Il Nobel a Navi Pillay va oltre Gaza
Il premio alla giurista sudafricana riafferma la centralità del diritto internazionale, mentre le sue istituzioni sono sotto attacco.

ANSA
Hanno scritto tutto e il contrario di tutto sul conferimento del Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay. Chi ha esultato, chi, invece, si è indignato. Tifoserie contro. Come fossimo al bar dello sport globale. Il contendere è su un aspetto, certo importante ma che in sé non può racchiudere l’esperienza di una vita della giurista sudafricana. Un tema dolente, divisivo: il genocidio di Gaza. La neo-Nobel ne ha fatto esplicito riferimento nelle sue prime esternazioni dopo la notizia del prestigioso premio assegnatole. Per Navi Pillay quello commesso dall’esercito israeliano e dal governo di Israele è un atto genocidiale. Basta e avanza per “sparare” titoli di prima pagina del tipo “Il Nobel a Gaza” o, su sponde opposte, “Un Nobel contro Israele”. Tutto si può dire, scrivere e titolare, ma limitare a questo ambito il segno politico del Nobel alla Pillay è, ad avviso di chi scrive, ridurre di molto la sua portata.
Mettiamola giù così: ad essere premiato è il Diritto internazionale e una donna, un’avvocata, una giurista che ha fatto della difesa di quel diritto — ovunque e da chiunque calpestato — una ragione di vita, umana e professionale. Sta qui la forza dirompente di quel Premio: l’affermazione della centralità del Diritto internazionale in un mondo marchiato dai tanti che hanno fatto di esso carta straccia, dei tanti potenti della Terra che l’unico “diritto” che riconoscono è quello della forza.
D’altro canto, basta leggere, senza forzarla, la motivazione data dal Comitato di Oslo per il Nobel a Navi Pillay. La riproponiamo senza interpretarla: «In un’epoca segnata da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti che il mondo non vedeva da molto tempo, il diritto internazionale non è più solo un complemento alla pace e alla sicurezza, è una necessità assoluta», afferma la motivazione. «Il sistema di diritto internazionale è sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni sono sotto attacco. Assistiamo a uno spostamento verso la politica di potenza a spese del quadro giuridico e del rispetto globale per diritto e giustizia. Ogni volta che la forza prevale sul diritto, vengono intaccate stabilità, fiducia e convivenza pacifica».
In questa motivazione c’è tutta la drammaticità dei tempi in cui viviamo: un sistema — che non s’invera solo nelle norme che lo regolano ma negli organismi sovranazionali che sul rispetto di quelle norme sono chiamati a vigilare e, nel caso, a sanzionare — sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni sottoposte ad un attacco senza precedenti. È questo il punto cruciale, il segno del Nobel a Navi Pillay. Con lei si sono intesi premiare tutti coloro che nel mondo ancora credono, si battono, presiedono al Diritto internazionale.
Lo ha ben capito il tycoon di Washington e i suoi fedeli scudieri governativi. Tant’è che dopo aver coperto di insulti la Pillay, è arrivata la mazzata contro i giudici della Corte penale internazionale, sanzionati, oltraggiati, per aver “osato” trattare come acclarati criminali di guerra due sodali di Donald Trump: Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. Ecco perché il Nobel a Navi Pillay va oltre Gaza. Abbraccia il mondo e un Diritto che dovrebbe regolarlo.
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