Il PD tra partito e movimento: verso una nuova forma di organizzazione?
Un’analisi della “movimentizzazione” del Partito Democratico: tra apertura partecipativa, svolta discorsiva e persistenti resistenze organizzative interne

ANSA
Nella scienza politica la letteratura è concorde nel rilevarlo: i partiti politici sono in crisi. Strutture fondamentali del Novecento, cinghie di trasmissione tra il cuore della società e i palazzi della politica, sembrano aver abdicato alla loro storica funzione di costruttori di identità collettive. Verso la fine del secolo scorso si è assistito a un processo che gli scienziati politici Richard Katz e Peter Mair hanno definito di “cartelizzazione”: il partito abbandona gradualmente i luoghi della società civile, perde iscritti e sezioni e si confina entro le mura delle istituzioni, dalle cui risorse finisce per dipendere per sopravvivere.
Nei decenni successivi abbiamo assistito all’emersione di partiti che hanno apertamente contestato questo modello e che hanno cercato, con esiti alterni, di riportare il partito fuori dalle istituzioni. Alcuni li hanno definiti partiti populisti, mettendo l’accento sulla loro “ideologia sottile”, secondo la definizione di Cas Mudde, che separerebbe il “popolo onesto” dalle “élite corrotte”. Altri, come Paolo Gerbaudo, hanno sottolineato la digitalizzazione di queste organizzazioni, in tensione con le strutture fisiche dei partiti tradizionali. Altri ancora, come Donatella della Porta, hanno analizzato come alcuni di questi attori, con l’obiettivo di “tornare alla società”, abbiano deliberatamente imitato le forme organizzative fluide, i linguaggi antagonistici e le azioni non-convenzionali dei movimenti sociali.
Dalla frattura del 2008 sarebbero emersi diversi attori che hanno assunto la forma del “partito-movimento”, come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e, mutatis mutandis, il Movimento 5 Stelle in Italia: partiti che hanno occupato una posizione intermedia, per riprendere le categorie del sociologo Charles Tilly, tra la politica del “conflitto” e quella delle “istituzioni”.
In tempi recenti, la letteratura politologica ha osservato come il “movimentismo” dei partiti abbia iniziato a investire non solo le strategie degli attori challenger emergenti. Anche i partiti tradizionali, nel tentativo di rispondere alla crisi che attraversano, sembrano cercare almeno in parte di “movimentizzarsi”, secondo gradi e modalità differenti. Ma a cosa facciamo riferimento quando parliamo di “movimentizzazione”? E quali caratteristiche distinguono i partiti-movimento?
Anzitutto, per movimentizzazione intendiamo la strategia attraverso cui i partiti politici, in misura e modalità diverse, adottano tratti tipici dei movimenti sociali. I partiti-movimento, che rappresentano l’espressione più compiuta di questa impostazione, si distinguono per un’organizzazione aperta verso l’esterno, deliberativa e spesso digitale, pensata per favorire la partecipazione dal basso. Sul piano del discorso politico adottano un linguaggio vicino a quello dei movimenti, di impronta anti-establishment, insistendo sui temi che animano le piazze, cercando di costruire legami con esse e prendendo le distanze dai linguaggi tradizionali della politica.
Quanto ai repertori d’azione, affiancano all’attività istituzionale forme di intervento extra-parlamentare, come proteste, mobilitazioni di piazza e collaborazioni con realtà della società civile. Oggi, in base a quanto emerge dalla mia ricerca, è sempre più difficile pensare i partiti politici come attori del tutto distinti e contrapposti ai movimenti, e sempre più spesso si osservano tentativi di “movimentizzazione” dei partiti stessi. Il Partito Democratico guidato da Elly Schlein sembra costituire un esempio emblematico.
L’Organizzazione del partito fra apertura e inerzia
Se per movimentizzazione, dal punto di vista organizzativo, intendiamo l’adozione di strutture aperte e partecipative, il Partito Democratico ha cercato di integrarle nella propria architettura fin dalla fondazione. Il Partito Democratico nasce nel 2007 non come partito burocratico di massa sul modello novecentesco, ma come “partito aperto”, con l’intento di superare le rigidità delle forme tradizionali di organizzazione politica. Sin dall’inizio ha introdotto strumenti di partecipazione diretta che lo distinguono nel panorama europeo, come le primarie aperte, e ha disciplinato la condizione dei non iscritti, ai quali vengono riconosciuti specifici diritti nella vita associativa.
