Il mondo della cultura scende in campo per il NO

Ginevra AmadioBattaglia delle Idee
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ANSA

Mentre il dibattito pubblico si infiamma in vista del voto del referendum del 22 e 23 marzo 2026, una fetta del mondo dell’arte si schiera apertamente per il NO alla riforma Nordio. Attori, personaggi dello spettacolo e dei media ribattono con l’estro creativo alla polarizzazione messa in campo dalla politica, a partire dalla maggioranza di governo. Non è solo una questione di “ideologia”, come usa dire la destra, né di tecnicismi giuridici: per il mondo della cultura, il voto contrario alla riforma sulla giustizia è una scelta di resistenza civile in difesa dell'impalcatura della Costituzione.

Il confronto sulla questione esce così dal perimetro dei contesti istituzionali per intavolare una discussione sui principi etico-sociali. L'appello lanciato da figure come Elio Germano, Sonia Bergamasco, Paola Minaccioni, Fabrizio Gifuni pone l'accento sull'equilibrio dei poteri e insiste sull’essenza primaria della Carta Costituzionale, che è anzitutto strumento di tutela dei diritti fondamentali, dei valori democratici e dei doveri dei cittadini.

La motivazioni espresse dal fronte del NO ruotano attorno a ragioni quali la difesa dell’equilibrio istituzionale e l’indipendenza dei giudici; il rifiuto della “lotteria della giustizia” con l’introduzione del sorteggio per i membri del CSM; la diffidenza verso l’uso politico del referendum, già sperimentata, peraltro, all’epoca della riforma del Senato del 2016. A ciò si aggiunge il peso della memoria storica, laddove il lavoro dei padri costituenti reca con sé un portato valoriale legato alla Resistenza e alla nascita della Democrazia. Lo ha espresso bene Alessandro Gassmann in un’intervista al Corriere della Sera, in cui ha definito la Costituzione un testo scritto «da persone con un cervello superiore», sottolineando l’«evidente divario culturale, umano ed etico» rispetto alla «classe dirigente odierna». Al di là delle facili – e fragili – polemiche sui meccanismi di modifica della Carta previsti dagli stessi estensori, il discorso di Gassmann e degli altri soggetti coinvolti nella campagna per il NO si appunta sull’idea che ogni ritocco al testo debba essere funzionale a un miglioramento della sua attuazione, trattandosi dell’edificio normativo su cui poggia la convivenza civile del Paese.

In questa prospettiva, in un'epoca di frammentazione sociale come quella attuale, la parola degli artisti, degli intellettuali e più in generale dei personaggi pubblici risulta, a ben vedere, un atto di pedagogia civile. Attraverso video-appelli, sketch e interventi sui social i protagonisti della cultura si impegnano a spiegare come la magistratura sia il garante ultimo delle libertà di tutti, compresa quella di creare e dissentire. «L'arte è libertà, e la libertà esiste solo se c'è un giudice che non deve rispondere a nessuno se non alla legge. Se indeboliamo l'autonomia del magistrato, stiamo togliendo ossigeno alla democrazia che nutre la nostra cultura» ha affermato Monica Guerritore, per la quale dire “No” è una questione di postura etica. Le fa eco Elio Germano, da sempre attivo sul fronte dell’impegno politico-sociale, che ha lanciato un video-appello diventato virale in cui invita a non farsi abbagliare dagli slogan governativi: «Bisogna mantenere il pensiero critico per non cadere nelle propagande. Liberiamoci e cerchiamo di pensare con la nostra testa per difendere la nostra Costituzione meravigliosa». In un altro filmato ispirato a uno sketch di Gigi Proietti, Germano simula poi una telefonata surreale che termina con un secco “no”, sottolineando in controluce le contraddizioni di una riforma che non risolve i problemi della giustizia ma ne incrina le fondamenta.

Altrettanto memorabile è il contributo video, apparso su Instagram e YouTube a fine febbraio 2026, di Giovanni Storti che utilizza l'ironia tipica del suo trio per ragionare sul sorteggio dei membri del CSM: «Ma vi sembra sensato scegliere i propri collaboratori per una cosa importante come un film estraendoli a sorte? Immaginate se io, Aldo e Giacomo scegliessimo il cast pescando i nomi da un'urna. Bene, questa è la proposta per la nuova riforma della giustizia».

Con le ragioni del NO si sono schierati, tra gli altri, anche Neri Marcoré, Paolo Fresu, Andrea Bosca, Emilio Solfrizzi, Ficarra e Picone, Pif, dando vita a filmati semplici, immediati, in cui forma e senso si trovano in equilibrio perfetto, in una sintesi ideale per la condivisione sui social.

E mentre Meloni prova ad agganciare il vincitore di Sanremo Sal Da Vinci con il suo Sarà per sempre sì, ipotetica colonna sonora di un successo tutt’altro che annunciato, il fenomeno dei video per il NO svela come il linguaggio multimediale sia, in questo momento storico, lo strumento più efficace per arrivare al grande pubblico.

La satira e la narrazione visiva vengono infatti utilizzate per “smontare” i punti cardine della riforma rendendone più comprensibili gli aspetti critici. Ne è esempio emblematico il filmato di Storti, che utilizza l’analogia professionale per svelare la debolezza del “sorteggio” come tecnica applicata a ruoli di responsabilità. Lo sketch citazionista di Germano è, d’altro canto, un’intelligente “operazione nostalgia”, perché chiamando in causa un mostro sacro come Proietti, amatissimo dagli italiani, svela attraverso il gioco delle parti come sia possibile dissentire da ciò che il potere ci impone.
Nel mezzo, come fil-rouge comunicativo vincente, sta il canale di comunicazione scelto: i social (TikTok, Instagram, YouTube), attraverso i quali gli artisti parlano direttamente al pubblico saltando il filtro dei talk show, sempre meno seguiti e spesso percepiti come parziali.

Si tratta, nei fatti, di una contro narrazione dalla storia lunga e nobile (il ruolo degli intellettuali nel contestare il potere ha origini antiche), che trova negli attuali strumenti digitali un alleato per superare le barriere comunicative. Lungi dal nutrire l’ipertrofia del web, i video degli artisti per il NO parlano anche all’elettorato meno avvezzo ai dibattiti giuridici, portando il tema della difesa della Costituzione al centro della riflessione collettiva. Togliendo il trucco alla propaganda, il mondo della cultura svela ancora una volta che quando il potere prova a riscrivere le regole del gioco, l'arte smette di intrattenere e torna a fare quello che sa fare meglio: disturbare.