. Turati fu più prudente. Il PSI stesso adottò una posizione diversa da quella che Matteotti avrebbe voluto, scegliendo il celebre «né aderire né sabotare». Ma il dato di fondo rimane.

Nel cuore del socialismo riformista italiano c’era una critica radicale alla guerra.

E c’è un’altra distinzione che in queste ore viene volutamente o involontariamente cancellata. Le parole di Virginia Libero sulla diserzione non hanno nulla a che vedere con il diritto del popolo ucraino a difendersi dall’aggressione russa.

La posizione dei Giovani Democratici sull’Ucraina è chiara: condanniamo senza ambiguità l’aggressione di Putin e riconosciamo al popolo ucraino il diritto di difendere la propria libertà e la propria sovranità. La stessa Virginia Libero, dopo la polemica, lo ha ribadito esplicitamente: «Kiev non c’entra nulla con quello che ho detto dal palco. Sappiamo da che parte stare, dalla parte dell’Ucraina. E condanno Putin».

Essere contrari alla guerra non significa essere neutrali davanti a chi una guerra la scatena. E sostenere il diritto dell’Ucraina a difendersi non obbliga automaticamente a considerare ogni ulteriore riarmo, ogni aumento della spesa militare o ogni prospettiva di allargamento del conflitto come inevitabile o desiderabile. Sono piani diversi, che il dibattito pubblico di questi giorni tende troppo facilmente a sovrapporre.

Matteotti comprese con grande anticipo anche il pericolo insito nella pace punitiva imposta alla Germania dopo la Prima guerra mondiale. Fu tra coloro che denunciarono i rischi di una politica internazionale costruita sull’umiliazione dei vinti e sulle riparazioni insostenibili.

Da segretario del Partito socialista unitario continuò a occuparsi delle conseguenze della guerra e dei rapporti internazionali, vedendo nel nazionalismo e nel revanscismo tedesco il possibile preludio a una nuova tragedia europea.

Il suo internazionalismo non era dunque il rifiuto della patria. E qui sta forse uno dei punti più importanti per la discussione di oggi. Matteotti è, per tutti, un patriota. Matteotti fu un patriota e non un martire, poiché egli ingaggiò una battaglia irriducibile contro i disvalori e la violenza fascista.

Lo è perché dedicò la propria vita alla libertà del proprio Paese, alla democrazia, ai diritti dei cittadini e alla costruzione di una società più giusta. Eppure fu anche uno dei più tenaci oppositori della guerra e del militarismo.

Le due cose, nella sua storia, non sono in contraddizione.

Per Matteotti si poteva amare profondamente la propria patria senza considerare la guerra la misura del proprio patriottismo. Anzi, proprio l’amore per il Paese poteva imporre di opporsi a una guerra che avrebbe sacrificato migliaia di italiani sull’altare del nazionalismo.

Forse è questa la lezione più interessante. Il socialismo riformista italiano non è nato per insegnare alle persone quando devono combattere.

È nato anche per chiedersi perché combattono, per chi combattono e chi paga il prezzo delle guerre. E soprattutto per provare a costruire un mondo nel quale la politica, la democrazia, la cooperazione internazionale e la solidarietà tra i popoli rendano la guerra non un destino inevitabile, ma una sconfitta da prevenire.

Per questo, davanti alla parola “disertori”, prima di indignarsi sarebbe utile aprire qualche libro di storia. Magari proprio Socialismo e guerra di Giacomo Matteotti.

Perché può capitare di scoprire che il patriottismo non è monopolio di chi invoca le armi, che il riformismo non è sinonimo di moderatismo e che l’antimilitarismo non è una tradizione estranea al socialismo democratico.

È, anche, una parte della nostra storia. E Matteotti ce lo ricorda da un secolo.

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