Il Nobel, i modelli e il primato della politica
Da Keynes a Napoleoni, una critica alla pretesa neutralità dell’economia: i limiti di un modello non possono diventare i limiti del mondo.

ANSA
Il 12 ottobre 2026 il “Nobel per l’economia” è stato assegnato a Robert E. Hall e Michael Woodford. Motivazione: i loro contributi ai fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica. Con questo riconoscimento, l’Accademia reale svedese delle scienze celebra gli strumenti teorici ai quali attribuisce il merito di aver accresciuto la capacità di governi e banche centrali di governare le oscillazioni dell’economia. Una scelta che offre tuttavia l’occasione per interrogare i presupposti stessi della scienza economica, il suo rapporto con la realtà e, soprattutto, le conseguenze che le sue rappresentazioni hanno sulle decisioni politiche.
Come è noto, il “Nobel per l’economia” è in realtà il “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Istituito nel 1968 e assegnato a partire dal 1969, esso si è affiancato ai premi previsti dal testamento di Nobel, condividendone procedure e prestigio. Una differenza che merita attenzione. L’assimilazione ai Nobel scientifici accredita infatti l’immagine dell’economia come di una disciplina sostanzialmente analoga alle scienze naturali. Così come premiamo i fisici e i chimici più innovativi, capaci di contribuire al progresso cumulativo delle rispettive discipline, premiamo anche gli economisti che avrebbero fatto compiere alla loro scienza un passo avanti.
E tuttavia: l’economia è davvero, al pari delle scienze naturali, una scienza cumulativa e, per così dire, darwiniana, capace di lasciarsi alle spalle teorie imperfette per sostituirle con altre più adeguate? Quali criteri permettono di misurarne il progresso? E quale rapporto intercorre fra l’avanzamento dei suoi strumenti analitici e la comprensione della realtà che essi pretendono di rappresentare? Fra l’economia come scienza e l’economia come realtà?
Sono domande legittime, che rischiano però di finire sotto il tappeto delle celebrazioni. Eppure concernono direttamente l’affidabilità delle prescrizioni economiche e, ancor prima, la questione della specifica scientificità dell’economia politica. Eluderle significa esporsi a un rischio che accompagna la disciplina fin dalla sua costituzione moderna e che, in modi differenti, non è sfuggito né a Marx né a Keynes: scambiare per natura ciò che appartiene alla storia, assumendo come leggi universali quelle di una particolare organizzazione della vita economica, o per univoca una rappresentazione dell’economico che univoca non è.
Una questione tutt’altro che oziosa, soprattutto per la sinistra, chiamata oggi a interrogare le possibilità di introdurre elementi di socialismo entro un’organizzazione capitalistica che mostra crescenti contraddizioni economiche e produce profonde lacerazioni sociali. Per pensare e realizzare una trasformazione occorre anzitutto riconoscere il carattere storico delle istituzioni che si intendono trasformare. Se l’assetto esistente coincide con la natura stessa delle cose, ogni progetto di cambiamento rischia di apparire come un’impossibile ribellione contro la realtà.
L’ideologia dell’assenza di ideologia
Quando la consacrazione pubblica della scienza economica dà per risolta la questione della sua assimilabilità al paradigma delle scienze naturali, il danno, per certi versi, è già fatto. Le teorie diventano scoperte sul funzionamento di un oggetto supposto già dato, che attende soltanto di essere sempre meglio decifrato e dominato. Le scelte attraverso cui quell’oggetto viene costruito, delimitato e interpretato restano sullo sfondo, fino a diventare invisibili e indiscutibili. E anche quando si ammette una concorrenza fra teorie, l’oggetto rimane fuori campo, sottratto all’interrogazione.
Ma non è proprio questa una posizione ideologica?
Anche l’ideologia dell’assenza di ideologia è un’ideologia, e tanto più efficace quanto più riesce a rendere superflua la discussione dei propri presupposti, assumendoli come evidenze. Una posizione gravida di conseguenze, la prima delle quali è la tentazione di affidare alla competenza tecnica la determinazione di ciò che si può e si deve fare. Agli economisti spetterebbe stabilire le leggi, alla politica applicarle, adattando le proprie ambizioni a quanto “la scienza” ha preventivamente dichiarato possibile.
Chi contesta una politica economica rischia allora di essere rappresentato come un incompetente. Una divergenza sui fini, sulle istituzioni o sulla distribuzione del potere passa per un’insufficiente comprensione delle leggi dell’economia: nel migliore dei casi un utopismo generoso ma irrealistico, nel peggiore una pervicacia antiscientifica. E dunque, naturalmente, ideologica.
