Il paradosso woke: quando i diritti diventano mercato

Dalla prostituzione alla gestazione per altri, fino all’identità di genere: perché la sinistra deve interrogarsi su libertà, corpi e sfruttamento.

Silvia BaratellaIl Punto
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ANSA

La lettera del 21 agosto di Conte a Repubblica ha aperto finalmente una breccia a sinistra rispetto all’impossibilità di mettere in discussione il concetto di “woke”. Qualunque cosa si pensi delle opinioni di Conte, aprire una discussione su questo argomento non era più rinviabile, perché l’agenda woke ha avuto un peso nella politica degli ultimi anni, per quello che ha messo in avanti, quello che ha nascosto, quello che ha veicolato, per le normative che ha prodotto o cercato di produrre e il modo in cui ha orientato anche in Italia le politiche e l’immagine di governi e opposizioni.

“Woke”, per chi come me non sa l’inglese, letteralmente vuol dire “sveglio, sveglia”, da intendersi nel senso di “attenta, attento”, “consapevole”, che a sua volta va interpretato nel senso di “consapevole delle ingiustizie”, solidale. Quindi essere vigili contro il razzismo, la xenofobia, l’omofobia, la transfobia, contro i moralismi colpevolizzanti nei confronti di certe categorie. Senonché… come?

Nella pratica, in tutte le materie che affronta, l’agenda woke produce un ribaltamento paradossale degli effetti rispetto alle sue intenzioni dichiarate. In molti casi, svuota e riscrive significati senza contribuire a un reale cambiamento della società, ma anzi cristallizzandone i presupposti. Apparentemente, al centro ci sono sempre sensibilità che vanno rispettate e minoranze e categorie che vanno riconosciute, il che fa presa sul senso di giustizia di molte e di molti. E naturalmente sensibilità e minoranze vanno rispettate, ma, di nuovo, come?

Uno dei temi è il rispetto per le donne prostituite contro il moralismo sessuofobo e l’emarginazione. Prima di parlare di sessuofobia bisogna discutere di che cos’è la sessualità. “Sessualità” non può essere l’annichilimento del desiderio e del piacere femminile in nome della pretesa maschile di godimento. In ambito woke, la libera scelta delle donne è ridotta a scelta commerciale e, di conseguenza, il “diritto” al sesso è in realtà quello maschile.

Difendere la centralità del desiderio sessuale femminile nell’incontro libero tra persone che si attraggono reciprocamente, non legittimare l’industria del sesso e della pornografia, l’uso del corpo altrui per il piacere o per il profitto di terzi viene stigmatizzato come odio per le donne prostituite, mentre l’odio e il disprezzo vengono da coloro (uomini) che le riducono a merci e che le usano – spesso violentemente – come oggetti.

La propaganda woke è stata così pervasiva negli anni che persino Amnesty International ha usato (e forse usa ancora) la formula «diritto all’accesso alla sessualità», formula che pone gli uomini nella posizione di soggetti da soddisfare e le donne nella posizione di oggetti o “servizi” a loro destinati. Anche dire “donne prostituite” è stigmatizzato e si sostituisce con “sex-worker”, più asettico anche perché meno comprensibile, ma profondamente falso. Il sesso non è un lavoro, è un’emozione e uno scambio tra esseri umani, e l’interno del corpo delle donne, come dice la giornalista e saggista britannica Julie Bindel, non è un posto di lavoro. Rendere accettabili linguisticamente forme di sfruttamento estremo non è rispettare la dignità di chi ne è sfruttata, il rispetto è eliminare lo sfruttamento.

L’altro argomento forte dell’ideologia woke riguardo alla prostituzione, preso in prestito dal linguaggio del femminismo, è l’“autodeterminazione” di prostituirsi, che maschera la realtà di una schiacciante maggioranza di vittime di tratta su pochissime che hanno scelto, e nasconde che anche quelle che “hanno scelto” – cioè che non hanno un magnaccia sul collo – spesso l’hanno fatto per mancanza di alternative e che molte di loro vorrebbero uscirne.

