Il nemico è sempre fuori
Le piazze di ottobre, la doppia esternalizzazione della violenza e le fratture che offriamo a chi conduce la guerra cognitiva contro di noi

ANSA
La sicurezza è una cosa seria, e proprio per questo non può essere invocata per ogni cosa. Quando ogni fatto diventa una minaccia alla sopravvivenza, la politica entra in emergenza permanente e la risposta dello Stato si fa sempre più repressiva. Gli scontri del 17 e 18 ottobre lo mostrano con chiarezza. I cortei di «Italia in Piazza» contro il caro vita, i carburanti e la pressione fiscale, circa cinquemila persone a Milano, tremila a Torino, duemila a Bologna, sono degenerati in guerriglia, con oltre cinquanta fermati solo a Milano, quasi la metà minorenni. Il Quirinale ha parlato di violenze inaccettabili da parte di soggetti inediti e ha chiesto un’analisi approfondita, non soltanto una risposta repressiva. In settantadue ore è arrivato invece un nuovo decreto-legge, il sesto intervento sulla sicurezza della legislatura. E il discorso pubblico ha trovato i colpevoli: maranza, centri sociali, stranieri, fino alla guerra ibrida evocata dal ministro della Difesa. Spiegazioni diverse, con una struttura comune: la violenza arriva sempre da fuori.
La causa negata
Il carovita non è un pretesto. A settembre l’inflazione è salita al 4,2%, il livello più alto da tre anni, con il gasolio a più 34,9% e la benzina a più 21,8% su base annua, e i rincari pesano di più sulle famiglie che spendono meno: 4,4% contro 2,9%. Che alcuni gruppi abbiano usato la piazza non cancella una questione che riguarda milioni di persone. Eppure, su ventidue dichiarazioni di esponenti di governo e del centrodestra tra il 17 e il 20 ottobre, nessuna riconosce il carovita come causa: compare due volte, solo per negarlo.
Le cornici ricorrenti sono sei. La più frequente, in nove dichiarazioni su ventidue, trasforma la condanna in un test di lealtà: per Ignazio La Russa chi condanna con un «però» aizza le piazze, e le manifestazioni volute dalla sinistra sono l’acqua in cui nuotano squali e piranha. In otto compare lo straniero interno: Matteo Salvini propone di negare la cittadinanza a chi è stato identificato negli scontri, mentre gli italiani violenti, ammette, «ce li dobbiamo tenere». Cinque usano il lessico della guerra e dell’assedio, dalla guerra ibrida di Guido Crosetto al terrorismo di Roberto Vannacci. Tre ricorrono alla metafora animale e al marciume, dagli sciacalli di Attilio Fontana al «marciume sinistro» di Salvini; tre riducono il manifestante a criminale; tre trattano i minori come ragazzi da raddrizzare, come quando La Russa assicura che qualche ora in questura farà bene ai fermati.
In ogni cornice la violenza non è prodotta dalla società: le arriva da fuori. Fuori dalla nazione, con i maranza e gli stranieri; dalla politica legittima, con la sinistra e i centri sociali; dal confine, con la guerra ibrida; dalla legge, con i criminali; dall’età adulta, con i ragazzini. L’unica causa interna, il carovita, è quella negata. Il frame è talmente egemone da contagiare l’opposizione: Matteo Renzi parla di ragazzini spesso maranza e di violenze che nulla hanno a che vedere con il carovita, pur riconoscendo l’emergenza sociale; Romano Prodi descrive una ribellione mai vista, senza bandiere né obiettivo, difficile da giudicare con l’ottanta per cento dei fermati minorenni. Che la si etnicizzi o la si spoliticizzi, la piazza resta fuori dalla politica. E l’etnicizzazione procede per allusione: l’islam è nominato una sola volta, la frattura di civiltà passa per cittadinanza, maranza e banlieue, tanto che la stessa ANSA descrive il corteo torinese con gli innesti di tantissimi adolescenti delle banlieue.
