Il no che recupera: l’ultima, decisiva settimana di campagna referendaria

Paolo FuriaFlusso Quotidiano
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ANSA

Il referendum confermativo sulla riforma Meloni-Nordio è ormai alle porte e lo scontro tra le parti non potrebbe essere più acceso. Colpi duri sono venuti da entrambe le parti in gioco, ma il nuovo livello del gioco è stato sbloccato proprio dalla premier. Coi toni tipici della militante della destra estrema che fatica a stare nei panni della Presidente del Consiglio (che tuttavia ricopre, suo e nostro malgrado), si butta – e ci butta tutti – nel fango degli argomenti più retrivi della destra con parole inascoltabili: “con la vittoria del no, ci saranno più stupratori e pedofili in giro”.

Argomenti retrivi, ma anche triti e ritriti: in questi anni la percezione di insicurezza ha continuato a crescere, spesso a dispetto dei dati reali sui crimini, ma è sempre più dura per Meloni proporsi quali rimedio efficace all’allarme che lei stessa continua a fomentare, dopo anni di governo e di palese assenza di qualsiasi politica di prevenzione del crimine e di autentica lotta all’insicurezza. Dire che il malfunzionamento della giustizia in Italia è tutta colpa della magistratura poteva anche essere un argomento convincente per alcune fasce della popolazione fino a qualche tempo fa, ma le parole di Meloni fanno più male che bene alla causa del sì, suonando esagerate e anche un po’ mal riposte. E a farle apparire un po’ grottesche, nell’evocazione dei pedofili e degli stupratori, contribuisce la mai rinnegata vicinanza della premier a Donald Trump, noto frequentatore di stupratori pedofili (come dimostra il caso dei files Epstein), la cui popolarità in Italia – secondo i sondaggi – non potrebbe essere più bassa.

Insomma, le ragioni per le quali la posizione del no sta recuperando secondo quasi tutte le agenzie di sondaggi (SWG, IPSOS, Ixè, Demopolis, YouTrend) sono squisitamente politiche: i fini ragionamenti sul sorteggio, sulle correnti della magistratura e sulla separazione delle carriere non sembrano in grado di scaldare il cuore di una parte non trascurabile dell’elettorato meloniano, ma per vincere il sì ha bisogno di questo. Invece il fronte del no è compatto, diffuso, motivato a partecipare in quanto consapevole della posta in gioco squisitamente politica (al di là delle pur serissime questioni di merito affrontate dalla riforma della separazione delle carriere) di questo referendum.

Giorgia Meloni è dunque agitata, compare in televisione con occhi nervosi e strabuzzanti, l’aria tirata di chi intravede la possibilità di perdere una battaglia importante e tutta politica. Con sguardo torvo, minaccioso, prova a imporsi: “qualsiasi risultato avrà il referendum io non mi dimetto, chiaro?!”, per scoraggiare qualcuno che intende votare “no” dal recarsi alle urne. Tentativo non esaltante. Ora il fronte del “no” non deve ingannarsi o rilassarsi: la sfida resta apertissima e alla campagna del “no” possono opporsi ancora diversi imprevisti. La campagna deve proseguire determinata, radicata e capillare, senza cadere nei possibili trappoloni, lasciando il fango alle destre ma tenendo il punto con semplicità: questa riforma non è ciò che serve per rendere la giustizia più efficiente e il governo Meloni non può manomettere la Costituzione per un proprio capriccio. E se vince il fronte del “no”, l’alternativa politica al governo Meloni proporrà un proprio piano per la giustizia, non per mettere i poteri dello Stato gli uni contro gli altri ma per affrontare i veri nodi che talvolta la rendono farraginosa: anche questo può essere un argomento da usare con alcuni elettori ancora in dubbio perché, magari, non contrari a parte del merito della riforma, ma contrariati dal contesto.