Nel 2013 il premio fu conferito congiuntamente a Eugene Fama, Lars Peter Hansen e Robert Shiller per le loro ricerche sui prezzi delle attività finanziarie. Nulla di strano di per sé in un premio assegnato ex aequo: accade regolarmente anche per fisici e chimici. Senonché Fama e Shiller rappresentano due visioni dei mercati finanziari profondamente differenti, sulle quali la discussione resta aperta.
Fama è il padre dell’“ipotesi dei mercati efficienti”, secondo la quale i prezzi delle attività finanziarie incorporano rapidamente le informazioni disponibili — all is priced in —, rendendo pressoché impossibile sfruttare in modo sistematico quelle stesse informazioni per individuare titoli sottovalutati o sopravvalutati e ottenere rendimenti superiori a quelli giustificati dal rischio assunto. Shiller ha invece documentato empiricamente una volatilità dei prezzi azionari molto più marcata rispetto a quella giustificabile dai dividendi futuri nei modelli di riferimento, aprendo la strada a interpretazioni nelle quali aspettative, psicologia degli investitori e dinamiche collettive acquistano una rilevanza decisiva, alimentando anche la ricerca di finanza comportamentale.
Nella motivazione dell’ex aequo, l’Accademia argomentava che la volatilità nel breve periodo poteva convivere con forme di convergenza sui fondamentali nel lungo. Una precisazione tecnicamente pertinente, che lascia tuttavia aperta la controversia sul funzionamento dei mercati e sulle spiegazioni della loro dinamica. Anche perché l’orizzonte temporale, da solo, non risolve il problema dell’efficienza: occorre spiegare quali relazioni fra prezzi, fondamentali e rischi rendano plausibile quella prevedibilità di lungo periodo che la teoria standard fatica a giustificare. A contribuire alla verifica empirica di queste rappresentazioni erano anche gli strumenti econometrici sviluppati da Hansen, il terzo premiato.
Al di là delle motivazioni della scelta, resta di quell’ex aequo un’immagine piuttosto singolare: quella di un Nobel per l’astronomia assegnato contemporaneamente a Tolomeo, Copernico e Georg von Peuerbach, raffinato interprete rinascimentale della meccanica degli epicicli tolemaici.
La battuta serve naturalmente a sollevare una questione seria. Che cosa mettiamo al centro della rappresentazione, il Sole o la Terra? Quali presupposti rendono possibile spiegare i movimenti osservati? E soprattutto, come giudichiamo teorie che muovono da rappresentazioni differenti del loro stesso oggetto?
Che cosa conosce la scienza economica?
Che la questione sia tutt’altro che accademica lo ha ricordato, con una severità inconsueta, Paul Romer, premio Nobel nel 2018. Due anni prima del riconoscimento, in un saggio significativamente intitolato The Trouble with Macroeconomics, Romer aveva sostenuto che la macroeconomia, per oltre trent’anni, fosse addirittura regredita. L’uso di costruzioni matematiche sempre più sofisticate aveva reso opache assunzioni causali scarsamente giustificate, consentendo ad alcune teorie di sottrarsi al confronto con i fatti. Romer denunciava anche i meccanismi di deferenza verso le autorità intellettuali della professione, capaci di scoraggiare la critica e favorire la conservazione di impostazioni consolidate.
E se andiamo a un periodo precedente la regressione denunciata da Romer troviamo considerazioni ancora più radicali. Nel Discorso sull’economia politica, pubblicato nel 1985, Claudio Napoleoni scriveva:
«L’economia politica sembra […] una disciplina singolare. La sua singolarità sta in ciò: che se essa è ricondotta a una forma “scientifica” (secondo il paradigma, cioè, delle scienze naturali), “si sa”, indipendentemente dalla possibilità di fondare o anche solo di argomentare bene questo “sapere”, che qualcosa di essenziale va perduto: di essenziale, si badi bene, per la conoscenza delle cose di questo mondo».
L’avvertenza è importante anche perché Napoleoni individuava il rischio nell’economia neoclassica ma, per nulla paradossalmente, anche nell’opera di uno dei suoi critici più rigorosi, Piero Sraffa. La costruzione di un apparato analitico formalmente impeccabile come quello sraffiano poteva condurre alla riduzione dell’economia a un problema di calcolo, lasciando fuori campo le domande sul senso delle relazioni economiche e sulle forme storiche della loro costituzione.
È una riflessione che ha una storia particolarmente significativa per i lettori di Rinascita. Proprio sulle pagine della rivista Napoleoni aveva discusso le conseguenze dell’opera di Sraffa, arrivando nel 1978 a un articolo dal titolo provocatorio: Ci obbliga a ricominciare tutto da capo. La necessità di ricominciare investiva la comprensione stessa dell’economico e il significato delle sue rappresentazioni scientifiche.
