Il mondo tra Trump e Xi: chi resta fuori dal grande gioco

Stati Uniti e Cina concentrano il potere economico nei rispettivi blocchi. La Russia può incidere sugli equilibri strategici, mentre per l’Italia si restringe lo spazio di manovra.

Antonio GuizzettiApprofondimenti
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ANSA

Dopo il vertice BRICS di Nuova Delhi, i riflettori della geopolitica globale si spostano su Washington, dove la prossima settimana arriverà il leader cinese Xi Jinping. Se a Delhi la parola d’ordine è stata multipolarità, a Washington l’inno dominante sarà il bipolarismo. Questo secondo faccia a faccia dell'anno tra Donald Trump e Xi Jinping si inserisce in una fitta agenda di scambi bilaterali. Subito dopo Washington, i due leader si ritroveranno con ogni probabilità a Shenzhen, in Cina, a margine del vertice APEC. Inoltre, se le voci su un imminente summit trilaterale dovessero trovare conferma, il russo Vladimir Putin potrebbe unirsi a Donald Trump e Xi Jinping, spostando l'asse dell'attenzione da un classico G2 a un inedito scenario G3. Un'ulteriore vetrina per la diplomazia tra superpotenze si aprirà a dicembre a Miami, dove Trump ospiterà il vertice annuale del G20. Molti di questi forum multilaterali — come i BRICS, l'APEC e il G20 — sono ormai appuntamenti di routine. Nonostante il fascino politico esercitato da passaggi come quello di Delhi, i reali progressi collettivi in queste sedi restano rari. Eppure, questi palcoscenici si rivelano formidabili incubatori di decisivi incontri bilaterali. Il vero momento clou del vertice BRICS in India, ad esempio, è stato il tentativo del Primo Ministro Narendra Modi e del Presidente Xi Jinping di riavviare le relazioni tra India e Cina. A dare un peso specifico eccezionale ai vertici di quest'anno è la profonda turbolenza impressa alla politica estera globale dalle sferzate della presidenza statunitense, che sta ridisegnando i rapporti con alleati e rivali e mettendo in discussione i pilastri stessi dell'ordine internazionale.

Alla radice di questo scossone c’è un cambiamento strutturale profondo nella distribuzione del potere globale, polarizzato sempre più a favore di Washington e Pechino. Sia i BRICS che il G7 sono oggi caratterizzati dal peso schiacciante di un singolo attore: la Cina nei primi, gli Stati Uniti nel secondo. Nel 2006, quando nacque il nucleo originario del BRIC a quattro membri, la Cina rappresentava meno della metà del PIL complessivo del blocco. Oggi, nonostante l'allargamento a undici nazioni, Pechino genera circa i tre quinti dell'intero PIL dei BRICS. Che piaccia o no, la Cina surclassa i partner per dimensioni economiche e proiezione geopolitica. Dall'altro lato della barricata, il G7 ha vissuto una metamorfosi speculare. Gli Stati Uniti generano oggi quasi i tre quinti della produzione nominale del gruppo, rispetto a meno dei due quinti di trent'anni fa. La stagnazione del Giappone, la crescita debole e le pressioni demografiche in Europa, unite al netto vantaggio americano nei settori dell'energia, dei mercati dei capitali e dell'intelligenza artificiale, hanno scavato un solco incolmabile. La stessa spregiudicatezza con la quale Donald Trump si rivolge ai partner più stretti — dall'anglo sfera di Canada e Gran Bretagna fino a NATO ed Unione Europea — poggia proprio su questa crescente e indiscussa preponderanza economica. Questo duopolio nei rispettivi blocchi ci sta conducendo verso un mondo guidato da un G2? Non necessariamente. È evidente, però, che l’economia globale stia assumendo una rigida struttura bipolare. Washington e Pechino sono le uniche capitali dotate della massa critica necessaria per plasmare l'ordine economico, gli standard tecnologici e le catene di approvvigionamento globali. Al contempo, le due superpotenze restano strettamente interdipendenti: entrambe cercano di ridurre la propria vulnerabilità rispetto all'altra, ma nessuna può fare a meno dei mercati, della tecnologia, dei capitali o della capacità industriale della controparte.

Gli incontri di quest'anno tra Donald Trump e Xi Jinping difficilmente sfoceranno in un condominio pacifico tra Stati Uniti e Cina; le dispute su commercio, tecnologia e Taiwan sono troppo radicate. Tuttavia, questi colloqui partono dalla consapevolezza pragmatica che la rivalità vada gestita attraverso canali di comunicazione diretti e continui al massimo livello. Una gestione che, inevitabilmente, condizionerà il resto del mondo. Se l'architettura economica globale appare delineata, il fronte strategico e militare è decisamente più complesso. Seppur ridimensionata sul piano economico, la Russia conserva una potenza militare, un'estensione geografica e un peso diplomatico sufficienti a spostare gli equilibri tra i due giganti nello scacchiere eurasiatico. Non sorprende che Mosca si sia legata a Pechino come mai prima d'ora, né che Trump stia tentando un'apertura diplomatica verso il Cremlino. Allontanare la Russia dalla Cina non sarà comunque un'operazione semplice per gli Stati Uniti: la strategia russa di Donald Trump si scontra inevitabilmente con il durissimo conflitto tra Mosca ed Europa sulla questione ucraina. Eventuali progressi nel piano di pace di Donald Trump per l'Ucraina potrebbero però spianare la strada a un riavvicinamento tra Washington e Mosca, ponendo le basi per un vertice a tre "G3" e per la partecipazione di Putin al G20 di Miami. A differenza del G7, il G20 include colossi non occidentali del calibro di Cina, Russia, India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Sudafrica; a differenza dei BRICS, accoglie tra le sue fila Stati Uniti, Europa e Giappone. Questa evoluzione dei rapporti di forza ha permesso ad America e Cina di presentarsi al forum in una posizione di forza senza precedenti. Non a caso, le divergenze bilaterali emerse di recente alla riunione dei ministri delle finanze a Washington hanno paralizzato il tavolo, impedendo l'adozione di una dichiarazione congiunta a causa del veto cinese sui passaggi relativi ai surplus commerciali e alla crescita trainata dalle esportazioni. Quando Washington e Pechino si scontrano, le speranze di un’azione collettiva del G20 evaporano. Al contempo, eventuali accordi esclusivi tra Usa e Cina rischiano di essere siglati a scapito degli altri attori.

L'Italia può continuare a auspicare un mondo multipolare, ma la realtà viaggia in una direzione opposta, se non contraria. Per il momento, il nostro Paese deve fare i conti con l'inasprimento di un Grande Gioco — che sia a due o a tre attori — destinato a ridefinire il futuro delle relazioni internazionali. Organizzazioni come l'APEC, i BRICS, l'UE, il G7 e la NATO non creano l'ordine mondiale: si limitano a muoversi entro i binari tracciati dalla politica delle grandi potenze. Spenti i riflettori sulle passerelle multilaterali, la politica estera italiana deve abbandonare le proprie illusioni e guardare in faccia la realtà: la redistribuzione del potere globale e il riallineamento geopolitico tra America, Cina e Russia sono già in atto, e in tale ambito il peso dell'Italia è nullo. Ci salva la nostra storia e il patrimonio culturale disperso in tutto il mondo

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