In nome di questa presunta autodeterminazione, della lotta al moralismo cattolico e del “diritto (maschile) all’accesso alla sessualità” si vorrebbe regolamentare la prostituzione e cancellare la grande conquista che è la legge Merlin, sostituendola con nuovi bordelli e nuove imposizioni e controlli sulle donne prostituite, a cui non corrispondono mai imposizioni e controlli sui “clienti” (che sarebbe più indicato chiamare prostitutori). Anche qui, non di dignità delle donne prostituite si tratta, bensì di ripulitura e legittimazione del racket della prostituzione e dell’industria miliardaria dello sfruttamento sessuale delle donne.

Il ribaltamento woke avviene ancora più marcatamente nel campo della gestazione per altri (gpa): si afferma l’esistenza di un “diritto” individuale di avere figli propri anche a fronte di ostacoli fisici alla procreazione, e questo “diritto” passerebbe – secondo proposte di legge come quella elaborata dall’associazione Luca Coscioni – attraverso la legalizzazione dell’uso del corpo di una donna e delle sue funzioni fisiologiche per farle fare e consegnare un bambino o una bambina dietro compenso, magari mascherato ipocritamente da “indennità di mancato guadagno”.

La mercificazione della creatura piccola e la reificazione e cancellazione della madre come soggetto (anche se a favore di un’altra donna) sono presentate ancora una volta come “autodeterminazione” e lodevole “generosità” di colei che vi si presta. A lei si chiederebbe di sottoscrivere un contratto con cui si sottomette a uno strettissimo controllo altrui sul proprio corpo, a pratiche mediche invasive per farsi impiantare un embrione altrui e mettere al mondo una creatura che non desidera, oppure a cui dovrà rinunciare anche se la desidera. Come ai tempi della patria potestà, estromessa nel 1975 dalla legislazione italiana, in cui le madri non avevano alcuna voce in capitolo legale sul destino di figlie e figli in caso di contrasto con il padre. E con l’aggravante della cancellazione totale delle madri anche dall’anagrafe e degli abusi medici sul loro corpo.

Circa un anno fa, durante un dibattito sulla gpa in cui tutte e tutti spendevano fiumi di elogi nei confronti delle gestanti, ho chiesto perché, se ritenevano che ci fosse un libero concorso di desideri tra aspiranti genitori e futura gestante, avrebbe dovuto esserci un contratto. La legge italiana permette già alla madre di non riconoscere il neonato che mette al mondo e di indicarne il padre, che a sua volta può assumerne la paternità riconoscendolo.

Tutti quelli e quelle che fino a quel momento parlavano di autodeterminazione della gestante sono sobbalzati sulla sedia dalla sorpresa e, dopo aver ripreso fiato, hanno risposto che no, che la gestante “deve pur rendere conto”. Reazione assai rivelatrice della vera natura del rapporto squilibrato tra chi paga e chi ha bisogno di soldi. Nessuna generosità, quindi, né da parte dei committenti né da parte della fiorente industria mondiale della riproduzione (strutture sanitarie, laboratori, agenzie di intermediazione, studi legali), che espropria le funzioni fisiologiche delle donne per trarne profitti immensi e mette a rischio la salute di donne sane per il vantaggio di terzi contro ogni etica medica.

Dietro il paravento woke, che focalizza tutte le sue argomentazioni solo sulla figura della gestante, «ma se lei vuole, che diritto hai di giudicarla o di decidere che non può farlo?», si nascondono tutta quell’industria e la voracità sempre maggiore dell’economia neoliberista. E infatti non sono le gestanti quelle da giudicare, giudico però senza appello chi si appropria dei loro corpi. Così come non mi metterei mai a giudicare il grado di coscienza e di adesione degli schiavi alla loro condizione di schiavitù, ma giudico senza appello chi li vende, chi li compra e chi li usa.

La sinistra progressista woke accusa di familismo, tradizionalismo, “mistica della maternità” chi è contro la gpa, ma è proprio chi la sostiene che rende un diktat il dover essere madri a costo di comprarsi i bambini, che esalta la finalità riproduttiva di ogni rapporto d’amore, come se le coppie sterili e le coppie omosessuali non potessero essere “complete” senza avere figli, e intanto nega le basi umane della nascita. Si nasce da donna perché lei dice sì, recitava una ventina d’anni fa uno slogan femminista, e tutti e tutte noi siamo nate da quel sì. E dalle cure e dalla relazione che quel sì ha avviato.

