Il mondo può fare a meno del dollaro?
Dal sistema di Accordi di Bretton Woods al “privilegio esorbitante” evocato da John Connally, fino alle crepe attuali tra sanzioni, valute alternative e nuove infrastrutture: il dominio del dollaro resiste, ma il mondo multipolare ne mette in discussione l’egemonia.

ANSA
C’è stata un’epoca, durata così a lungo da sembrarci l’unica possibile, in cui il mondo somigliava a un gigantesco casinò. In ogni casinò ci sono delle regole, scritte prima che il gioco cominci. Quelle regole furono siglate nel 1944 a Bretton Woods, tra i boschi del New Hampshire, mentre il mondo ancora bruciava per la guerra. Lì, riunite attorno a un tavolo, le nazioni che stavano per vincere il conflitto globale decisero che il dollaro sarebbe stato il sole attorno a cui tutto il sistema economico globale avrebbe dovuto ruotare.
Quel disegno non era affatto neutrale. Rifletteva innanzitutto gli interessi degli Stati Uniti, usciti dalla guerra come principale potenza economica e detentori della maggior parte delle riserve auree mondiali. La proposta americana, sostenuta da Dexter White, prevalse su quella britannica elaborata da John Maynard Keynes, allora Cancelliere dello Scacchiere, che immaginava un sistema più equilibrato, fondato su una valuta internazionale (il “bancor”) e non su una moneta nazionale egemone. Gli Stati Uniti prevalsero offrendo una garanzia semplice e potente: «Voi usate i nostri biglietti verdi e noi, in qualsiasi momento, ve li cambieremo in oro». Il dollaro diventava così il fulcro del sistema, ancorato all’oro a un prezzo fisso di 35 dollari l’oncia.
Per un quarto di secolo, il mondo credette a quella promessa. Ma ogni casinò ha un proprietario che, quando il banco rischia di saltare, decide di cambiare le regole. Quel proprietario, nel 1971, aveva il volto di John Connally. Texano dai modi sbrigativi e dallo sguardo d’acciaio, Connally non era un uomo di sottigliezze diplomatiche. Richard Nixon lo aveva voluto al Tesoro per gestire una crisi che non si poteva più nascondere: gli Stati Uniti avevano stampato troppi dollari per finanziare la guerra in Vietnam e non potevano più garantire ad oltranza l’accordo siglato a Bretton Woods. Era il 15 agosto 1971.
Quando i ministri delle finanze europei gli chiesero conto del caos imminente, Connally li liquidò con una frase rimasta scolpita come il manifesto dell’imperialismo finanziario: «Il dollaro è la nostra moneta, ma è un problema vostro».
Con quella sprezzante onestà di chi sa di avere il banco dalla sua parte, Connally sanciva il “privilegio esorbitante”: gli Stati Uniti avrebbero potuto stampare ricchezza a debito per finanziare i propri disavanzi commerciali, mentre il resto del mondo sarebbe stato costretto ad accumulare quella carta per non veder crollare il sistema degli scambi. Per cinquant’anni abbiamo realmente accettato che il problema fosse nostro e ce ne siamo fatti carico.
Questo equilibrio si è retto su un paradosso strutturale: gli Stati Uniti hanno mantenuto nel tempo un deficit delle partite correnti, cioè importano stabilmente più beni e servizi di quanti ne esportino. In altre condizioni, ciò indebolirebbe una valuta. Ma, nel caso americano, quel deficit ha svolto una funzione sistemica: ha “inondato” il mondo di dollari, fornendo la liquidità necessaria al commercio globale. In cambio, il resto del mondo investiva in titoli di Stato USA e nei mercati di Wall Street. L’egemonia del biglietto verde non poggia solo su basi fiduciarie o sull’efficienza di Wall Street, ma trova un pilastro determinante anche nell’imponente apparato militar-burocratico degli Stati Uniti. Come evidenziato dall’economista Kenneth Rogoff, esiste un “vantaggio netto” strutturale nel mantenere lo status di valuta di riserva: i benefici economici derivanti dal signoraggio globale e dalla capacità di finanziarsi a tassi agevolati superano di gran lunga il costo del “premio assicurativo” rappresentato dalla spesa militare. In questo sistema, la proiezione di potenza del Pentagono agisce come una garanzia ultima sulla stabilità dei mercati e delle rotte commerciali; tuttavia, se la percezione di questa invulnerabilità sbiadisce — o se il costo politico della spesa bellica inizia a erodere la stabilità interna — anche il “privilegio esorbitante” del dollaro rischia di vacillare, esponendo gli squilibri di un sistema che non può più essere sostenuto solo dalla forza.