L’analisi degli statuti, dal 2008 al 2023, mostra che questa apertura costituisce un tratto strutturale e persistente: nel tempo il partito ha progressivamente integrato forum tematici, reti di volontariato e piattaforme digitali dedicate alla deliberazione. Negli ultimi anni tale traiettoria ha conosciuto un passaggio rilevante con l’istituzionalizzazione del “Processo costituente” nel 2023, meccanismo che ha formalmente aperto la redazione del nuovo Manifesto dei Valori al contributo diretto di associazioni, cittadini e organizzazioni della società civile.
Pur in presenza di dispositivi di apertura radicati nel tempo, la triangolazione fra lo studio degli statuti e le interviste qualitative semi-strutturate con i militanti evidenzia una tensione tra queste spinte innovative e la resilienza di prassi consolidate, come il sistema delle correnti e la forte gerarchizzazione interna. Lo studio interpreta questa dinamica come un’asimmetria strutturale tipica dei partiti istituzionalizzati che tentano di innovarsi per rispondere alla crisi di rappresentanza che attraversano.
Il discorso politico e il ritorno alla piazza
Se sul piano organizzativo le novità della segreteria Schlein non segnano rotture radicali, inserendosi nel solco del “partito aperto” tracciato fin dalla nascita del Partito Democratico, è sul versante culturale e comunicativo che emerge la trasformazione più significativa.
La segreteria ha impresso una svolta attraverso un discorso politico orientato ai movimenti, in discontinuità con le stagioni precedenti. Questo nuovo stile si fonda anzitutto su una ridefinizione della leadership: Elly Schlein rifiuta un modello verticale e personalistico per promuovere una narrazione centrata su un “noi” collettivo, descrivendo il partito come una comunità orizzontale che vive della propria base. Un elemento centrale dell’analisi discorsiva è la moralizzazione del conflitto politico: i temi programmatici non vengono presentati come mere opzioni tecniche di policy, ma come battaglie valoriali, dalla giustizia climatica ai diritti civili fino alla sanità pubblica, spesso richiamando esplicitamente le rivendicazioni espresse nelle piazze.
Questa strategia si avvale in modo sistematico di narrazioni personali e testimonianze dirette, utilizzate come dispositivi di attivazione emotiva e come prove politiche delle responsabilità attribuite alla destra al governo. La retorica dell’orizzontalità trova poi una traduzione nei repertori d’azione, segnati dal tentativo di tornare nei luoghi della mobilitazione, come piazze, cortei e presìdi, dove il partito cerca di porsi come alleato dei movimenti e di assumerne le istanze.
Schlein ricorre alla metafora del ponte tra il “dentro” e il “fuori” del partito, collocando il PD come un attore poroso, intenzionato a trasferire il conflitto sociale nelle sedi istituzionali. Questa sinergia ha rafforzato i legami tattici con sindacati, organizzazioni LGBTQ+ e movimenti studenteschi, contribuendo a spostare l’asse programmatico su temi rispetto ai quali in passato il partito era apparso diviso o timido, come il salario minimo, il superamento del Jobs Act e il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Nel complesso, questo riposizionamento può essere letto come un tentativo di ri-legittimazione attraverso una convergenza tematica e tattica con la società civile. Adottando codici e linguaggi propri dei movimenti, il PD guidato da Schlein incarna quella che definisco “movimentizzazione asimmetrica”: una trasformazione più culturale che organizzativa, che ridefinisce identità e valori senza alterare in profondità una struttura istituzionale rimasta in larga parte coerente con il proprio passato.
Conclusioni: verso un nuovo modello di partito?
In conclusione, l’immagine che propongo è quella di un PD in bilico tra due tensioni. Da un lato, la volontà di adottare forme e linguaggi innovativi che provano a rivolgersi all’esterno del partito. Dall’altro, la persistenza di logiche tradizionali tipiche dei partiti mainstream che guardano in direzione opposta. La scommessa di Schlein rimane dunque aperta: la sua leadership ha dimostrato che è possibile “movimentizzare” il partito sul piano culturale dell’immagine e del discorso politico, ma la sfida del futuro sarà completare il processo andando a toccare la struttura organizzativa stessa. Se il PD riuscirà a superare questa asimmetria, potrebbe diventare prototipo di un nuovo tipo di partito mainstream, capace di sintetizzare la responsabilità istituzionale con la forza vitale del conflitto sociale. Se invece le resistenze strutturali avranno la meglio, il rischio è quello di un’ennesima occasione persa di rinnovamento.