Il paradosso sovranista: tra illusioni nazionali e dipendenze globali
Dalle tensioni internazionali agli attriti interni, le recenti crisi mostrano i limiti del nazionalismo: senza cooperazione e diritto globale, l’interesse nazionale resta fragile

ANSA
Gli eventi delle ultime tre settimane sono stati amarissimi per i sovranisti in Italia: il rovescio referendario, le fibrillazioni interne al governo, la sconfitta di Orban in Ungheria, l’ambasciatore italiano a Tel Aviv convocato dal governo israeliano e da ultimo il presidente USA che attacca frontalmente il Papa. La sortita di Trump contro Leone XIV ha di fatto obbligato la presidente Meloni a prendere una posizione critica, seppure a fatica, che le è costata una pubblica reprimenda del tycoon americano.
Da una dozzina di anni, dalla campagna elettorale che ha portato alla prima vittoria di Trump nel 2014, il modello della destra nel mondo è stato quello sovranista di Steve Bannon, alla base del quale c’è un malcelato disprezzo per la democrazia liberale: alcuni dei suoi frutti sono stati Bolsonaro in Brasile e Orban in Ungheria, che hanno in comune di essere stati sconfitti a seguito di scandali e corruzione. L’amarezza dei sovranisti nostrani di questi giorni, però, non è dovuta soltanto alle recenti sconfitte, ma è probabilmente legata alla presa di coscienza dell’inganno sovranista: non si può essere MAGA gridando «prima gli italiani» e vaneggiando di “patrioti”. Perché, alla fine, il conto arriva e pretende che il nazionalismo sbandierato altro non sia che asservimento all’interesse del più forte (o del più bullo).
Nel mondo di oggi non esiste tutela dell’interesse nazionale senza che ci sia la garanzia del diritto internazionale, la forza e l’autorevolezza di istituzioni sovranazionali democratiche e la capacità di rispondere insieme alla complessità dei problemi che il mondo contemporaneo ci pone di fronte: al di fuori di ciò resta solo l’affidarsi al potente di turno e alle sue ubbie, sperando nella sua benevolenza e accettando di essere sbeffeggiati, come capitato alla nostra presidente del consiglio, se si osa muovere una critica necessaria.