Subito prima del passo citato, nel Discorso, Napoleoni fa una considerazione altrettanto se non più radicale. Se i presupposti filosofici e metafisici delle teorie economiche dovessero definitivamente soccombere all’avanzata della scienza, bisognerebbe concludere che il problema dell’origine del sovrappiù non ha più senso e che, dopo Sraffa, non rimane altro problema «se non quello del calcolo».
Certo, anche le scienze naturali lavorano attraverso ipotesi, idealizzazioni e controversie. Anzi, come sottolinea Martin Heidegger in L’epoca dell’immagine del mondo, la scienza moderna si costituisce attraverso un progetto che delimita anticipatamente il campo degli oggetti possibili e delle relazioni attraverso le quali essi possono essere conosciuti. È all’interno di questo progetto che i modelli possono essere costruiti.
La peculiarità dell’economia consiste tuttavia nel fatto che il suo oggetto include i soggetti chiamati ad abitare e trasformare il mondo che la scienza pretende di studiare. Gli uomini agiscono sulla base di interpretazioni, istituzioni e aspettative che contribuiscono a determinare le relazioni economiche. E poiché, se stiamo ad Aristotele, ogni azione tende a un fine che appare desiderabile, la dimensione del futuro entra costitutivamente nell’azione presente, esponendola a possibilità che nessun calcolo può interamente anticipare.
È su questo terreno che va posta la domanda: da dove vengono i modelli economici, quei modelli per il cui perfezionamento Hall e Woodford sono stati premiati? Quali caratteristiche del mondo vengono riconosciute come decisive, quali considerate trascurabili, quali assunte come permanenti? Quale idea del comportamento umano, delle istituzioni e del funzionamento dei mercati viene incorporata nella loro costruzione? E chi risponde di queste scelte quando il calcolo viene utilizzato, più o meno consapevolmente, per restringere le alternative politicamente disponibili?
La finanza rientra dalla porta delle frizioni
Il premio del 2026 si presta particolarmente a queste interrogazioni. Hall e Woodford hanno contribuito, in modi differenti, alla costruzione dei fondamenti microeconomici della macroeconomia; Woodford è una figura centrale della macroeconomia monetaria cosiddetta neokeynesiana. Pur senza sostenere che abbiano previsto la crisi finanziaria del 2007-2008, la Banca di Svezia ne premia il contributo alle politiche di stabilizzazione. Resta tuttavia aperta una questione: come valutare l’efficacia di un impianto teorico che ha dovuto confrontarsi con una crisi capace di metterne in evidenza limiti fondamentali?
Nel dicembre 2018, durante un dibattito con Emiliano Brancaccio alla Fondazione Feltrinelli di Milano, Olivier Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale, fece un’ammissione significativa: «Il sistema finanziario conta nell’andamento dell’economia». Una constatazione elementare, che riassumeva una delle lezioni della crisi. Prima del 2008-2009 i modelli macroeconomici mainstream avevano sostanzialmente ignorato il sistema finanziario, trattandolo come un meccanismo di mero trasferimento dei fondi risparmiati verso gli investimenti reali, regolato dal tasso di interesse “naturale”, ossia in grado di portare i mercati verso una condizione di equilibrio. Proprio questa semplificazione aveva impedito di riconoscere i rischi che andavano accumulandosi.
Il problema riguardava dunque la rappresentazione stessa della finanza. Nei modelli più semplici, il sistema finanziario funzionava come un mero intermediario fra risparmio e investimento, mentre le condizioni della creazione del credito, le strutture patrimoniali e le relazioni fra istituzioni finanziarie rimanevano ai margini. Anche quando alla politica monetaria venivano riconosciuti effetti reali, la moneta tendeva a essere rappresentata essenzialmente attraverso il tasso d’interesse, mentre la preferenza per la liquidità e la funzione della moneta come forma di ricchezza restavano estranee al nucleo della costruzione teorica. Un’economia formalmente monetaria, dunque, che continuava a essere pensata, nelle sue fondamenta, come un’economia sostanzialmente reale.
Eppure, in un’“economia monetaria di produzione”, per riprendere un’espressione di Keynes, banche e mercati finanziari concorrono alla creazione delle condizioni nelle quali le decisioni di investimento diventano possibili. Le aspettative sul valore futuro delle attività, la disponibilità di credito, la liquidità e la struttura dei debiti possono generare fragilità sistemiche attraverso processi del tutto ordinari.
