Il no al riarmo come base programmatica per il campo largo
Il campo alternativo chiede di rivedere Readiness 2030 e Patto di stabilità: meno spese militari, più welfare, lavoro e diplomazia.

ANSA
Da una settimana è pronta alla Camera una mozione unitaria del campo alternativo alla destra, sul ReArm Europe-Readiness 2030 e sulla sua revisione sostanziale, e anche con un appello al mutamento del Patto di stabilità. Fin qui la mozione è stata solo unitariamente varata da M5S, Avs, Pd, IV e +Europa, ma tra mercoledì e giovedì dovrà essere presentata. Dopo laboriose limature e variazioni.
I riformisti, seppur non del tutto apertamente, dissentono, ma non si sono dissociati per ora. Esprimendo il loro disagio verso l’espressione “revisione integrale” delle spese militari previste dal piano Ue ReArm Europe-Readiness 2030 e dal Libro bianco sulla difesa europea, sostenuti dalla Commissione europea, dall’Alto rappresentante e dal Consiglio Ue. E che prevedono di mobilitare fino a 800 miliardi per la difesa europea, di cui circa 650 miliardi attraverso la clausola nazionale di salvaguardia per la spesa militare e fino a 150 miliardi attraverso il programma europeo di prestiti Safe.
La revisione del Readiness 2030 e del connesso Libro bianco — fatti propri dal governo italiano — invocata dal campo unitario alternativo, concerne le cifre, le modalità e i tempi. Nonché l’impiego delle risorse aggiuntive del riarmo. Risorse che, secondo la mozione, andrebbero impiegate invece in welfare, bollette, cuneo fiscale e fonti alternative. Analoga, nella mozione, la posizione contro il nuovo Patto di stabilità Ue, accettato dalla destra con una traiettoria di riduzione del deficit e del debito, e con un aggiustamento del saldo primario strutturale pari a 0,6 punti di Pil nel 2025 e nel 2026 e poi a 0,5 punti di Pil l’anno fino al 2031. Il disavanzo nominale dovrebbe così scendere dal 3,3 per cento del Pil nel 2025 al 2,8 nel 2026. A condizione, secondo la Ue, che si facciano anche massicci investimenti in infrastrutture: dai trasporti al digitale al green. Un impegno capestro e contraddittorio, perché gli investimenti richiedono deficit prima che il Pil possa espandersi. Specie in condizioni di guerra, aumento dei costi in energia e logistica. Assicurazioni incluse. Anche la destra, come è noto, ha chiesto flessibilità sui conti, avendo ereditato e gestito un deficit superiore alla soglia del 3 per cento e dovendo riportarlo sotto quel limite secondo la procedura europea. E tuttavia la lettera a riguardo inviata da Meloni alla presidente von der Leyen ha ricevuto una secca risposta. Questa: unica flessibilità concessa sarà pari allo 0,7 di disavanzo. A coprire però il passaggio a fonti alternative e non già i disavanzi provocati dalla sospensione di accise o da sussidi. Per un totale di 7 miliardi in tre anni.
Resta in sospeso altresì con la Ue il tema dell’accesso al programma di prestiti Safe per la difesa, su cui per l’Italia era stata indicata una quota potenziale di circa 14,9 miliardi, e che potrebbe essere utilizzata solo in parte, con una richiesta più contenuta di prestiti. Non potendo l’Italia — questa la linea Meloni — indebitarsi ulteriormente, seppur a tasso agevolato, nel momento in cui si chiede agli italiani un impegno in extra-deficit per le armi, mentre lo stesso margine viene negato su bisogni essenziali.
Dunque la destra è in un vicolo cieco. Tra incudine del riarmo e martello del rigore finanziario. Non potrà infatti calmierare nell’immediato le bollette, né potrà contribuire agevolmente per la sua parte al progetto Readiness 2030, fatto di circa 650 miliardi di potenziale spazio fiscale nazionale e 150 miliardi attraverso un fondo europeo di prestiti, finanziato con emissioni comuni Ue.
Adesso, di contro, tutto il campo alternativo si inserisce nella crepa della destra, e chiede unito la riforma sostanziale sia del riarmo che della disciplina fiscale europea. In particolare sul primo punto tale riarmo è definito troppo oneroso per la nostra economia, e poi concepito ancora troppo sui singoli Stati, senza sufficienti economie di scala, coerenza di commesse belliche sui modelli, né fattori di difesa comune. Da satelliti a logistica a infrastrutture comuni. Il che incrementa immensi costi e sprechi, che schiacciano gli investimenti produttivi e sono una palla al piede per il rilancio dell’economia, sia sul versante green che su quello della riconversione digitale. E con pochi benefici occupazionali a valle del ciclo riarmo, come ha già argomentato Cottarelli.
