Il Pannella che non ho conosciuto
A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, una riflessione su cosa può dire oggi la sua storia a chi è nato nel 2000.

ANSA
Volevo scrivere qualcosa per i dieci anni dalla morte di Marco Pannella. Solo che non sapevo bene come farlo.
Non l’ho conosciuto. Non ho un aneddoto personale da raccontare. Non posso dire «quella volta che Pannella mi disse», «quella volta che ero con lui», «quella telefonata», «quella riunione», «quella battaglia vissuta da vicino». E, soprattutto, in questi giorni ne hanno scritto e ne scriveranno persone che la storia di Pannella la conoscono molto meglio di me, perché l’hanno studiata, raccontata, vissuta, attraversata. Persone che possono restituirne la complessità biografica, politica, umana, storica, con una profondità che io non potrei avere.
Allora mi sono detto: forse il mio contributo non può essere quello di ricostruire Pannella. Forse il mio contributo può essere un altro: provare a dire che cosa arriva di Pannella a un ragazzo nato nel 2000. A una generazione che non l’ha incontrato, che magari lo conosce per frammenti, per video, per racconti, per immagini d’archivio, per citazioni, per episodi quasi mitologici. Una generazione che ha della politica un’esperienza molto diversa: più digitale, più veloce, più polarizzata, più arrabbiata, e forse anche più fragile.
Ho provato a parlarne anche con ragazzi della mia generazione, a partire dai ragazzi della redazione di Rinascita Under 30. Una comunità appassionata di politica, che ogni giorno discute, commenta, si informa, si divide, prova a capire il presente con gli strumenti e il linguaggio della nostra generazione.
E mi ha colpito una cosa: Pannella, per chi non l’ha conosciuto, non è tanto un repertorio di nostalgia. È una domanda.
Una domanda scomoda sul modo in cui oggi facciamo politica. Ci sono alcuni episodi che mi hanno colpito più di altri.
Il primo è quello degli “autoconvocati delle 7”. Siamo nel pieno della stagione di Tangentopoli. La Prima Repubblica crolla, i partiti vengono travolti, la politica è sotto accusa, molti parlamentari sono indagati, delegittimati, isolati. Pannella avrebbe avuto davanti a sé l’occasione perfetta. Lui, che aveva combattuto per anni la partitocrazia, avrebbe potuto dire: «Ecco, avevo ragione io. Adesso finiamoli».
E invece non fa questo. Fa una cosa molto più difficile. Si mette accanto al Parlamento nel momento in cui il Parlamento è più debole. Si mette accanto alle garanzie nel momento in cui le garanzie sono meno popolari. Si mette accanto allo Stato di diritto quando difendere lo Stato di diritto significava sembrare indulgenti verso chi era sotto accusa.
Questa, per me, è una lezione enorme. Perché Pannella non smette di combattere la partitocrazia. Non diventa improvvisamente il difensore del sistema che aveva contestato per una vita. Però capisce che c’è qualcosa di più importante persino della propria battaglia di sempre: il metodo, le garanzie, il diritto, il rifiuto dell’idea che la politica possa essere sostituita dalle manette o dal linciaggio pubblico.
E questa è una cosa che oggi dovremmo guardarci con molta attenzione. Perché oggi la politica ci spinge spesso a desiderare la sconfitta totale dell’altro. Non ci basta avere ragione: vogliamo che l’altro venga umiliato. Non ci basta vincere una battaglia: vogliamo che chi era dall’altra parte venga cancellato.
Pannella, invece, sembra dirci che una battaglia politica è giusta solo se non ti fa perdere il senso del limite. Solo se non ti fa dimenticare che anche il tuo avversario resta titolare di diritti.
Il secondo episodio riguarda la fame nel mondo. Alla fine degli anni Settanta i radicali ottengono un risultato elettorale molto importante. Nel 1979 il Partito Radicale passa da una piccola pattuglia parlamentare a diciotto deputati. Era il momento in cui si poteva immaginare una crescita stabile, una forza liberale, libertaria, radicale, capace di incidere sempre di più dentro la politica italiana.
E invece Pannella sposta il baricentro altrove. Porta al centro una questione che sembrava lontana, quasi laterale rispetto alla lotta politica italiana: lo sterminio per fame nel mondo. Anche qui, quello che mi colpisce non è solo il merito della battaglia, pure gigantesco. Mi colpisce il gesto politico. Proprio nel momento in cui avrebbe potuto consolidare un potere, Pannella sceglie di consumarlo su qualcosa che non portava consenso immediato, che non era facile da comunicare, che non stava al centro del dibattito quotidiano.
