Il progressismo senza radici non basta

La crisi della sinistra non si supera cancellandone l’identità, ma ricostruendo un pensiero moderno capace di leggere le fratture del presente.

Enrico RossiFlusso Quotidiano
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ANSA

Giuseppe Conte definisce il Movimento 5 Stelle “progressista” ma non “di sinistra”. È una scelta comprensibile: difende l’autonomia del M5S da Pd e Avs, non ne rinnega le origini post-ideologiche e lo mantiene nel campo dell’alternativa. Una posizione onesta e rispettabile.

Ma questa distinzione pone una domanda politica di fondo: si può cambiare davvero la realtà senza radici in una storia, in un pensiero, in categorie capaci di leggere il presente? Il rischio, abbandonando ogni ideologia, è diventare più deboli nell’analisi e finire subalterni al pensiero dominante. E può reggere uno schieramento di forze prive di riferimenti comuni?

La crisi della sinistra non si supera cancellandone l’identità, ma ridefinendola. Serve una sinistra capace di guardare criticamente alla propria storia e ai propri errori, e di misurarsi con le fratture del presente: precarietà, nuove povertà, crisi climatica, trasformazione digitale. Non bisogna superare destra e sinistra, ma ricostruire un pensiero forte, moderno e riconoscibile.

In questa direzione va il Global Justice Report coordinato da Thomas Piketty. Il rapporto immagina un mondo più ricco, più eguale e compatibile con i limiti climatici. La tesi è netta: la transizione ecologica non può riuscire senza redistribuire ricchezza e potere. Decarbonizzazione, riduzione dei consumi eccessivi nei paesi ricchi, rafforzamento dei servizi pubblici, sanità, istruzione, cultura e riduzione del tempo di lavoro fanno parte di un’unica visione.

La proposta di un Global Justice Fund, finanziato da imposte sui grandi patrimoni e sui redditi estremi, punta a sostenere soprattutto i paesi più poveri nella sanità, nella scuola e nella transizione energetica. Ma il progetto è anche istituzionale: chiede di democratizzare Fmi, Banca mondiale e sistema monetario internazionale.

Il limite è politico: una cooperazione globale oggi appare difficilissima. Ma la forza del rapporto sta nel rovesciare la domanda: non che cosa sia possibile dentro le istituzioni esistenti, ma quali istituzioni servano per un mondo giusto, prospero e abitabile.

Per Pd, Avs e M5S questo può essere un terreno comune: redistribuzione, giustizia climatica, servizi pubblici, democrazia economica. Non per cancellare le differenze, ma per trasformarle in una visione condivisa. È l’intuizione del “convegno di futurologia” evocato da Berlinguer: una politica capace di pensare il futuro, non solo di amministrare il presente.

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