Non solo: una parte rilevante delle risorse in difesa rischia di tradursi in commesse estere. Leggi Usa. Ma la parte del leone la farebbe la Germania, già lanciata su questa via, e in modo tale da rendere l’Italia subalterna nella componentistica o al più partner minore con Leonardo.
Ebbene, la mozione alla Camera Pd, Avs, M5S, Iv e +Europa, a meno di ripensamenti e attriti interni, sarebbe un grave colpo per la logica euro-Nato invocata da Mark Rutte sulla spinta di Trump. Nonché un forte segnale di battaglia programmatica unitaria, che sarà per forza al centro della sfida elettorale oltre a fisco giusto e lotta a eventuale legge truffa. Si chiede infatti di usare le risorse per ristori, sostegno alla domanda e sviluppo alternativo di pace.
Anche Italia Viva concorda, e anche i radicali di +Europa, come s’è detto, tra le ire di Calenda e di Pina Picierno, che nel frattempo, dopo Madia e Gualmini, ha abbandonato il Pd, lamentando assenza di riformismo e debole solidarietà all’Ucraina. Altro tema sensibile questo, poiché a breve, in giugno, in sede europea si discuterà il tema dell’avanzamento del percorso di Kiev verso l’Unione: ovvero tempi e modalità dei negoziati di adesione, non già l’ingresso immediato nell’Ue. Addirittura con la proposta del commissario lituano Kubilius di una Unione europea della difesa aperta anche all’Ucraina, sul modello di un nuovo accordo intergovernativo, che legherebbe Kiev alla futura architettura militare europea. Un passaggio che, secondo i critici, renderebbe la Ue sempre più parte in causa nella guerra e sempre meno mediatrice di accordi, esponendola a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Punto sul quale il governo è fortemente diviso e imbarazzato, a cominciare dalla contrarietà espressa da Crosetto su un ingresso immediato di Kiev nell’Europa a 27, in vista di ulteriori allargamenti ai Balcani.
In ogni caso con la mozione anti-riarmo, comincia così — nel vivo della guerra e della crisi energetica — ad affiorare un’altra idea di economia, contro il traino del complesso militare-industriale e contro il monetarismo liberale e rigorista. Il che rappresenta già una salda base identitaria di programma, economica e ideale, per l’uso delle risorse. Che va in senso opposto e contrario a questa Europa, e mette in difficoltà la destra che si è piegata alle sue logiche geopolitiche e di bilancio. Viene anche posta al contempo una salda base, seppur indiretta, per le modalità e i tempi dell’ingresso di Kiev in Europa. Che verranno discussi nel quadro dei negoziati europei. In che senso, visto che nella mozione non si parla di Ucraina? Triplice.
Prima di tutto si chiede la sospensione del piano degli 800 miliardi in difesa. Che comporta, per l’Italia, una pressione crescente sulla spesa militare, anche in rapporto agli obiettivi Nato: il nuovo impegno atlantico prevede infatti di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del Pil annuo, di cui almeno il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e fino all’1,5 per cento per spese connesse alla sicurezza, alla resilienza e alle infrastrutture. Un ulteriore avvicinamento al 3,5 per cento del Pil comporterebbe decine di miliardi aggiuntivi l’anno. Un mega progetto di cui, per gli assertori del riarmo, l’Ucraina deve essere parte integrante. Già a partire da commesse e bandi.
In secondo luogo nella mozione si chiede di mettere al primo posto l’iniziativa diplomatica sulla questione ucraina. E in terzo luogo si chiede un passaggio in Parlamento per ogni decisione sulle spese militari. In sintesi la mozione schiera l’opposizione contro ogni inasprimento del conflitto e delle spese militari, congelando il ReArm Europe-Readiness 2030 e la sua road map scadenzata al 2030, e opponendosi al tempo stesso alla traiettoria Nato verso il 5 per cento del Pil entro il 2035. Ancorando di fatto l’ingresso in Europa di Kiev a ben precise condizioni.
Ovverosia. Porte aperte, ma no alla integrazione dell’Ucraina nella difesa europea nel quadro del riarmo, che è cosa ben diversa dal sostegno tipo ombrello di garanzia esterna militare a pace conseguita, verso la quale all’opposto occorre spingere. L’integrazione militare dell’Ucraina nella futura architettura europea della difesa, in caso contrario e a riarmo in corso, renderebbe infatti la Ue — già di per sé integrata nella Nato attraverso gran parte dei suoi Stati membri — sempre più coinvolta nel confronto strategico con la Russia. Esattamente la logica promossa dal lituano Kubilius, sostenitore di una Unione europea della difesa aperta anche all’Ucraina, nel quadro del mega progetto Readiness 2030 e del rafforzamento militare europeo. Progetto da contrastare. Insomma e in conclusione, eppur si muove il convoglio del campo alternativo, e anzi sul riarmo e con ciò che ne consegue sul piano strategico e programmatico, si è mosso eccome.
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