Il Mediterraneo senza bussola: la lezione dimenticata di De Michelis
Dall’«Helsinki del Mediterraneo» al mare dei respingimenti: il progetto di De Michelis indica alla sinistra una politica di dialogo, diritti e cooperazione.

ANSA
Di lui si è detto e scritto di tutto. Il più delle volte con feroce sarcasmo. Chi scrive ha avuto modo di avere a che fare con Gianni De Michelis quando era ministro degli Esteri. Sono passati oltre 36 anni da quei tempi, ma ne avessimo ancora a capo della Farnesina ministri di quella levatura. Lo penso oggi, mettendo in fila ciò che è diventato il Mediterraneo: il “mare della morte” per decine di migliaia di disperati annegati o riportati a forza da chi fa il lavoro sporco a posto nostro, in lager (Libia) o deportati nel deserto e lì lasciati morire di fame e di sete (Tunisia). Nel 1990, De Michelis, allora ministro degli Esteri lanciò la proposta di dare vita ad una “Helsinki del Mediterraneo". L'obiettivo fondamentale era replicare nell'area del bacino mediterraneo il modello di successo degli Accordi di Helsinki del 1975 (CSCE), i quali avevano favorito il dialogo e ridotto le tensioni geopolitiche tra il blocco occidentale e quello sovietico durante la Guerra Fredda. Divisioni e invidie fra i partner euromediterranei fecero decadere quell’idea. Una scelta miope, che ha prodotto ciò che abbiamo oggi sotto gli occhi: nella sponda Sud, il proliferare di Stati falliti, è il caso della Libia dove a dettar legge sono signori della guerra spacciati per capi di governo e affidabili statisti, o da autocrati-ricattatori, come il caso del presidente della Tunisia, Kaïs Saïed. Quanto alla sponda Nord, che dire: va in scena il triste spettacolo di tutti contro tutti: Meloni contro Sánchez, Macron versus il greco Kiriakos Mitsotakis...
Senza uno straccio di politica comune. L’"Helsinki del Mediterraneo" fu un tentativo di tenere insieme diritti umani e interessi nazionali, e di spostare, o quantomeno di riequilibrare, l’asse geopolitico dell’Europa dall’Est al Sud. Una visione non solo geopolitica ma culturale: il Mediterraneo come luogo di dialogo, di fruttuosa contaminazione di storie, identità vissute nei secoli. Il Mediterraneo agognato da un grande scrittore quale fu Predrag Matvejevic, che su di esso scrisse un libro di struggente bellezza e profondità: Breviario Mediterraneo (Garzanti, 2004). nel quale Matvejevic descrive il Mediterraneo non come «un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre». Un consiglio a chi si candida, a sinistra, a vincere le lezioni e a guidare l’Italia: legga quel libro, riprenda, aggiornandola, l’idea di De Michelis. Sarebbe cosa buona, giusta. E lungimirante.
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