Che ne è della nostra umanità se la volontà di lei viene annullata e spezzata? Se nasciamo a prescindere da chi ci mette al mondo, commissionate, commissionati per denaro da acquirenti? E che ne è della volontà di mettere o di NON mettere al mondo di ciascuna, se quella di qualcuna può essere annullata da una transazione commerciale?

Preciso: vietare la gpa, per le femministe, non significa perseguire le gestanti. Non siamo noi a guardare il dito invece della luna. Vietare la gpa per noi significa vietare contratti sui corpi delle donne, renderli nulli, e pretendere la piena applicazione dell’etica medica, che vieta gli interventi potenzialmente nocivi su corpi sani.

E questo ci porta ad altri interventi medici invasivi esaltati dall’ideologia woke in nome dei “diritti”, dell’“identità” e dell’“autodeterminazione”. Siamo ora al centro di un vasto apparato di misure a tutti i livelli che hanno già prodotto e stanno continuando a produrre effetti visibili e sempre più diffusi nelle prassi, nelle regolamentazioni e su tanti corpi e vite, perlopiù di giovani donne, ma anche di ragazzi.

Uno dei fenomeni degli ultimi anni è stata la crescita esponenziale dei casi di transessualità. Ma mentre la transessualità, diciamo così, “classica” era sentita dagli interessati e dalle interessate fin dall’infanzia, e le transizioni farmacologiche e chirurgiche avvenivano in età adulta, dopo un lungo percorso che permetteva di essere sicuri o sicure della propria scelta, ora è diffusissimo il fenomeno della “disforia di genere a insorgenza rapida”, che compare nell’adolescenza senza preavviso. Mentre prima si trattava prevalentemente di maschi che si sentivano femmine, ora è il contrario e la prevalenza femminile è altissima.

Mentre la legge vigente e la prassi consolidata chiedevano un percorso di transizione lento, comprendente anche una psicoterapia, forse anche leggermente eccessivo per persone adulte che avevano avuto tutto il tempo di ponderare bene la loro scelta, oggi servizi medici sbrigativi si affrettano a indirizzare ragazzine e ragazzini, talvolta anche bambine e bambini, verso il blocco della pubertà e la transizione medicalizzata precoce, anche a fronte di sintomi tutt’altro che univoci, anche in presenza di forme di disagio o sofferenza psichica che potrebbero incidere sulla richiesta di transizione, e di fatto senza seguirli psicologicamente.

Secondo l’approccio woke, che nei paesi di lingua anglosassone e non solo si è trasformato in leggi anche draconiane sull’identità di genere autodichiarata, anche in Italia è prevalsa una prassi medica a dir poco spericolata, il cosiddetto approccio “affermativo”. Se una ragazza o una bambina “sa” di sentirsi maschio – è la base di questo approccio –, è uguale a una ragazza o bambina che sa di essere femmina. Non c’è nessuna differenza, non c’è nulla di patologico, ergo non c’è alcun bisogno di psicoterapia. In compenso, il suo corpo è “sbagliato” e va corretto.

Il numero crescente delle “detransizioni” dimostra che le cose non stanno esattamente così, ma quel che è fatto è fatto, e quando ragazzi e soprattutto ragazze che si erano precipitati nella procedura di transizione prima di aver scoperto sé stesse e la propria sessualità si ritrovano ad accorgersi che non erano trans ma magari gay o lesbiche, che non erano trans ma che non sopportavano i ruoli e le aspettative che erano loro imposti in virtù del loro sesso (il che spiega probabilmente perché la stragrande maggioranza a “fuggire” dal sesso natale siano ragazze), si trovano a cessare di considerarsi persone dell’altro sesso ma hanno ormai subito modifiche fisiche – e non di rado mutilazioni – definitive e irreversibili. Una parte di queste persone non potrà mai conoscere il piacere sessuale, perché sono stati compromessi gli organi con cui provarlo.