Oggi tutti parliamo di “agenda”. L’agenda dei media, l’agenda dei partiti, l’agenda dei social, l’agenda del giorno. Pannella faceva una cosa diversa: provava a imporre all’agenda ciò che l’agenda non voleva vedere. E anche questo, per una generazione cresciuta dentro il tempo reale, è molto forte. Perché noi siamo abituati a inseguire ciò che funziona, ciò che performa, ciò che genera reazione.
Pannella sembra dirci che la politica non è solo stare dove c’è attenzione. È anche portare attenzione dove non c’è.
Il terzo episodio è Radio Radicale. E in particolare Radio Parolaccia. Io amo la radio. Faccio radio ogni domenica mattina, e quindi questa storia mi affascina in modo particolare. Radio Radicale non è stata semplicemente “la radio dei radicali”. È stata un’idea di servizio pubblico prima ancora che uno strumento di partito. L’idea che le istituzioni, i processi, i congressi, le voci della politica dovessero essere accessibili direttamente, senza mediazione, senza tagli, senza il riassunto di qualcun altro.
Poi c’è il 1986. Radio Radicale rischia di chiudere. E Pannella che cosa fa? Sospende la programmazione e apre i telefoni. Chiunque può chiamare, lasciare un messaggio, dire quello che vuole. E quella cosa diventa Radio Parolaccia. Una follia, se la guardiamo con i criteri ordinari. Un rischio enorme.
Una cosa che oggi probabilmente farebbe tremare qualunque ufficio comunicazione, qualunque consulente, qualunque responsabile legale. E infatti arrivano insulti, bestemmie, volgarità, rabbia, deliri. Però Pannella capisce una cosa: quella non è soltanto volgarità. È anche un pezzo di Paese. È una materia grezza, sgradevole, contraddittoria, ma reale.
E qui c’è un punto che secondo me parla moltissimo anche al presente. Noi oggi diciamo continuamente di voler ascoltare “la gente”. Ma spesso vogliamo ascoltarla solo quando parla come piace a noi. Vogliamo il popolo, ma educato. Vogliamo la partecipazione, ma ordinata. Vogliamo la libertà di parola, ma possibilmente dentro format compatibili con la nostra reputazione.
Pannella, invece, prende il rischio dell’ascolto fino in fondo. Anche quando l’ascolto è scomodo. Anche quando è brutto. Anche quando ti danneggia.
C’è poi un altro rapporto che, da ragazzo nato molti anni dopo, mi colpisce moltissimo: quello tra Pannella e Pasolini. Anche qui, bisogna stare attenti a non trasformare tutto in una figurina comoda. Pasolini non era radicale. Non era pannelliano. Non apparteneva a quel mondo in modo pacifico, lineare, disciplinato. Anzi, spesso aveva posizioni molto diverse, anche durissime, sui temi del progresso, del consumismo, della liberazione sessuale, della modernità.
Però, proprio per questo, il loro rapporto è interessante. Pochi giorni prima di morire, Pasolini aveva preparato un intervento per il congresso del Partito Radicale del novembre 1975. Non riuscì a pronunciarlo, perché venne assassinato nella notte tra l’1 e il 2 novembre. Quel testo fu poi letto al congresso, davanti a una platea sconvolta.
E in quel testo Pasolini si rivolgeva direttamente a Pannella, a Spadaccia, agli amici radicali. Li metteva in guardia, li criticava, li provocava. Ma allo stesso tempo riconosceva una cosa enorme: riconosceva ai radicali il merito di avere lottato per la conservazione di tutte le forme alterne e subalterne di cultura. Riconosceva loro di non avere avuto paura di essere diversi, scandalosi, irriconoscibili.
Ecco, anche questo per me dice qualcosa di molto attuale. Pasolini e Pannella non erano uguali. Non si sovrapponevano. Non avevano bisogno di fingere di pensarla allo stesso modo. Però riuscivano a riconoscersi. Riuscivano a parlarsi. Riuscivano persino a stimarsi dentro il conflitto.