Lo stesso Blanchard osservava che problemi decisivi possono restare invisibili al livello delle variabili macroeconomiche aggregate, poiché si annidano nelle interazioni fra operatori, largamente governate dalle aspettative. E traeva dalla crisi una conclusione ancora più impegnativa: la fiducia nella tendenza spontanea delle economie a ritornare verso un equilibrio stabile risultava ormai profondamente incrinata. Piccoli eventi possono produrre conseguenze enormi; l’ottimismo o il pessimismo degli operatori possono concorrere a determinare “equilibri multipli”. Ne derivava una rinnovata esigenza di intervento macroeconomico.
Già nel 2010 Woodford aveva riconosciuto l’insufficienza dei modelli privi di un’esplicita rappresentazione dell’intermediazione finanziaria, contribuendo a sviluppare strumenti più articolati. Le versioni più recenti dei DSGE includono banche e mercati finanziari, con progressi talvolta significativi. Tuttavia, assodato il che, resta da interrogare il come.
La via largamente seguita è stata quella di introdurre frizioni finanziarie, vincoli al credito, asimmetrie informative e meccanismi di propagazione degli shock all’interno di una struttura teorica le cui fondamenta sono rimaste in larga misura invariate. Queste modificazioni possono produrre risultati importanti, anche in termini di comprensione e previsione delle dinamiche economiche. Ma rispetto a quale funzionamento vengono definite le frizioni? Perché assumere come riferimento un sistema nel quale la finanza opera senza quelle difficoltà, salvo introdurle successivamente per spiegare ciò che accade realmente?
Il paragone con gli epicicli tolemaici assume qui un significato che va oltre la provocazione retorica: gli aggiustamenti possono consentire di rappresentare fenomeni nuovi conservando il centro di una costruzione teorica. Il rischio emerge quando il perfezionamento degli strumenti rinvia l’interrogazione dei presupposti.
Nel 2016, pur considerandoli migliorabili, Blanchard giudicava i modelli DSGE gravemente difettosi. Invitava a renderli più aperti e meno «imperialistici» nei confronti degli approcci alternativi, continuando a difenderne le fondamenta teoriche. Nel dibattito con Brancaccio, pur dichiarandosi aperto ad altre prospettive, Blanchard rivendicava tuttavia la propria impostazione:
«Quando la gente mi chiede cosa faccio, mi piace dire che sono un ingegnere. Sono un ingegnere sociale, così la vedo io. È una macchina complessa quella che sto cercando di capire e sono aperto a suggerimenti, ma alla fine quella è la macchina ed è quella che dobbiamo comprendere».
E se invece l’economia non fosse affatto una macchina? Se proprio la metafora meccanica appartenesse a quel progetto di naturalizzazione dell’economico che dobbiamo riapprendere a interrogare? La questione riguarda la natura storica e istituzionale delle relazioni economiche, il modo in cui vengono rappresentate e le possibilità della loro trasformazione. E, visto che i modelli premiati vengono ricondotti alla tradizione “neokeynesiana”, vale la pena tornare a Keynes e alla storia del keynesismo.
La teoria generale e la scatola vuota
Fin dalle prime battute della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936, Keynes aveva presentato la propria opera come il rovesciamento di una relazione teorica fondamentale. I postulati della teoria classica erano applicabili soltanto a un caso particolare, un punto limite fra le possibili configurazioni dell’equilibrio. L’equilibrio di piena occupazione cessava di rappresentare l’esito generale del funzionamento dell’economia: occorreva spiegare la possibilità di equilibri stabili di sottoccupazione.
Nel secondo capitolo Keynes ricorre a un’immagine affine alla nostra analogia astronomica. I teorici classici, scrive, somigliano a geometri euclidei che, trovandosi in un mondo non euclideo e osservando che rette apparentemente parallele finiscono per incontrarsi, rimproverano alle rette di non comportarsi correttamente. La soluzione consiste invece nell’abbandonare l’assioma delle parallele — ossia in economia la “legge di Say”, che garantisce un equilibrio automatico di piena occupazione nel lungo periodo e in assenza di interferenze statali nel funzionamento dei mercati — e costruire una geometria non euclidea.
Il significato della provocazione è trasparente. Una teoria può risultare formalmente impeccabile all’interno dei propri assiomi e rivelarsi inadeguata al mondo cui viene applicata. Se l’esperienza contraddice sistematicamente le conclusioni attese, continuare a correggere il comportamento della realtà per salvarne la rappresentazione diventa una curiosa forma di ostinazione.
