Il mondo salvato dai ragazzi
Pace, diritti sociali e partecipazione: le piazze giovanili chiedono alla sinistra una risposta che tenga insieme democrazia e una nuova politica europea.

ANSA
Altro che teppisti da punire con la repressione. Comprendere oggi lo sfogo di una generazione equivale a interpretare le contraddizioni del mondo.
Le manifestazioni pacifiche di milioni di ragazze e ragazzi sono il prodotto della policrisi del nostro tempo. Solo entrandoci dentro, disvelandone il cuore, si possono comprendere a fondo le contraddizioni dell’oggi.
La miopia di chi si ferma al ribellismo — da curare con le vecchie ricette repressive — fa perdere l’occasione di decodificare una denuncia sociale. Una denuncia che indica le priorità di una generazione e costruisce le basi per una nuova critica di un modello socio-economico fallimentare.
Nelle piazze c’è innanzitutto un noi: il tentativo di ricostruire un soggetto collettivo contro la soggettivazione individualista neoliberale.
C’è una generazione che si oppone all’orrore della guerra e riconosce il valore essenziale della pace. Una generazione fragile che manifesta per una società della cura, contro l’imporsi della “cultura dello scarto”. Critica l’assurdità di un divario di ricchezza sempre più ampio, del precariato e di salari che non consentono di costruirsi certezze per il futuro.
Queste piazze — con buona pace di chi specula politicamente sull’ordine pubblico — rappresentano oggi il farmaco di cui ha bisogno la nostra democrazia. Aiutano a individuare e affrontare le grandi questioni interne che ne erodono la stabilità e amplificano il fascino dei modelli autocratici o tecnocratici.
La nostra generazione si sta assumendo la responsabilità di svolgere una grande funzione democratica: riaccendere la partecipazione per diradare la sfiducia nella democrazia.
La politica ora non può sottrarsi alla propria responsabilità. Deve resistere «alla patetica tentazione di scomunicare il mondo che viene». È la sinistra — per storia e per funzione — a doverlo fare.
Interpretare questo moto vuol dire legare indissolubilmente la questione democratica alla questione sociale. La regressione della democrazia si manifesta nell’astensionismo, nel leaderismo o nella ricerca di modelli alternativi. Si combatte riportando al centro delle politiche pubbliche la persona. Ciò significa riscoprire il valore dell’emancipazione sociale, della lotta alle diseguaglianze, della valorizzazione dei talenti e della ricostruzione dello Stato sociale.
La posta in gioco non è una semplice contesa elettorale, ma la tenuta del rapporto dinamico tra società e istituzioni. Il rischio è l’implosione delle basi democratiche del Paese. La distanza tra società e istituzioni porta migliaia di cittadini a non sentirsi pienamente parte di una comunità nazionale.
Occorrono politiche pubbliche che incidano realmente sulle condizioni di vita delle persone e facciano sentire la presenza dello Stato, nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne del Paese.
Ciò non potrà realizzarsi senza superare l’angusto spazio della frontiera nazionale e opporre alle sfide globali una decisa risposta politica internazionale.
L’Europa è la “comunità di destino” della nostra generazione e deve essere la dimensione costitutiva di una nuova stagione politica. All’internazionalismo generazionale delle piazze di Madrid, Parigi, Belgrado e Roma deve corrispondere una risposta politica europea.
Serve una nuova politica estera che rilanci l’azione diplomatica per la risoluzione dei conflitti internazionali. Servono nuove politiche energetiche e industriali, per l’innovazione, la ricerca e l’intelligenza artificiale (IA). Tutte materie sulle quali le singole nazioni non possono incidere da sole.
In questa direzione dovranno muoversi anche i partiti politici. Occorre far evolvere la struttura degli europartiti, che non possono essere solo una sommatoria di partiti nazionali: devono compiere uno sforzo di elaborazione comunitario. Altrimenti, chiusi nelle mura nazionali e privi della forza di cambiare le cose da soli, i partiti tenderanno a coincidere sempre più con un capo. Radicalizzeranno le posizioni e inaspriranno lo scontro per fare breccia in un’opinione pubblica sfiduciata.
Solo in questa dimensione sovranazionale si potrà combattere il nazionalismo e ridimensionare l’internazionale sovranista. Questa sorta di ossimoro politico si alimenta della sfiducia e consegna le democrazie a degenerazioni che mettono in discussione i pilastri fondamentali dello Stato di diritto.
Tutto questo si potrebbe leggere se solo si prestasse attenzione alle piazze di questi giorni. Il rischio è fermarsi alla superficie e fare il gioco di chi si concentra sull’azione di qualche facinoroso.
Si perderebbe così l’opportunità di decifrare una grande lezione, che proviene da una minoranza — tali sono i giovani nella nostra parte del mondo — capace di rivitalizzare la democrazia.
Una generazione che, tornando in piazza, riscopre il valore di appartenere a una comunità e di lottare per «non essere io, ma tutti gli altri».
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