Il Marx di Rossellini che non vedremo mai
«Lavorare per l’umanità», il progetto incompiuto di Rossellini racconta Marx attraverso la politica, l’amicizia con Engels e l’amore per Jenny.

ANSA
“Lavorare per l’umanità” - era il titolo del film - è ora un libro edito da “associazione culturale città per l’uomo”, a cura di Giuliano Ferilli che proprio nel 1976 aveva avuto modo di conoscere il progetto dallo stesso Rossellini in una conferenza a Fiano Romano. Sono circa 80 pagine ed è quanto rimane di quell’idea. Non è poco e dobbiamo ringraziare sia Renzo Rossellini, che ha concesso i diritti di stampa gratuitamente, sia Giuliano Ferilli (padre di Sabrina) per aver realizzato questa edizione che ripropone il film da fare nella forma del trattamento, ovvero un testo di piena dignità letteraria, senza la stesura tecnica della suddivisione in scene, e in colonne, della sceneggiatura tradizionale che si usa per la produzione e il set dei film.
Benché sia una forma piuttosto in declino, soprattutto per l’influenza della nuova serialità che adotta la scrittura della sceneggiatura senza fasi intermedie direttamente dal pitch orale o scritto (il pitch del film è una sua estrema sintesi che dovrebbe essere così accattivante da poter convincere un produttore in pochi minuti: da qui la locuzione di elevator pitch: ovvero un resoconto così seducente da convincere un finanziatore nel tempo di un viaggio in ascensore), va ricordato che il miglior cinema italiano del dopoguerra è nato da trattamenti che grandi scrittori di cinema come Age o Scarpelli, Solinas o Arlorio, Maccari o Scola, Suso Cecchi D’Amico o Vincenzo Cerami, Rulli e Petraglia (ma più di recente anche Gianni Amelio o Paolo Virzì, Domenico Starnone o Francesco Bruni), hanno steso, dopo aver delineato un soggetto di poche pagine, per avere una visione completa del film come se fosse un romanzo breve o brevissimo. Ma completo.
Basta leggere poche pagine di questo trattamento per capire che il lavoro di Rossellini (e di Silvia D’Amico Bendicò che all’epoca collaborò con lui) ha reso necessario un lavoro di studio, scavo e documentazione non convenzionale.
Il racconto esordisce con un giovane Marx, a 17 anni, che prende un battello a vapore sulla Mosella per un viaggio che da Treviri, dove è cresciuto, lo porti a Bonn, per dei corsi universitari - tutta la famiglia, alla luce di lumi a petrolio, lo accompagna di notte, al molo: il padre, la madre, le cinque sorelle - e finisce con Marx a Bruxelles dove vive dopo essere stato espulso da Germania e Francia. Durante l’ondata rivoluzionaria del 1848 in tutta Europa, viene scortato da gendarmi, perché le istituzioni temono che il contagio della ribellione possa arrivare anche lì dove vive colui che ha messo a punto il manifesto del Partito Comunista.
La sua vita è da sempre punteggiata dall’attività editoriale (guida la “Rheinische Zeitung”, che ha un tale successo da venire soppressa dalle autorità), dallo studio inesausto e naturalmente dall’attività politica che Rossellini descrive come, di fatto, una collaborazione a 4 mani con la moglie Jenny (figlia di un barone di inusuali idee liberaleggianti) la quale, non solo partecipa a organizzazione, confronto, iniziative di lotta ma è un’acuta partner e attenta coach del suo pensiero nella scrittura. È un personaggio sul quale, all’epoca, fu specificamente Silvia D’Amico a condurre ricerche meticolose e a curarne una rivelatrice documentazione.
Scrive Jenny a Marx, si legge nel testo: «Ti prego di non scrivere in quello stile aspro e irritato!! O scrivi in modo fattuale e preciso, tu, o con leggerezza e umorismo. Ti prego amore mio, lascia che la penna scorra sulla pagina, e anche se talvolta cade o inciampa e fa traballare una frase i tuoi pensieri restano comunque in piedi come granatieri della vecchia guardia, fermi e coraggiosi».
«Dovrai convincermi dei tuoi sentimenti. Dovrai convincerne tu stesso. Berlino non è come Bonn. È lontana – gli aveva scritto quando si era trasferito nella città di Hegel per continuare gli studi universitari - È una grande città. Viva. Avrai interessi diversi. Vedrai gente diversa. Bada bene: io non mi riterrò libera. Ma il nostro è un fidanzamento. Tu dovrai ritenerti libero. Dovrai diventare uomo».
È la stessa donna cui, come sua moglie, Marx comunicherà l’espulsione da Parigi: «Abbiamo ventiquattr’ore per lasciare la Francia». E Jenny «accarezza i capelli dell’uomo, guardandolo dritto negli occhi», si legge nel trattamento. Per poi dirgli: «Allora abbiamo un sacco di cose da fare».