Tuttavia, già nel 1937, con l’articolo di John Hicks Mr. Keynes and the “Classics”, prese avvio il percorso verso quella “sintesi neoclassica” che avrebbe dominato buona parte della macroeconomia successiva. La relazione veniva rovesciata: mentre per Keynes l’economia “classica” era un caso particolare all’interno di una teoria generale, Keynes diventava un caso particolare di una costruzione più generale, caratterizzato da determinate rigidità che impedivano il normale funzionamento del sistema. Insomma, il Copernico della teoria economica veniva relegato entro un impianto tolemaico.
La vicenda della sintesi neoclassica è ovviamente più complessa della battuta. Ma il problema teorico è reale. La generalità formale di uno schema viene assunta come prova della generalità delle conclusioni economiche che esso sembra consentire. La teoria che pretendeva di modificare il centro della rappresentazione diventa così una configurazione particolare della teoria precedente.
Il paradosso riemerge nella denominazione “neokeynesiana” della macroeconomia contemporanea. Quanto della rivoluzione keynesiana sopravvive in un impianto che continua ad attribuire un ruolo centrale all’ottimizzazione intertemporale e a una determinata rappresentazione dell’equilibrio?
Qui Napoleoni interviene con un’argomentazione capace di mettere in difficoltà anche molte certezze eterodosse. Nel Discorso sull’economia politica difende la possibilità di rappresentare correttamente Keynes attraverso lo schema della sintesi neoclassica, rifiutando di leggerlo come un travisamento. Ma lo fa definendo la struttura formale IS-LM una «scatola vuota, che dev’essere riempita». Il motivo è semplice:
«La teoria non è il modello; la teoria è l’indicazione della forma delle funzioni che appaiono nel modello».
La distinzione operata da Napoleoni è cruciale. Uno stesso apparato formale può esprimere teorie differenti; sono le ipotesi sulle strutture e sui comportamenti economici a determinarne il contenuto, attraverso la forma delle funzioni, posto che la generalità matematica di una funzione lascia aperta la questione della generalità economica delle relazioni che essa rappresenta. Napoleoni mostra che una funzione matematicamente “rigida” — e keynesiana in senso stretto — può esprimere condizioni economicamente generali, mentre configurazioni formalmente più ordinarie possono risultare eccezionali.
La rivoluzione keynesiana, a suo giudizio, investe soprattutto i fattori che determinano gli investimenti e la domanda di moneta. L’investimento dipende da circostanze che eccedono il semplice livello del tasso d’interesse e che chiamano direttamente in causa lo stato delle aspettative di lungo termine, al quale Keynes dedica il dodicesimo capitolo della Teoria generale, nel quale la possibilità di formulare previsioni affidabili si scontra con un’incertezza fondamentale, che investe le condizioni stesse nelle quali le decisioni di investimento devono essere prese.
Anche la moneta assume un significato che eccede la funzione di intermediaria degli scambi: può essere desiderata e detenuta come ricchezza, proprio perché permette di mantenere aperte possibilità future in condizioni di incertezza. La disoccupazione involontaria trova così una spiegazione che prescinde dalla necessità di postulare rigidità salariali e di identificare nel salario la variabile di aggiustamento di ultima istanza.
L’argomento di Napoleoni sul rapporto fra teoria e modello acquista una particolare importanza nel nostro dibattito. Una formulazione matematica, per quanto elegante e resa sempre più complessa, non garantisce da sola la pertinenza della rappresentazione economica che attraverso di essa viene costruita.
Rimanere fedeli al gesto rivoluzionario di Keynes significa allora ricollocare al centro dell’indagine un’economia monetaria di produzione nella quale occupazione e investimenti dipendono da decisioni orientate verso un futuro incerto. La stabilità stessa richiede di essere spiegata e, proprio perché non è garantita da alcuna presunta autoregolazione del sistema economico, costruita istituzionalmente. Ciò che diventa cruciale è riconoscere quali condizioni assumiamo come normali, prima ancora di introdurre le correzioni necessarie per rappresentarne le deviazioni. Forse proprio questa è la parte più difficile del “mestiere di economista”, quella in cui la teoria economica si intreccia con l’“arte del governo” — art of statesmanship — che Keynes, già nel 1933, riconosceva come parte integrante dell’economia politica.
L’arte nascosta e il mestiere dell’economista
Nel novembre del 2008, visitando la London School of Economics, la regina Elisabetta II rivolse agli economisti una domanda tanto semplice quanto imbarazzante: perché nessuno aveva visto arrivare la crisi?
La risposta giunse nel luglio 2009, in una lettera della British Academy. Molti avevano segnalato pericoli e squilibri, ma era mancata la capacità di comprenderne le interazioni e di riconoscere il rischio del sistema nel suo insieme. Gli autori parlarono di un «fallimento dell’immaginazione collettiva».