Ma secondo il discorso woke sarebbe stato “discriminatorio” e “transfobico” avviare con loro un lavoro psicoterapeutico con i tempi necessari per comprendere le cause e la stabilità della loro identificazione con l’altro sesso. Perché scegliersi il sesso è un “diritto”. Un “diritto”, oltre che irrealizzabile (la transizione si può fare, ma cambia l’aspetto delle persone e il loro statuto anagrafico: il sesso non è modificabile), tutto individuale, astratto, avulso dalle relazioni con gli altri e le altre e dal riconoscimento che dagli altri deve venire, e non a colpi di leggi e sanzioni.

Ma in tutto questo sta risorgendo una vulgata di stereotipi dei più triti e più vieti di cos’è un uomo e cos’è una donna. Se sei una bambina e ti piacciono i capelli corti e giocare a calcio sei nata nel corpo sbagliato. Se sei un bambino e ti piacciono il rosa e le Barbie sei nato nel corpo sbagliato. I modelli e i ruoli sessuali, invece, sembrano non essere mai sbagliati e mai da rimettere in discussione.

Alcune associazioni lesbiche o gay oggi iniziano a vedere questa spinta accelerata verso transizioni precoci alla stregua di una terapia di conversione: invece che “se ti piacciono le altre ragazze sei lesbica” si passa a “se ti piacciono le ragazze sei un uomo nel corpo sbagliato” e tutto torna alla prevista eterosessualità. Una forma di omofobia travestita da progressismo. Nulla di tutto ciò migliora la situazione delle e dei veri transessuali, né previene i casi reali di transfobia violenta.

In ambiente accademico – quello in cui l’ideologia woke è più diffusa anche in Italia – ormai si rimette addirittura in discussione che esistano i sessi. Invece di stigmatizzare l’imposizione di ruoli sessuali rigidi, si accusa di binarismo chi nomina i sessi. E del resto nelle università italiane i dipartimenti o i centri di ricerca interdipartimentali dedicati al femminismo o ad affrontare le diverse discipline dal punto di vista femminile vengono via via soppiantati dai Gender studies e da una confusione ideologica sempre più accentuata tra “sesso”, “genere” e le varie accezioni di quest’ultimo (che dovrebbe rimandare a ruoli e modelli e servire a distinguere l’essere donna e uomo dal doversi conformare a certe condotte, ma da tempo non è più così e la parola assume sempre più un senso identitario).

Il linguaggio necessario a sostenere questa narrazione è anch’esso basato, in teoria, sul benevolo riconoscimento di tutte le identità autoaffermate, per essere accogliente, “inclusivo” (parola che mi fa sempre pensare agli insetti inclusi nell’ambra fossile!), democratico. Per evitare di offendere chi non si riconosce in un sesso o nell’altro o in nessuno, si inventano desinenze strane non pronunciabili e definizioni che evitino di nominare l’esistenza del solo sesso femminile.

La parola “donna” è osteggiata: “persona che mestrua” e “persona con l’utero”, che ci fanno sentire sul tavolo di un perito settore, o addirittura “persona con il buco davanti”, non hanno corrispettivi maschili. Nessuno propone “persona con la prostata” o “persona con pene” o… “persona senza utero”. I maschi della specie umana possono essere nominati senza scandalo. Lo scandalo è ancora la differenza femminile.

Molte donne si adattano di buon grado a questo linguaggio, perché il loro senso di giustizia e di accoglienza le spinge a non voler ferire nessuno a costo di escludere sé stesse. Ma mancare delle parole per nominarci come soggetto significa non esistere come soggetto nel discorso pubblico. Che poi è quello che gli uomini hanno cercato per secoli di farci credere.

Infine, come capita in certe ideologie totalitarie, l’approccio woke è retroattivo e tende a riscrivere la storia invece di assumerla criticamente. Per esempio, come misura di contrasto al razzismo nei paesi anglosassoni ci sono norme che impongono la presenza nel cast di ogni film di quote di attori corrispondenti alle varie etnie, i cui ruoli devono anche essere dignitosi, non servili e non stereotipati.