Lo stesso copione, da Gaza al carovita
Tredici mesi fa, dopo lo sciopero generale per Gaza del 22 settembre 2025, il copione era identico. La causa svuotata: allora Giorgia Meloni disse che le violenze non avevano nulla a che vedere con il diritto di sciopero, oggi Salvini afferma che non si tratta di disagio sociale. L’abiura chiesta all’opposizione, allora agli organizzatori e ai partiti, oggi alle opposizioni chiamate a condannare senza ambiguità. Il nemico composito, allora la «gentaglia di sinistra, dei centri sociali e filo Hamas», oggi centri sociali, maranza e marciume sinistro. Il conto presentato a chi scende in piazza, allora la cauzione per gli organizzatori di cortei, oggi il «chi rompe paga». L’etnicizzazione, allora i maranza e le seconde generazioni indicati come capri espiatori degli scontri alla stazione Centrale, oggi la legge anti-maranza rilanciata da Salvini. Quel 22 settembre a Roma oltre trentamila persone avevano manifestato pacificamente: nel racconto pubblico restò solo la Centrale. Cambia la causa, non le formule. La piazza, in larga parte pacifica, viene ridotta alla sua frangia violenta e letta soltanto come minaccia.
Lo straniero interno e i numeri
I dati non sostengono la cornice identitaria. I reati denunciati sono in calo, 2,36 milioni nel 2025, e gli omicidi sono ai minimi dal 1950. Il 35,1% di stranieri tra le persone segnalate non dice nulla sulle cause: in cinquantacinque Paesi e in duecentosedici regioni europee Olivier Marie e Paolo Pinotti non trovano alcun effetto dell’immigrazione sui tassi di criminalità. La sovrarappresentazione si spiega con età, genere, istruzione, conteggio degli irregolari e trattamento giudiziario, e soprattutto con lo status: la regolarizzazione dimezza la propensione al reato, ma solo dove un mercato del lavoro legale la accoglie. Il nodo è giuridico ed economico. E la selettività dei controlli colpisce chi sembra straniero: nel 2024 il 77% degli stranieri entrati negli istituti penali minorili era di origine nordafricana, molti dei quali ragazzi di seconda generazione senza cittadinanza. Le norme pensate per i minori violenti ricadranno su di loro.
La fabbrica dell’insicurezza
Per la Scuola di Copenaghen la sicurezza è il linguaggio della sopravvivenza: chi nomina una minaccia esistenziale ottiene misure eccezionali, e l’oggetto da far sopravvivere non è più soltanto lo Stato ma l’identità del «noi». Chi la minaccia diventa nemico, e la questione esce dalla politica ordinaria per entrare nell’emergenza: il decreto-legge è la forma giuridica di questo passaggio. Didier Bigo ha mostrato come politici e professionisti della sicurezza producano e gestiscano l’insicurezza, saldando migrazione, criminalità e dissenso in un unico continuum di minaccia. L’esternalizzazione è ciò che rende possibili entrambe le letture: fissa in uno shibboleth politico, l’immigrato, il maranza, il centro sociale, una fonte d’insicurezza esterna alla società ma presente al suo interno in forma latente. È questa doppia posizione, fuori e dentro, a dare urgenza alle misure.
Le fratture che ne derivano sono quattro, e sono prodotte, non scoperte: intergenerazionale, con i minorenni trattati come categoria pericolosa; civilizzazionale, con le seconde generazioni lette come banlieue, estranee pur essendo nate qui; del dissenso, con la piazza trattata come problema di ordine pubblico prima che di rappresentanza; della povertà, con chi protesta per il carovita equiparato a chi saccheggia. Le prime due si fondono, perché il maranza è insieme giovane e straniero. Così una domanda di futuro diventa, con un’etichetta, un problema di ordine pubblico.
Criminalizzare la piazza, proteggere l’uniforme
Sei decreti in una legislatura: rave, Cutro, Caivano, i due decreti sicurezza e quello di oggi. Ogni crisi produce una norma, ogni norma nuovi reati. Secondo le prime ricostruzioni, il nuovo testo prevede cinquecento militari a Milano, senza poteri di polizia giudiziaria dopo il rilievo del Quirinale, un nuovo reato di partecipazione violenta a manifestazioni e il divieto di aggregazione per i minori con precedenti, mentre la premier annuncia il fermo preventivo esteso ai minorenni. Il percorso era già tracciato: il decreto anti-rave punisce chi organizza un raduno con pene da tre a sei anni, soglia che consente le intercettazioni, e il decreto 48 del 2025 ha reso reato il blocco stradale compiuto con il proprio corpo, colpendo anche la resistenza passiva, tanto che la Procura di Torino ne contesta la costituzionalità.
Intanto il manifestante diventa sempre più visibile e l’agente sempre meno. Lo schema di decreto sul riconoscimento facciale, approvato in via preliminare il 10 giugno 2026, trasforma in dati biometrici i volti di chi entra in stadi, stazioni e manifestazioni anche senza alcun sospetto, nonostante l’obiezione della Commissione europea che l’AI Act lo vieti negli spazi pubblici. Sui codici identificativi nei caschi, già adottati da una ventina di Paesi europei, il ministro Piantedosi ha detto che con questo governo non accadrà mai, e a febbraio ha proposto una presunzione di liceità dell’azione di polizia. Biometria per chi manifesta, anonimato per chi carica: è questa asimmetria il punto.