Che cosa significa, però, “immaginazione collettiva”? La convergenza di giudizi all’interno di una comunità può essere una risorsa della conoscenza, consentendo di confrontare ipotesi e costruire spiegazioni condivise. Ma può anche produrre conformismo, rafforzando la convinzione che ciò che i modelli dominanti non contemplano sia, per ciò stesso, economicamente irrilevante. L’immaginazione collettiva si riduce a un’immaginazione corporativa, incapace di riconoscere configurazioni del reale estranee ai propri schemi, proprio perché quegli schemi vengono ormai assunti come indiscutibili.
Ma possiamo spingerci ancora più a fondo. L’immaginazione è chiamata in causa soltanto quando dobbiamo anticipare qualcosa che non conosciamo ancora, oppure interviene già nelle condizioni attraverso le quali conosciamo ciò che abbiamo davanti agli occhi?
Nella Critica della ragion pura, Kant aveva attribuito all’immaginazione trascendentale una funzione fondamentale nella costituzione della conoscenza, definendo lo schematismo, attraverso cui i concetti dell’intelletto possono applicarsi alle intuizioni sensibili, un’«arte nascosta nelle profondità dell’animo umano».
Un’arte, dunque. Una parola singolare, quando si parla di scienza, e ancor più quando si pretende di esaurirne il rigore nell’applicazione di regole formalizzate. L’immaginazione trascendentale kantiana e l’immaginazione collettiva appartengono a piani distinti, ma non separati, proprio perché già nella conoscenza del reale interviene un’attività irriducibile all’applicazione meccanica di regole.
Abbiamo già visto come Keynes non rifugga dal parlare di arte quando è questione di economia. Nel luglio 1938, in una lettera a Roy Harrod, Keynes precisa ulteriormente e definisce l’economia come una scienza che ragiona per modelli, ma che è inestricabilmente congiunta all’arte di scegliere fra i modelli.
La distinzione è tanto fondamentale quanto oggi dimenticata. Pensare per modelli implica la costruzione di rappresentazioni formalmente coerenti; scegliere fra modelli richiede di riconoscere quali rappresentazioni siano adeguate alle circostanze storiche che vogliamo comprendere e su cui vogliamo agire. E poiché queste circostanze mutano, anche il giudizio sulla pertinenza dei modelli deve essere continuamente rinnovato.
Keynes incoraggia Harrod a costruire modelli, esortandolo però a coltivare una «intimate and messy acquaintance with the facts»: una familiarità intima e disordinata con i fatti, capace di correggere costantemente il giudizio e le costruzioni teoriche.
E ricorre a una metafora che rende immediatamente comprensibile il problema: a differenza della mela della fisica newtoniana, che cade perché cade, la caduta della “mela economica” dipende dalle motivazioni della mela, dall’opportunità che essa attribuisce alla caduta, dalle intenzioni del terreno e perfino dai suoi errori di calcolo. L’economia sarebbe simile alla fisica se la caduta della mela di Newton non dipendesse dalle motivazioni della mela. Ma così non è: e l’arte precede e accompagna il calcolo, delimitandone lo spazio.
Nel 1935, scrivendo al giovane Robert Bryce, Keynes criticava lo scolasticismo degli economisti, capace di soffocare le intuizioni. Scrivere di economia significa suscitare intuizioni nel lettore e appellarvisi. Quando si arriva a non averne più nemmeno una, concludeva, «non c’è più niente da fare».
È una lezione che acquista oggi un’attualità particolare. Le capacità di calcolo e di elaborazione dei dati, enormemente accresciute dall’intelligenza artificiale, possono potenziare gli strumenti della ricerca. Rimane tuttavia la necessità di interrogare le ipotesi che orientano quella stessa elaborazione, i criteri attraverso i quali vengono selezionati i dati e le domande cui si pretende di rispondere.
Nessuna potenza computazionale dispensa dall’arte politica di scegliere.
Le aspettative, l’incertezza e la pluralità dei modelli
Torniamo allora ai modelli “sacrosanciti” dal premio del 2026. Uno dei loro elementi fondamentali è il ruolo attribuito alle aspettative rivolte al futuro. Ma quale futuro viene rappresentato?
Nelle formulazioni standard delle aspettative razionali, gli agenti economici prendono decisioni utilizzando informazioni e probabilità coerenti con la struttura del modello. Gli errori possono verificarsi e gli shock possono modificare gli esiti, ma le probabilità sono definite entro la struttura del modello.
