L'illusione del Pop e la dignità del Popolare: per una politica del pensiero lungo
Dai partiti di massa a Gramsci e Berlinguer, per tornare a rappresentare la società non serve abbassare il discorso pubblico, ma rendere accessibile la complessità.

ANSA
La parabola regressiva della politica contemporanea trova la sua drammatica sintesi nell’incapacità di scindere ciò che è popolare da ciò che è banalmente “pop”, alimentando una confusione che svuota la rappresentanza della sua natura più nobile. Ciò che storicamente ha reso grandi i partiti di massa del Novecento italiano non è stato il compiacimento delle pigrizie del presente, ma un’intensa e ostinata ambizione pedagogica.
La forza di quell’esperienza risiedeva nell’idea che il cittadino, indipendentemente dalla propria estrazione sociale o dal proprio livello di istruzione, possedesse la dignità intrinseca per accedere a un linguaggio alto e a una visione complessa del mondo. Nelle sezioni di partito si realizzava un miracolo democratico, in cui l’accademico e l’analfabeta si trovavano a dibattere su un piano di paritetica dignità etica e politica, accomunati dal medesimo sforzo di non cadere nella banalità e di sentirsi parte attiva di un destino collettivo.
Nessun dirigente d’allora si sarebbe mai sognato di ostentare una grammatica approssimativa, una parlata dialettale o una battuta da osteria al solo fine di accattivarsi le simpatie delle masse. L’obiettivo strategico risiedeva esattamente nel percorso inverso: elevare la società, non degradare l’istituzione.
Questa impostazione si innesta sull’originale riflessione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Nella teorizzazione gramsciana, il partito politico si modella come il “moderno Principe”, un organismo complesso capace di articolare una volontà collettiva e di promuovere una riforma intellettuale e morale.
Per Gramsci, l’egemonia non si riduce a una tecnica di consenso o a un’istruzione calata dall’alto. Si configura piuttosto come un processo dialettico volto a superare il “senso comune” — l’insieme disorganico e caotico di concezioni del mondo assorbite passivamente dalle classi subalterne. Il compito della politica è far emergere da quella frammentazione un “buon senso” coerente e critico, permettendo ai subalterni di diventare soggetti della storia attraverso l’unione indissolubile di teoria e prassi.
L’esplicazione tangibile di questa visione è la Festa de l’Unità, sintesi vivente di un immenso lavoro collettivo. In questo spazio comunitario ciascuno mette spontaneamente a disposizione la propria abilità — chi cucinando, chi allestendo i dibattiti, chi curando la logistica o l’accoglienza. Il contributo del singolo lavoratore vi assume la medesima dignità dell’intervento del dirigente nazionale: è la prova concreta di come un’idea comune si incarni in una prassi condivisa, dove opera manuale e discussione teorica si fondono in un unico gesto di partecipazione e di riscatto sociale.
È proprio su questo crinale sottile che si colloca l’episodio relativo a Stefano Bonaccini. Al netto delle facili strumentalizzazioni che ogni scivolone politico inevitabilmente attira, l’intervento del dirigente evidenzia un rischio strutturale di incomprensione. Le intenzioni dichiarate da Bonaccini erano chiare: rivendicare un radicamento popolare, una prossimità ai problemi concreti delle persone, un linguaggio privo di orpelli elitari.
Eppure l’episodio spalanca una voragine comunicativa. Quando il tentativo di declinare la vicinanza al popolo scivola sul terreno del codice “pop”, la politica espone il proprio fianco. Il rischio non è solo quello della caricatura, ma qualcosa di più insidioso: non farsi comprendere dal proprio stesso elettorato, che avverte lo scarto tra l’autentica vocazione popolare e l’adozione di un registro semplificato. Se la volontà era riallacciare i fili con la quotidianità dei cittadini, il risultato percepito rischia di confermare l’idea opposta — che per parlare alla società si debba necessariamente abbassare l’asticella del discorso pubblico.
Con il declino della Prima Repubblica e l’affermarsi del modello mediatico berlusconiano, la politica subisce una profonda mutazione strutturale: diventa quella che la sociologia definisce una “democrazia del pubblico”. In questo nuovo orizzonte la mediazione pedagogica e comunitaria è sostituita da un meccanismo puramente speculare, in cui il leader non cerca più di indicare una rotta o di educare l’elettorato, ma si limita a rifletterne le paure, le inclinazioni immediate e la superficie del linguaggio.
L’ansia di apparire popolari attraverso stilemi “pop” tradisce un complesso d’inferiorità culturale che attraversa larga parte della sinistra contemporanea. Lo si vede ogni volta che un contenuto complesso viene tradotto in slogan da post-it pur di “arrivare” sui social, come se la sintesi fosse di per sé un tradimento del pensiero. Si finisce per metabolizzare il presupposto secondo cui la complessità sia sintomo di snobismo elitario.
Riducendosi a una rincorsa affannosa del sondaggio del giorno e dell’emergenza contingente, si smarrisce la capacità teorica di tenere insieme l’arco globale dei problemi e l’azione sul territorio. Da questo cortocircuito deriva anche la scissione artificiosa tra diritti civili e diritti sociali, trattando i primi come vezzi per élite urbane o sbandierandoli come feticci disconnessi dalle condizioni materiali dei lavoratori. Nell’elaborazione originaria del pensiero progressista, al contrario, la liberazione della persona da ogni forma di discriminazione e il suo affrancamento economico dalla precarietà sono due momenti inscindibili di un unico processo di emancipazione universale.
Recuperare la politica dei pensieri lunghi invocata da Enrico Berlinguer significa rifiutare la logica del panem et circenses per restituire respiro alla democrazia. Incarnare le istituzioni impone uno scarto estetico e formale, che garantisca la prevalenza dell’interesse pubblico sulla miseria della contingenza individuale.
Il consenso autentico e duraturo non nasce dall’adulazione dell’elettorato né da un’eterna rincorsa alle mode mediatiche, ma da una semina culturale ostinata, capace di misurarsi con i tempi lunghi della storia e di alimentarsi dei piccoli successi quotidiani della comunità. Una sinistra che ambisca a governare il cambiamento deve ritrovare il coraggio dell’ambizione: proporre alle masse non una rassicurante banalità quotidiana, ma un disegno di riscatto collettivo dentro cui valga la pena crescere insieme.
Il rifiuto del populismo e della vuota estetizzazione, tuttavia, non deve tradursi nell’errore opposto — un’astrattezza dottrinale che scambia l’intellettualismo per rigore e l’incomprensibilità per autorevolezza. La forza del pensiero lungo sta nella capacità di coniugarsi con la sintesi, con la chiarezza del linguaggio e con un’estrema concretezza dell’azione politica.
Le tecniche di comunicazione e le dinamiche del marketing contemporaneo non vanno rifiutate a prescindere: vanno sottomesse a un progetto etico, usate come strumenti di democratizzazione per rendere accessibile ciò che è complesso, non per nascondere il vuoto di idee dietro uno slogan.
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