Il 2022 è stato l’anno in cui il sortilegio di Connally si è trasformato in una maledizione per chi lo aveva lanciato. Congelando le riserve in dollari della banca centrale russa, Washington ha mostrato al mondo che il dollaro non è soltanto un porto sicuro, ma una concessione revocabile. Per molte economie emergenti e per alcuni grandi detentori di riserve, si è trattato di un segnale difficile da ignorare. Un secondo monito è arrivato di recente: il ricorso ai dazi da parte degli Stati Uniti, in particolare durante l’amministrazione Trump, ha mostrato come anche l’accesso al mercato americano — complemento naturale del sistema del dollaro — possa essere utilizzato come leva politica. Insieme, questi segnali hanno accelerato una presa di coscienza: la dipendenza dal sistema centrato sul dollaro non è priva di rischi. Da quel momento, il tema della diversificazione — per valuta, per asset e per infrastrutture di pagamento — ha assunto un rilievo nuovo, non più soltanto finanziario ma soprattutto strategico. Le riserve valutarie in dollari (detenute soprattutto in titoli del Tesoro americano), che per cinquant’anni le banche centrali di tutto il mondo hanno accumulato come “scudo” per proteggere il proprio cambio, si sono rivelate anche una potenziale vulnerabilità.
In questo scenario, il privilegio di emettere la principale valuta di riserva globale inizia a mostrare i suoi limiti. Per decenni, gli Stati Uniti hanno potuto sostenere disavanzi esterni persistenti, finanziandosi attraverso la domanda internazionale di dollari e di titoli denominati in dollari. Questo meccanismo — già evidenziato da Robert Triffin e, in chiave politica, da Valéry Giscard d’Estaing — ha consentito, in larga misura, agli Stati Uniti di trasferire all’estero parte degli squilibri interni, mantenendo al contempo un elevato livello di consumo domestico. Ma quando questa domanda inizia a ridursi, perché alcune economie cominciano progressivamente a commerciare in valute locali — yuan, rubli o rupie — il re resta nudo. Il risultato è una tensione crescente: il dollaro resta dominante, ma non più incontrastato, e diventa più esposto agli squilibri che per decenni ha contribuito ad assorbire.
Non cambiano solo le valute (sebbene il dollaro continui a essere predominante in molti settori, dal mercato obbligazionario agli swap), ma anche le infrastrutture di pagamento: accanto a SWIFT sono emersi sistemi alternativi. La Russia ha sviluppato lo SPFS, la Cina il CIPS, il Brasile il sistema PIX, mentre in Africa si stanno costruendo piattaforme interbancarie regionali per ridurre i costi intrinseci al commercio in valuta estera. In alcuni casi, una quota crescente degli scambi internazionali avviene al di fuori del dollaro, contribuendo ad attenuare l’impatto delle sanzioni imposte.
C’è dunque all’orizzonte un’altra moneta che possa sostituire il dollaro come valuta di riserva mondiale? Non a breve, o comunque non in modo pacifico. La storia ci mostra che le transizioni valutarie globali sono spesso dettate dai vincitori dei conflitti: dal fiorino olandese nel XVII-XVIII secolo che cede il passo alla sterlina britannica, fino alla sterlina stessa che lascia spazio al dollaro dopo la Seconda guerra mondiale.
La Cina sembra invece intenzionata a non accollarsi gli oneri di una valuta di riserva globale — almeno come scelta politica — ma piuttosto a erodere progressivamente la supremazia del biglietto verde, riducendone la capacità di essere utilizzato come arma geopolitica. In un sistema internazionale che si frammenta in blocchi contrapposti e mostra crepe sempre più profonde sotto il peso dell’instabilità geopolitica, l’ordine emergente dopo la rottura dell’impianto delineato da Connally segna un ritorno a una logica primordiale ma concreta: quella della geografia economica e produttiva. Le valute tornano ad ancorarsi, direttamente o indirettamente, ai fondamentali materiali del potere — oro, petrolio, gas — ridefinendo gerarchie e margini di sovranità. Non è una dinamica del tutto nuova. Come aveva intuito Karl Marx, alla base delle sovrastrutture finanziarie e monetarie si muovono sempre i rapporti materiali di produzione: quando questi mutano, anche le architetture monetarie finiscono per adeguarsi. Oggi, la riemersione delle risorse fisiche come ancoraggio implicito del valore segnala proprio questo slittamento.
È in tale contesto che si intravede il progressivo declino dell’unipolarismo monetario: non più un sistema centrato su una sola valuta egemone, ma un equilibrio instabile e multipolare, in cui la forza finanziaria riflette sempre più la capacità di controllare risorse reali.
Il mondo può fare a meno del dollaro? Non ancora. Ma, per la prima volta da mezzo secolo, ha iniziato seriamente a provarci.