In un saggio del 1937, tornando sui fondamenti della Teoria generale, Keynes elencava una serie di eventi futuri per i quali manca una base scientifica che permetta di formulare probabilità calcolabili: l’eventualità di una guerra europea, il prezzo del rame e il tasso d’interesse a vent’anni. La sua conclusione era lapidaria: «We simply do not know». Semplicemente, non sappiamo.
E tuttavia dobbiamo agire, investire, organizzare la produzione, formulare politiche economiche. L’incertezza diventa così una condizione costitutiva dell’azione, rendendo necessarie convenzioni, istituzioni e forme di coordinamento che consentano di decidere senza disporre di una conoscenza certa del futuro. La scelta di una rappresentazione probabilistica è dunque essa stessa una scelta teorica fondamentale, la cui pertinenza non può essere dedotta dalla coerenza interna del formalismo.
È precisamente su questo terreno che ritorna nel 2018 Dani Rodrik, in Second Thoughts on Economics Rules. Rodrik riprende la lettera di Keynes a Harrod, riconoscendovi una formulazione esemplare del proprio argomento: la conoscenza economica progredisce attraverso una pluralità di modelli, ciascuno capace di illuminare determinate relazioni e di risultare pertinente in specifiche circostanze.
La sua formula è semplice: «It’s a model, not the model». È un modello, non il modello. Ma soprattutto Rodrik osserva che la risposta prevalente della macroeconomia alla crisi finanziaria è consistita nel conservare il DSGE di riferimento, aggiungendovi nuovi shock e nuove frizioni, soprattutto finanziarie, mentre il nucleo teorico fondato sull’ottimizzazione intertemporale rimaneva in larga misura intatto.
Rodrik contesta questa scelta, richiamando l’arte keynesiana di selezionare modelli pertinenti a contesti diversi. In un mondo storicamente mutevole, la pertinenza delle rappresentazioni deve essere continuamente verificata e può richiedere il ricorso a costruzioni differenti.
La scelta fra modelli è anzitutto un problema scientifico, perché riguarda la capacità di comprendere e rappresentare adeguatamente la realtà. Ma quando i modelli vengono impiegati per orientare le decisioni collettive, la questione acquista inevitabilmente anche una dimensione politica e morale. Le rappresentazioni economiche rendono visibili determinate possibilità d’azione, attribuiscono rilievo ad alcuni vincoli e contribuiscono a definire le conseguenze che vengono considerate socialmente importanti.
L’argomento investe anche gli economisti critici, nella misura in cui una critica dell’ortodossia si risolve nella rivendicazione di una nuova ortodossia. La distinzione fra mainstream ed eterodossia ha un significato nella storia delle scuole economiche, ma non ha valore come criterio di verità. Anche una doxa alternativa resta una doxa, e può irrigidirsi in un sistema impermeabile alla critica. La conoscenza economica richiede invece la capacità di interrogare i presupposti di ogni rappresentazione, di determinarne le condizioni di validità e di modificarla quando la realtà impone domande nuove. La disponibilità a cambiare giudizio appartiene alla responsabilità scientifica dell’economista.
Restituire alla politica il compito di scegliere
Questa responsabilità diventa particolarmente rilevante oggi, in una fase in cui il neoliberismo, egemone negli ultimi trent’anni, attraversa una crisi ideologica che si intreccia con quelle economiche e politiche cui esso stesso ha contribuito. Le politiche che ha ispirato e le istituzioni che ha contribuito a legittimare hanno lasciato irrisolte, quando non aggravato, contraddizioni economiche e sociali sempre più acute, mettendo in difficoltà la capacità stessa delle istituzioni politiche di riconoscerle e governarne le conseguenze.
La battuta spesso attribuita a Keynes — «Quando cambiano i fatti, cambio idea. Lei che cosa fa?» — conserva tutta la sua forza, nella misura in cui insiste sulla necessità di rivedere il giudizio alla luce dell’esperienza, senza confondere fedeltà ideologica e rigore teorico.
Il consenso neoliberale che ha orientato buona parte della politica economica negli ultimi decenni mostra difficoltà crescenti tanto sul terreno teorico quanto su quello dei risultati. La grande crisi finanziaria, le sue conseguenze sociali, le fragilità dell’integrazione europea, l’aumento delle disuguaglianze e il ritorno delle politiche industriali hanno reso meno persuasiva l’idea che la stabilità economica possa essere affidata prevalentemente alla capacità autoregolatrice dei mercati.
La pertinenza di una teoria dipende da argomenti, evidenze e giudizi scientifici che nessuna maggioranza può determinare a colpi di decreti. Quando però la conoscenza economica diventa fondamento delle decisioni pubbliche, intervengono finalità, priorità e conflitti che nessun modello può risolvere autonomamente. Una politica è “ottimale”, quando lo è, solo rispetto a orientamenti determinati. Ma la scelta degli orientamenti pertiene alla discussione pubblica.