La guerra ibrida esiste, ma non spiega tutto
Resta la cornice più seria, quella di Crosetto, che ha attribuito gli scontri a una guerra ibrida condotta attraverso TikTok e YouTube. La minaccia è reale e il ministro coglie una vulnerabilità vera: intere generazioni esposte a ecosistemi algoritmici che attori ostili sanno sfruttare. Ma non ha nominato alcuno Stato, e le evidenze disponibili descrivono un quadro diverso. In Francia, dove la mobilitazione è nata, Viginum non ha individuato operazioni estere significative dietro l’appello del 17 ottobre, mentre i media di Stato russi, iraniani, algerini, turchi e cinesi ne hanno rilanciato in massa le immagini. L’Iran ha accusato Parigi di reprimere i suoi studenti ed è stato a sua volta convocato per disinformazione, replicando a parti invertite la convergenza di narrazioni con Mosca documentata durante le proteste iraniane di gennaio. Gli account vicini allo Stato Islamico hanno salutato una primavera europea che includeva l’Italia, senza alcun ruolo dimostrato nelle piazze. Nelle chat di studenti e genitori del Nord sono circolati falsi allarmi su stupri, incendi e spedizioni di neofascisti contro gli stranieri, con scuole svuotate a Ravenna e il centro di Cremona deserto; l’unico caso con responsabili accertati ha portato alla denuncia di due ragazzi del posto di 14 e 15 anni.
Il decennio alle spalle conferma lo schema. Dove l’interferenza straniera è stata accertata, dai cortei contrapposti convocati dai troll russi a Houston nel 2016 alle mani rosse sul Memoriale della Shoah di Parigi, per le quali nel 2025 sono stati condannati quattro bulgari, l’avversario non ha creato fratture: ha trovato quelle esistenti e le ha allargate. Dove la violenza è esplosa nei grandi movimenti, dai gilets jaunes all’assalto no vax alla CGIL del 2021, il detonatore è stato domestico. Chi viene da fuori accelera; la miccia si accende dentro.
Le fratture come superficie d’attacco
È qui che la critica della securitizzazione e l’analisi della guerra cognitiva si incontrano. Le quattro fratture prodotte dal discorso pubblico sono esattamente le linee lungo le quali lavora chiunque voglia destabilizzare il Paese, e i falsi allarmi di ottobre lo hanno mostrato: non inventavano divisioni, usavano quelle disegnate nei giorni precedenti dal lessico politico. Roger Eatwell ha chiamato estremismo cumulativo la dinamica per cui ogni radicalismo trae dall’altro la propria giustificazione. Una politica che etnicizza le piazze e risponde a una domanda sociale soltanto con nuovi reati non protegge il Paese dalla guerra ibrida: le prepara il terreno, e fa gratis ciò che all’avversario costerebbe denaro e rischi.
Perché la domanda, intanto, resta. Nel 2025 è in povertà assoluta il 12,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni, quasi 1,2 milioni di persone, il doppio degli over 65, e tra le famiglie in affitto l’incidenza sale al 20,9%. L’Italia ha il più basso tasso di occupazione dei ventenni dell’Unione, è uno dei soli tre Paesi ricchi su trentadue in cui i millennial guadagnano meno delle generazioni precedenti alla stessa età, e a inizio 2025 i salari reali erano ancora del 7,5% sotto il 2021. Eppure oltre sette giovani su dieci credono che la politica possa migliorare la vita delle persone, mentre più della metà giudica scarsi o nulli gli spazi di partecipazione. È una domanda politica, non un rifiuto.
La violenza va condannata senza riserve. Ma un ordine che stabilizza salari fermi, affitti insostenibili e mobilità sociale bloccata non è neutro: congela la diseguaglianza e la rende invisibile. Se il nesso tra stranieri e reati passa da irregolarità e reddito, la sicurezza si costruisce con status legale, cittadinanza e salari, non con soldati e fermi. E se la guerra ibrida è reale, la difesa più efficace non è l’emergenza, ma chiudere le fratture che offriamo all’avversario. Altrimenti l’ordine resta il nome elegante della diseguaglianza, e la vulnerabilità più grave continuerà a essere la nostra.
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