Il cinema ha bisogno della superficie fisica delle cose che mostra e, soprattutto, ha bisogno del suo centro di irradiazione espressiva: un corpo. Così Rossellini descrive Marx. Ha la carnagione scura (tanto che viene chiamato anche il “Moro”), «la bocca ben disegnata, le labbra carnose, gli occhi grandi e scurissimi», il sigaro perenne in bocca, una salute incerta percossa dalla tosse continua, una grafia impossibile che solo Jenny sa decifrare e nella quale si esercita accumulando una mole di lavoro interminabile, una foto del padre nel portafoglio e una fede granitica nel futuro senza classi e senza proprietà privata e la convinzione scientifica che sia fondamentale passare all’«abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente» abbandonando il romanticismo della cospirazione.
Coprotagonista del film è, come è comprensibile, Friedrich Engels, che così viene presentato: «Giovanissimo, imbustato in una sgargiante divisa da ufficiale dal taglio impeccabile, biondo, alto, elegante, sempre sorridente» e grande amante del vino (il suo preferito: Château Margaux). Il film di Rossellini sui fondatori del comunismo è anche un film sull’amicizia.
Engels, figlio di un importante industriale del cotone, che non vedeva affatto di buon occhio le idee del figlio, verrà sempre in soccorso di Marx, le cui difficoltà economiche scandiscono l’intera vicenda raccontata: Engels, lavorando in un cotonificio del padre, aveva vissuto a Manchester, allora una delle città con più operai al mondo, e aveva esperienza diretta della condizione del proletariato e una conoscenza sul campo assai pratica. Marx dominava e macinava un sapere economico e filosofico decisamente non ordinario, grazie al quale descrisse il mondo del lavoro come il luogo dell’alienazione che «allontana l’uomo da se stesso e quindi gli fa perdere la sua vera identità: questa è l’alienazione».
Insieme, i due diventano il centro propulsore di un’attività di organizzazione e diffusione delle loro idee in birrerie, caffè, associazioni, ma anche nelle case private come le abitazioni modeste in cui Marx si adatta insieme alla propria famiglia che ben presto si popolerà di bambini, i quali non di rado rischiano di essere svegliati a tarda notte dal fumo e dalle discussioni.
Insomma, è un Marx immerso nella vita domestica e famigliare come qualcosa di indissolubile dalla ricerca filosofica, dalla determinazione militante, dall’organizzazione politica, dalla persecuzione poliziesca. Un uomo che cita a memoria Shakespeare e che tutto ciò che scrive Proudhon manda in bestia, avvinto in nubi di fumo e liti accalorate ma mai a corto di tenerezze nei confronti di Jenny: «bella, colta, intelligente, severa».
«A Roberto del cinema dalla metà degli anni ’60 in poi, non importava quasi nulla. Ciò che lo appassionava, che lo faceva sentire davvero vivo era la divulgazione» - dice oggi Caterina D’Amico, la cui sorella, Silvia, oltre ad aver collaborato a ricerche e scrittura di Lavorare per l’umanità, ne sarebbe stata anche la produttrice. «Come il Messia avrebbe però avuto sia un’edizione cinematografica sia una televisiva, ovvero sarebbe passato prima in sala e poi in tv».
«Il suo sogno era quello di usare il cinema e la televisione come strumento di educazione all’evoluzione del pensiero. Il suo idolo era Cartesio (al quale dedicò uno degli episodi più noti dei suoi programmi per la tv, n.d.r.) e pensava che fosse ugualmente importante usare l’audiovisivo per insegnare ed educare alla scienza. Anche per questo era diventato molto amico di Jonas Salk, tra gli scopritori del vaccino contro la polio. Spesso andava da lui a La Jolla, in California, per ideare insieme dei progetti per la televisione».
Insomma, anche Rossellini avrebbe potuto dire come Marx, che cita egli stesso nell’introduzione: «Il mondo precipiterebbe nell’assurdo se non si ponesse al centro della nostra preoccupazione». Purtroppo non vedremo nulla di tutto questo, così come non vedremo mai il suo film su Marx. Rossellini morì ancor prima di pensare all’attore che avrebbe avuto il compito di indossarne gli abiti anche se Silvia D’Amico si era già mossa per stringere accordi di coproduzione all’estero per un film che avrebbe visto la ricostruzione di set del XIX secolo in Francia, in Germania, in Belgio.
Non lo vedremo ma leggere questo libro fa pensare a un altro set, con Roberto Rossellini, con gli occhiali alti sulla fronte, come in molte fotografie dell’epoca, che nel suo studio sfoglia L’ideologia tedesca o I manoscritti economico-filosofici, cercando di capire “come si diventa Karl Marx”.
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