Questa è una cosa che oggi abbiamo quasi disimparato. Oggi spesso il dissenso rompe ogni rapporto. Se non sei d’accordo con me, allora sei un nemico. Se mi critichi, allora mi vuoi distruggere. Se appartieni a un’altra storia, allora non posso riconoscere nulla di buono in quello che dici.
Invece il rapporto tra Pasolini e Pannella racconta un’altra possibilità: quella di una politica in cui il conflitto non cancella il riconoscimento. Una politica in cui si può dissentire radicalmente e tuttavia capire che nell’altro c’è una forza, una verità, una necessità.
E forse anche qui torna l’idea del “pezzo di strada insieme”. Non significa diventare uguali. Non significa sciogliere le differenze. Non significa fare compromessi al ribasso. Significa riconoscere che ci sono battaglie, ferite, libertà, minoranze, diritti, che possono chiedere a persone diversissime di camminare per un tratto nella stessa direzione.
E allora, forse, il filo che tiene insieme questi episodi è proprio questo: Pannella non faceva politica per appartenenza chiusa. Faceva politica per battaglie aperte. Prima ho usato un’espressione radicale che mi piace molto: fare un pezzo di strada insieme.
Ecco, forse questa è una delle cose più lontane dalla politica di oggi. Oggi facciamo fatica a fare un pezzo di strada insieme. Se una proposta viene dall’altra parte, tendiamo a respingerla prima ancora di leggerla. Se una battaglia nasce in un campo politico diverso dal nostro, abbiamo paura che sostenerla significhi tradire la nostra identità. Se un avversario dice una cosa giusta, spesso preferiamo far finta di non aver sentito.
Pannella invece obbliga a un’altra postura. Ti dice: guarda la battaglia, non solo la bandiera. Guarda il diritto, non solo chi lo rivendica. Guarda il potere, anche quando è il tuo. Guarda l’ingiustizia, anche quando denunciarla non ti conviene.
Io non posso parlare male della partitocrazia con troppa disinvoltura. Sarebbe poco credibile. Ho preso la mia prima tessera di partito a sedici anni. Poi sono passato da un partito a un altro, poi ho fondato una lista, La Giovane Roma, richiamandomi anche a Mazzini e alla Giovine Italia con cui a vent’anni mi sono candidato a sindaco di Roma, poi mi sono ritirato e ho sostenuto un altro candidato, per poi rientrare nel primo partito.
Insomma, non sono esattamente nella posizione di fare il puro contro i partiti. Però proprio per questo penso che la lezione sia ancora più interessante. Il problema non è l’esistenza dei partiti. Il problema è quando i partiti diventano fortezze. Quando l’appartenenza smette di essere uno strumento e diventa una prigione. Quando una comunità politica non serve più a combattere meglio le battaglie, ma a impedirti di riconoscere quelle degli altri.
Pannella, da questo punto di vista, era radicale non perché stava sempre fuori da tutto. Era radicale perché non accettava che una collocazione esaurisse la libertà di giudizio. Ed è forse questo che può colpire di più un ragazzo nato nel 2000.
Non il Pannella monumento. Non il Pannella santino. Non il Pannella da citare una volta l’anno. Ma il Pannella che ti mette in difficoltà.
Quello che ti chiede: tu saresti capace di difendere le garanzie del tuo avversario? Saresti capace di abbandonare una rendita politica per una battaglia più importante? Saresti capace di ascoltare il Paese reale anche quando non assomiglia al Paese che vorresti? Saresti capace di riconoscere una verità politica anche quando arriva da qualcuno che non ti somiglia?
Io non so se oggi avremmo il coraggio di fare cose simili. Anzi, temo spesso di no. Però forse ricordare Pannella a dieci anni dalla sua morte serve anche a questo: non a trasformarlo in un monumento del passato, ma a misurare la distanza tra quel modo di intendere la politica e il nostro.
E magari a provare, ciascuno nel proprio spazio, con i propri limiti, con le proprie contraddizioni, a recuperare almeno un pezzo di quella libertà. La libertà di non odiare l’avversario. La libertà di non appartenere fino a smettere di pensare. La libertà di fare un pezzo di strada insieme anche con chi viene da un’altra storia. Forse è questo che Pannella può dire a chi non l’ha conosciuto: che la politica non è scegliere una trincea e restarci per sempre. È avere il coraggio di uscire dalla propria trincea quando fuori c’è una battaglia più grande.
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