Così, nella trasposizione cinematografica del 2022 del romanzo di Jane Austen Persuasione, scritto tra il 1815 e il 1816, la madrina della protagonista Anne Elliot, lady Russell, diventa un’africana. Da un lato, questo in primo luogo afferma implicitamente che le uniche storie che vale la pena di raccontare sono quelle prodotte dall’Occidente bianco e che la massima aspirazione di un’attrice nera dovrebbe essere di interpretare “anche lei” un’eroina bianca. In secondo luogo, si azzera il dato storico: nel 1816 nessuna lady britannica avrebbe mai potuto essere africana.

La società inglese dell’epoca non era democratica e antirazzista, bensì classista e colonialista e aveva praticato la schiavitù e la tratta per oltre due secoli. Aveva vietato il commercio degli schiavi appena nel 1807 e avrebbe abolito integralmente la schiavitù solo nel 1833, diciassette anni dopo il romanzo di Austen.

Questa dura realtà viene nascosta dal dispositivo woke, che fa apparire l’aristocrazia britannica come felicemente e pacificamente multietnica. E così il portato razzista, colonialista e schiavista della nostra storia europea viene celato, assolvendoci da un passato con cui invece c’è da fare i conti, come dimostra il presente che lo segue e che ne porta i segni, tra l’altro, nella ferocia spietata delle politiche europee e occidentali sull’immigrazione.

Altra cosa sarebbe dare spazio a film che raccontano storie nate da culture di altri continenti o semplicemente con protagoniste donne e uomini non bianchi con la loro realtà, il che sposterebbe il punto di vista e la visione del mondo e “decentrerebbe” l’occidente.

All’inizio di questo articolo ho detto che l’ideologia woke si propone apparentemente di contrastare razzismo, xenofobia, omofobia e transfobia, sia pure con risultati paradossali. Ma non ho nominato la misoginia, perché il discorso woke non solo non la contrasta ma ne è pervaso.

Nega l’esistenza di una differenza sessuale priva di contenuti predeterminati, l’esistenza cioè di donne e uomini come dato da esaminare storicamente, senza associarli a caratteristiche “innate” e definitorie, e afferma invece un’idea metafisica di “genere”, una “femminilità” e una “mascolinità” identificabili ciascuna con una lista di caratteristiche a coppie di opposti (aggressivo/remissiva ecc.) che ricalcano a puntino tutti i pregiudizi dell’Occidente otto-novecentesco. Così sento uomini woke affermare di essere “femminili”, o addirittura “più femminili delle donne” perché sono (così sostengono) “gentili” o “accoglienti”, come se gentilezza e accoglienza fossero strutturalmente incompatibili con il sesso maschile.

Nel rapporto tra i sessi si vede la reale natura del pensiero woke, un pensiero conformista che da una parte sembra quasi voler restaurare un ordine vecchio, in crisi e privo ormai di credibilità e, dall’altra, nel nome di una continua parcellizzazione e proliferazione di diritti o pseudo-diritti individuali, propugna e veicola nuove forme di sfruttamento.

Nuove perché tecnologicamente avanzate, ma soprattutto nuove perché non si limitano a sfruttare il lavoro umano per estrarre profitti dalle merci, dalle risorse o dai servizi che produce, bensì puntano a usare il corpo umano come mezzo di produzione, come risorsa, come materia prima e come mercato. Si chiama neoliberismo, ed è la forma di capitalismo più pervasiva fin qui prodotta dalla storia.

Il neoliberismo non è neutro: il controllo del corpo delle donne è la più alta delle poste in gioco per i suoi profitti, e ha bisogno di strutture politiche e giuridiche in grado di favorirlo. Ma per ottenere da noi ciò che vuole, deve anche convincerci di offrirci libertà e opportunità individuali. L’ideologia woke è funzionale a questo. Non è “di sinistra”, non per quel che ha significato storicamente la sinistra in termini di lotta per la libertà dallo sfruttamento capitalistico. Ma lo sembra, perché invoca tanti diritti, per tante minoranze.

