Il privilegio si fa chiamare merito

La retorica dell’impegno individuale assolve un sistema che distribuisce opportunità diseguali. Per due generazioni, i sacrifici hanno rinviato l’autonomia.

Antonella PepeIl Punto
RIVRINASCITA_20261026152318418_44a5dfe5b205a52e805974c224964bfd.jpg

ANSA

Per anni ci hanno raccontato la stessa storia: studia, lavora, impegnati, fai sacrifici. Prima o poi i risultati arriveranno. Il merito sarà riconosciuto, il lavoro ripagato, il futuro migliore del passato. Una promessa rassicurante, che ha alimentato le aspirazioni di milioni di persone. Ma mentre a tutti veniva chiesto di impegnarsi di più, l’ascensore sociale si fermava, le disuguaglianze si consolidavano e la possibilità di costruire una vita autonoma diventava sempre più difficile.

Il “merito”, da principio di giustizia, si è così trasformato in una narrazione utile a giustificare le disuguaglianze: se arrivi in alto è perché lo meriti; se resti indietro, evidentemente non ti sei impegnato abbastanza. Il sistema scompare dal dibattito e sul banco degli imputati finisce chi ne subisce le conseguenze. È una narrazione politicamente conveniente, perché sposta l’attenzione dalle responsabilità collettive alle presunte mancanze individuali.

Eppure, il merito non esiste nel vuoto. Contano la famiglia in cui si nasce, le risorse economiche, la qualità dell’istruzione, le relazioni e la possibilità di studiare senza dover contemporaneamente lavorare per sopravvivere. Chi può contare sul sostegno familiare parte da condizioni diverse rispetto a chi deve pagare un affitto o contribuire alle spese domestiche. Se il punto di partenza condiziona quello di arrivo, la meritocrazia rischia di premiare il privilegio anziché riconoscere il talento.

Accanto al mito del merito si è consolidata la retorica del “sacrificio”. Bisogna stringere i denti, accettare la precarietà, rinunciare a una casa, rimandare l’autonomia e aspettare tempi migliori. Ma quale futuro, esattamente? Il sacrificio ha senso quando è temporaneo e apre una prospettiva di miglioramento. Diventa un ricatto quando è permanente, quando si lavora senza riuscire a vivere dignitosamente e ogni rinuncia viene presentata come una responsabilità individuale. Se uno stipendio non basta, si suggerisce di risparmiare; se manca la stabilità, si invita a essere flessibili; se non si riesce a costruire un futuro, si chiede di impegnarsi ancora. Così i salari insufficienti diventano un problema di ambizione e le disuguaglianze una questione di volontà. A chi fatica ad arrivare a fine mese si chiede di cambiare abitudini, raramente ci si domanda se siano le condizioni economiche e sociali a dover cambiare.

Il conto lo pagano almeno due generazioni: chi è entrato nel mercato del lavoro nei primi anni Duemila e chi è arrivato dopo, trovando precarietà, costo della vita elevato e accesso alla casa sempre più difficile. A entrambe è stato chiesto di formarsi, adattarsi, essere competitive e aspettare. Nel frattempo, per molti, il lavoro non ha garantito né sicurezza né autonomia economica. Il futuro, da promessa di emancipazione, è diventato per molti un orizzonte continuamente rimandato. Una società nella quale le possibilità di costruire il proprio futuro dipendono sempre più dalle risorse ereditate trasforma i diritti in privilegi, riproducendo le disuguaglianze invece di ridurle.

La questione, allora, è politica: chi produce la ricchezza e chi ne raccoglie i benefici? Mentre ai lavoratori si chiede di essere sempre più produttivi e disponibili, i risultati della crescita non si traducono necessariamente in salari adeguati, stabilità e benessere diffuso. La distribuzione del valore non è una fatalità: dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro, dalla contrattazione collettiva, dalle politiche fiscali, dalla tutela dei diritti e dalle scelte delle istituzioni. Parlare di merito senza affrontare questi nodi significa ignorare le condizioni materiali che rendono possibile, o impediscono, la mobilità sociale. Contestare questa retorica non significa negare il valore dell’impegno individuale. Significa sottrarlo all’uso che ne è stato fatto: quello di chiedere responsabilità a chi ha poco potere e assolvere un sistema che distribuisce in modo diseguale opportunità e risorse.

È arrivato il momento di rovesciare questa narrazione. Non sono le persone a dover continuare a pagare il prezzo di un sistema che non garantisce loro sicurezza e futuro. È la politica che deve tornare a scegliere da che parte stare: dalla parte di chi il valore lo produce, di chi vive del proprio lavoro, di chi non vuole più essere costretto a scegliere tra un salario insufficiente e una vita senza prospettive. Perché il merito senza uguaglianza è privilegio. Il sacrificio senza emancipazione è sfruttamento. E una società che chiede sempre di più a chi ha sempre meno non è una società che premia il merito: è una società che difende i rapporti di forza esistenti.

Alle nuove generazioni non serve un’altra lezione sulla necessità di impegnarsi. Serve restituire loro potere contrattuale, diritti, salari dignitosi e la possibilità concreta di decidere del proprio futuro. Non chiedere altri sacrifici, ma costruire le condizioni per non doverne più subire. Perché il futuro non è una ricompensa da meritare individualmente: è un diritto sociale da conquistare collettivamente.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati