Il legame covalente, ovvero quando la chimica non basta

Franco GiordanoBattaglia delle Idee
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ANSA

Il legame covalente (Mondadori, 2026, pp. 228) è una disamina della nostra contemporaneità umana. Una disamina attenta, minuziosa della vita di tante “monadi” in cui è parcellizzata la nostra realtà sociale.

Massimiliano Smeriglio punta i riflettori della sua brillante scrittura su una di queste: il professore di chimica che prova a “programmare” la sua vita e le sue relazioni con le formule che conosce da sempre. Una sorta di omaggio al Primo Levi de Il sistema periodico. La chimica diventa così un dizionario degli stati emotivi ed una metafora dei legami sociali. Ma se non trova riscontro nella realtà diventa una modalità compulsiva che permette di essere rassicurato dalla razionalità e dalle regole sistematiche della scienza a fronte del caos e dell'imprevedibilità della sua e delle altrui esistenze. È, in fondo, la dinamica del “controllo” che impone riti, liturgie e tranquillizza fino ad eventi inattesi. Ma, quando questo evento inevitabilmente irrompe con la malattia e la morte dell’amata Marcella, il suo equilibrio va irrimediabilmente in frantumi.

Lo scrittore indaga con acuta analisi la trasformazione, la solitudine, la rabbia, la depressione, e infine la fragile ricomposizione di questo professore che perde la moglie per una leucemia che lui attribuisce alla formaldeide («è un veleno che uccide, che ha ucciso Marcella»), senza un’adeguata prevenzione da chi gestiva il laboratorio dove essa lavorava. In molti penseranno che il proposito di vendetta, persino le allucinazioni del protagonista, siano il riflesso più politico del noto impegno dello scrittore (attualmente assessore alla cultura di Roma Capitale e precedentemente assessore della Provincia di Roma, vicepresidente della Regione Lazio e parlamentare di sinistra in Italia ed in Europa). In realtà la parte politica più forte e rumorosa nel libro è l'assenza della politica stessa. Smeriglio sa che nelle trame sociali ed emotive la politica è scomparsa, si è definitivamente ritratta tanto da far dire al protagonista: «Mi sento in colpa per aver disertato una battaglia essenziale. Poi però penso che mi hanno lasciato solo».

L'autore stesso può, con maturità e senza retorica, affrontare questi temi solo dopo l'elaborazione del suo dolore autobiografico in Mio padre non mi ha insegnato nulla. Si sente pronto – e lo è – ad indagare le pieghe dolorose, le fratture, le fragilità vissute in condizione di estrema solitudine. Tutti i luoghi in cui la politica e le stesse relazioni umane si sono eclissate lasciando gli individui deprivati da qualsiasi forma di solidarietà. In balia degli eventi e delle sole potenziali risorse personali. Finita la stagione delle grandi idealità e della partecipazione di massa alla politica, disintegrate le comunità solidali, Smeriglio sa che bisogna ripartire dalla singola vicenda, dalla “nuda vita” – come spesso ama definirla – per ridare un senso ai nuovi equilibri esistenziali.

La chimica non può reggere o spiegare il dolore della sofferenza di una malattia e della perdita di un amore che colpisce più per la sua dimensione ordinaria che per l'imprevedibilità emotiva. Come a dire che può accadere a tutti, che un evento così drammatico si abbatta come un “fulmine”. Ed in fondo “il corpo umano è un conduttore ideale”. E quel fulmine distrugge tutto, nulla diventa importante. Sei solo. Solo con le tue sbornie. Solo con la tua marginalità. Solo con i tuoi propositi di vendetta. Solo. Il professore perde tutte le coordinate del sé, rimaste incagliate nella condivisione della relazione. Una relazione la cui stabilità non ha sofferto neanche delle restrizioni e dell'isolamento del Covid. Tanto da far dire alla figlia Beatrice: «Vedervi felici, soli, senza bisogno del mondo mi faceva vomitare».

La complessità dei legami affettivi emerge in tutta evidenza nel rapporto del protagonista con la figlia. Il dolore, come la paura, quasi mai rinsalda legami già difficili. Beatrice cerca altrove, lontano, a Brest, in Francia, il suo desiderio di stare nel flusso evolutivo del mondo attuale. È una figlia che cerca il suo percorso lontano da dinamiche che per lei sono diventate opprimenti, se non tossiche. La lenta e fragile ricostruzione di un uomo così fortemente provato dall’aver visitato le tante stazioni dell'inferno che la perdita di sé ha prodotto, avviene attraverso faticose e solitarie scelte. Il viaggio verso Brest per incontrare la figlia, il viaggio interiore per cercare una spiegazione, una dolorosa giustificazione al gesto estremo d'amore di porre fine alle sofferenze della sua Marcella. Neanche in questo ti aiuta la società che ti circonda. Anzi ti colpevolizza con la forza di una ideologia che nega la realtà umana, nega le difficoltà materiali, le sofferenze fisiche ed esistenziali, le relazioni con l'altro.

Il tema che Smeriglio ci urla con una scrittura pacata e matura è quello del difficile compito di ricostruire il legame sociale, di ricucire i rapporti con l'altro da noi, con le diversità, con le solitudini, con le marginalità storiche e quelle nuove e improvvise. Sente, da uomo di sinistra, che nessun proclama politico, né l'autoreferenzialità istituzionale, possono cancellare il bisogno sempre più urgente di intervenire con umanità sulla “nuda vita” di una società frantumata e dolente. Il suo protagonista, nell'attesa, trova un po’ di pace alla vista dell'oceano. «Mi lascio inghiottire da tanta bellezza. Ho a disposizione tutto il tempo. Nulla è più rilassante».