Ma occorre ragionare sul concetto di diritto e sui suoi limiti. Primo: i diritti non producono libertà calando dall’alto. I diritti si disegnano intorno alle pratiche di libertà che i soggetti costruiscono in relazione tra loro. Senza pratiche vive e relazionali di libertà i diritti diventano inerti. Affidarsi al riconoscimento di diritti per avere esistenza politica – le donne l’hanno imparato sulla loro pelle – significa farsi definire da altri e rinunciare alla propria libertà.

Secondo: sono diritti quelli realmente esigibili. I desideri che non dipendono da nessuna azione umana, da nessuna politica pubblica non possono essere spacciati per diritti. Non esiste il diritto al grande amore: o lo si trova oppure no, ma non può essere garantito né preteso.

Terzo: i diritti sono utili quando proteggono dagli abusi o quando offrono a tutte e tutti qualcosa di importante e positivo. Ma in questo caso devono essere “alti”, il più possibile leggeri, e portare vantaggi a tutte e tutti senza arrecare danno a nessuno. Il diritto al lavoro, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, a essere soccorsi in mare, a trovare asilo politico ne sono esempi.

Ma non esistono diritti individuali che passino per la vita altrui, per la qualità della vita, il corpo o la salute di altre persone. E questo sembrerebbe andar da sé, tranne quando si tratta dei corpi delle donne, che troppi ritengono di dover avere a disposizione pubblica o privata. Perché in realtà i diritti della nostra tradizione liberale sono storicamente modellati sul corpo maschile, non sono mai stati universali. Hanno alla base un contratto tra maschi sull’accesso al corpo delle donne.

La sinistra avrebbe dovuto confrontarsi da tempo su questi aspetti. Rendersi conto della posta in gioco in termini di sfruttamento, di logica del profitto, di quadro economico e politico che ci sono dietro l’inesauribile menù di diritti e di minoranze in cerca d’identità presentato in ambito woke. Avrebbe dovuto tener conto della ricerca di giustizia e di riconoscimento e delle dichiarazioni di autodeterminazione delle tante categorie e delle tante minoranze confrontandole con le conseguenze possibili dell’applicazione di ognuna delle rivendicazioni proposte.

Avrebbe dovuto ascoltare chi rivendicava certi diritti, e chi spiegava come quei diritti cancellassero i suoi. Ascoltare chi rivendicava certe scelte come autodeterminazione e chi raccontava come per le stesse scelte si fosse trovata o trovato a pagare un prezzo troppo alto.

Penso a un evento del 2018, quando Rachel Moran, sopravvissuta alla prostituzione come lei stessa si definisce, venne a presentare a Bologna il suo libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione”, e fu aggressivamente contestata all’uscita dalla stessa persona a cui adesso il consiglio comunale di centro-sinistra bolognese ha affidato la presidenza della Commissione consiliare parità e pari opportunità.

Perché le prostitute che si dichiarano autodeterminate si ascoltano con rispetto e quelle che raccontano di aver attraversato un inferno si possono tacitare o screditare? Le loro storie possono essere ugualmente autentiche, ma una visione favorisce l’industria della prostituzione e la legalizzazione dello sfruttamento sessuale delle donne, l’altra la denuncia e la scredita. La prima è sostenuta e la seconda è avversata dalla propaganda woke. Qualcosa vorrà dire.

Se vuole costruire una società più giusta e vuole costituire un’alternativa vera alla destra, è tempo che il centro-sinistra ci ripensi. Negli anni scorsi era diventato impossibile intervenire pubblicamente su questi argomenti senza rischiare aggressioni anche pericolose, e proprio negli ambienti di sinistra.

Non riuscendo più ad avere un dialogo in presenza, un gruppo di femministe di diverse provenienze si sono messe insieme per scrivere. È nato così “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi”, uscito nel 2024 e presentato in decine di occasioni in giro per l’Italia. Alcune presentazioni sono state oggetto di boicottaggi.

Noi autrici non abbiamo scacciato o tacitato nessuno o nessuna venuto a fare interventi critici. È stato un contributo a riaprire il dibattito, ora speriamo che a sinistra non sia più vietato parlare e che si possa ragionare seriamente di tutti questi contenuti.

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