Quali investimenti privilegiare? Come distribuire il reddito e la ricchezza? Chi deve sostenere i costi di una transizione produttiva? Quale rapporto stabilire fra crescita economica, lavoro, tempo libero e tutela dell’ambiente? Quali istituzioni possono rendere effettivi i diritti sociali? Quale fiscalità può davvero rispettare il principio costituzionale di progressività?
Le risposte richiedono conoscenze economiche tanto rigorose quanto capaci di sottoporre a critica modelli che continuano a fondarsi su assunzioni irrealistiche e, soprattutto, spesso tacite. E richiedono una politica capace di assumersi la responsabilità delle sue scelte economiche, discutendone apertamente le conseguenze distributive e i presupposti istituzionali.
La tentazione tecnocratica nasce quando questa responsabilità viene rimossa rifugiandosi dietro l’apparente cogenza del calcolo: le decisioni politiche diventano l’esecuzione di prescrizioni tecniche e le alternative vengono giudicate in base alla loro conformità a un quadro teorico assunto come universalmente valido.
Il problema investe anche la natura dei vincoli. Alcuni riguardano risorse e capacità effettivamente disponibili; altri dipendono da regole, assetti proprietari, rapporti di forza e architetture finanziarie storicamente determinate. Scambiare una regola storicamente istituita per un limite naturale è già una scelta politica, tanto più esiziale quanto meno viene esplicitamente ammessa.
Per una parte importante della sinistra europea, almeno a partire dagli anni Novanta, questo scambio tacito ed esiziale è diventato un abito culturale. Le diverse esperienze della cosiddetta Terza via, fino al manifesto Blair-Schröder del 1999, hanno spesso presentato l’adattamento alle condizioni dell’economia globalizzata come un elemento costitutivo della modernizzazione socialdemocratica.
Gli obiettivi di giustizia sociale continuavano a essere rivendicati, ma venivano progressivamente ricollocati entro un orizzonte economico i cui presupposti erano dati per indiscutibili. La credibilità politica finiva così per dipendere dalla capacità di conciliare le ambizioni redistributive con i vincoli di un ordine economico al quale non si riusciva — e forse non si voleva — immaginare alcuna alternativa.
Quando la politica accetta che le alternative siano preventivamente delimitate da una particolare rappresentazione dell’economia, il riformismo rischia di ridursi a un’amministrazione dell’esistente addolcita da buone intenzioni.
Francesco Saraceno ha ripreso il tema della “solitudine del riformista”, in dialogo con la lezione di Federico Caffè, per descrivere le difficoltà di chi tenta di elaborare alternative all’architettura economica europea senza rinunciare al progetto di integrazione. È una solitudine che nasce anche dalla forza di un consenso teorico capace di presentare come necessarie istituzioni e regole che appartengono invece alla storia e, come tali, possono essere ripensate.
Recuperare il primato della politica significa riaprire lo spazio del senso delle alternative e della responsabilità di scelte la cui giustificazione non può essere delegata a un modello.
Una sinistra capace di questo potrebbe ritrovare la forza di uscire da una subalternità che le è costata cara, soprattutto nel rapporto con le classi popolari, dei cui interessi e aspirazioni è chiamata prioritariamente a farsi interprete. La possibilità di riconquistare questo rapporto passa anche attraverso il recupero di una propria capacità di pensare l’economia, sottraendosi tanto all’adesione al consenso dominante quanto al volontarismo delle buone intenzioni.
Occorrono idee, istituzioni, organizzazione politica e una rappresentanza capace di trasformare le possibilità riconosciute dalla critica in programmi effettivamente praticabili. Occorre soprattutto recuperare la capacità di immaginare un futuro che non sia già interamente inscritto nelle rappresentazioni economiche dominanti.
Torniamo così al premio da cui siamo partiti. Il Nobel può riconoscere contributi scientifici importanti e stimolare nuove ricerche. Quando però la sua autorità simbolica viene utilizzata per consacrare una particolare rappresentazione dell’economia come se coincidesse con le leggi del mondo, l’ideologia dell’assenza di ideologia continua a esercitare tutto il proprio potere.
Riconoscere la pluralità delle teorie, interrogare i presupposti dei modelli e verificarne continuamente la pertinenza restituisce alla scienza economica la propria responsabilità critica. E restituisce alla politica il compito che le appartiene: deliberare sulle finalità collettive e costruire le condizioni istituzionali della loro realizzazione.
Perché la politica rinuncia al proprio primato quando scambia i limiti di un modello per i limiti del mondo.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati