Il lavoro non è merce: la democrazia economica contro lo sfruttamento

Dai braccianti ai colletti bianchi, il lavoro resta segnato da precarietà e alienazione. La Costituzione indica la via: più diritti e partecipazione.

Cesare AlimontiApprofondimenti
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ANSA

Giorno dopo giorno si moltiplicano gli episodi che arrivano sui mezzi di comunicazione che parlano di stragi di braccianti, di lavoratori edili costretti a lavorare e vivere in condizioni disumane e nel silenzio sotto la minaccia di essere ricacciati nei luoghi di miseria dai quali sono partiti, di operai tessili picchiati dai datori di lavoro perché chiedono orari di lavoro più umani, lavoratori della logistica costretti ad aumenti continui dei ritmi di lavoro e controllati in ogni loro movimento con la minaccia di “provvedimenti disciplinari”, dei rider moderni conduttori di “risciò” che girano per le strade sotto il controllo di programmi automatizzati che ne determinano tempi e ritmi di vita. Situazioni accomunate inoltre da paghe che non consentono di sopravvivere in modo dignitoso e da rapporti di lavoro intermediati da catene incontrollate di subappalti e da controlli fisici affidati a “kapò” dei nostri tempi.

Sono solo esempi che rappresentano la punta emersa e drammatica di una questione più generale che è la questione del lavoro che per essere affrontata in modo efficace richiede di essere compresa nei suoi aspetti complessivi e non soltanto nell’esplosione drammatica di singoli episodi, di essere vista nella sua evoluzione storica perché le forme di sfruttamento del lavoro e dei lavoratori oggi assumono forme storiche determinate che vanno analizzate e comprese e che incidono sulle condizioni di tutto il lavoro subordinato, lavoro “sotto padrone” come si chiama in molte tradizioni popolari, indipendentemente dal fatto che la retribuzione assuma la forma di salario o si mimetizzi dietro i corrispettivi da partita IVA e indipendentemente dal fatto che si stia parlando di lavoro nero, precario, operaio (blue collar o colletti blu), impiegatizio/manageriale/intellettuale (white collar o colletti bianchi). È la condizione di chi vive in quell’equilibrio sempre precario fra libertà e necessità: la necessità di guadagnarsi i mezzi per vivere e la libertà di poterlo fare affermando il proprio diritto a contribuire con dignità e con il proprio agire alla costruzione della società in cui si vive.

I Nel 1844 il ventiseienne Karl Marx scriveva: «Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, ecc. come costituiscono teoricamente una parte della coscienza umana, in parte come oggetti dell’arte – si tratta della natura inorganica spirituale, dei mezzi spirituali di sussistenza, che egli non ha che da apprestare per goderne ed assimilarli -, così costituiscono anche praticamente una parte della vita umana e della umana attività. L’uomo vive fisicamente soltanto di questi prodotti naturali, si presentino essi nella forma di nutrimento o di riscaldamento o di abbigliamento o di abitazione, ecc.. L’universalità dell’uomo appare praticamente proprio in quella universalità, che fa della natura il corpo inorganico dell’uomo, sia perché essa 1) è un mezzo immediato di sussistenza, sia perché 2) è la materia, l’oggetto e lo strumento della sua attività vitale. La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura non significa altro che la natura è congiunta con sé stessa, perché l’uomo è parte della natura». (Karl Marx - Manoscritti economico-filosofici del 1844 - Einaudi, 1968)

A questa descrizione dell’attività libera dell’uomo nella natura di cui è parte, Marx contrappone la realtà del lavoro estraniato, non quindi soddisfacimento di bisogni (libertà) ma mezzo per soddisfare bisogni (necessità) e «ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale».

Lavoro estraniato che si manifesta in due aspetti: estraniazione rispetto al prodotto del lavoro e estraniazione rispetto all’atto della produzione, quindi rispetto a cosa si produce e a come lo si fa.

Insomma, scrive Marx «l’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce sé stesso e l’operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci».

Nel 1844 Marx ha di fronte a sé la realtà delle fabbriche del suo tempo; nel corso del tempo l’espansione dell’industria e del mercato, l’aumento di complessità dell’organizzazione del lavoro e di quanto necessario per governarla, l’innovazione tecnologica che modifica continuamente i prodotti e i processi per la loro realizzazione hanno portato a una composizione del mondo del lavoro in cui accanto agli operai sono cresciute la figure professionali che precedono e seguono l’atto del produrre e che governano tale atto. È il mondo descritto ad esempio dal sociologo statunitense Charles Wright Mills nel 1951 nel suo Colletti bianchi in cui elenca quelle del suo tempo, fra le quali dirigenti di grandi società, gerarchie di anonimi dirigenti medi, commessi, capisquadra, ingegneri sociali, segretarie tutto fare, assistenti di laboratorio, uomini della pubblicità, impiegati di bassa forza, operatori. Scrive Wright Mills: «nel caso dei colletti bianchi la separazione del lavoratore dal prodotto del proprio lavoro viene spinta un passo innanzi verso la sua conclusione kafkiana. L’impiegato salariato non porta nulla a compimento anche se è possibile che gli passino tra le mani molte cose che egli grandemente desidera, ma che non può avere. Il suo non è un prodotto di tipo artigianale da contemplare con piacere durante la lavorazione e quando è stato finito». (Charles Wright Mills - Colletti bianchi – La classe media americana - Einaudi, 1966)

II Il mondo del lavoro è in continua trasformazione e nel corso della storia tali trasformazioni sono state accompagnate dalle lotte dei lavoratori tese a conquistare diritti: non essere merce, non essere macchine, vivere con dignità del proprio lavoro, contribuire sulla base di competenze e capacità a determinare cosa si produce e come lo si fa, a fare in modo che ciò non sia effimero ma duri e si sviluppi nel tempo (oggi si usa spesso il termine sostenibile).

Come in tutte le lotte ci sono sati momenti di avanzamento, di stallo, di sconfitte drammatiche e sanguinose. Ma momenti di conflitto ci sono stati e sono presenti anche all’interno del mondo imprenditoriale nel quale, come in tutte le società, sono presenti visioni diverse in cui la gestione del conflitto fra capitale e lavoro può andare dalla ricerca di una sintesi che genera progresso oppure alla ricerca di una gestione ottusamente autoritaria. Valga come esempio la vicenda parallela di Olivetti e FIAT fra gli anni ’50 e ’60 del Novecento.

Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale; l’Italia si era conquistata con la lotta antifascista una Repubblica fondata su una Costituzione risultato di una sintesi fra le diverse culture che quella lotta avevano combattuto e vinto. Democrazia e lavoro ne sono il fondamento a partire dall’Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».

All’Art. 3: «… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Costituzione che non si ferma alla dichiarazione dei principi fondanti ma indica il programma di sviluppo del Paese partendo dal riconoscimento dei diversi interessi presenti al suo interno e quindi all’Art. 41: «L’iniziativa privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

All’Art. 43: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».

All’Art.46: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

E indica inoltre anche l’organismo in cui la rappresentanza dei diversi interessi del mondo del lavoro trovano la sede di confronto ed elaborazione; all’Art. 99: «Il Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa […] Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge».

In questo quadro la FIAT riprende le attività produttive richiamando alla guida nel ruolo di amministratore delegato, nel 1946, Vittorio Valletta già direttore generale dal 1928 e amministratore delegato dal 1939 della FIAT dell’Italia fascista. Valletta riprende il suo ruolo, che manterrà fino al 1966, e riprende i metodi di gestione autoritari collaudati negli anni precedenti. Sono gli anni dell’espansione industriale supportata dalle migrazioni interne e dai finanziamenti pubblici e del Piano Marshall; il tutto fondato su meccanismi di repressione, isolamento in reparti confino, licenziamenti per chi rifiutando di essere trattato come uno schiavo era ritenuto pericoloso, facinoroso, ingovernabile, ingestibile perché rivendicava i propri diritti; sistema repressivo accompagnato da pratiche illegali di schedatura con oltre 350.000 schede su vita privata, tendenze sessuali, opinioni politiche dei lavoratori potenzialmente “pericolosi”, delle loro famiglie e dei loro conoscenti.

Negli stessi anni Adriano Olivetti ad Ivrea sviluppa un’azienda partendo da una concezione del lavoro assolutamente diversa; l’Olivetti operava a livello internazionale nel settore delle macchine per scrivere e da calcolo basate su tecnologie meccaniche e il suo sviluppo nel dopoguerra partì da una organizzazione del lavoro basata sulla ricerca di una sintesi fra i diversi interessi di capitale e lavoro che partiva dalla creazione di stabilimenti concepiti, affermava Olivetti, «a misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».

I salari erano più alti della media del settore; il rapporto con il territorio era visto in termini di integrazione e miglioramento; dal 1947 viene costituito un Consiglio di gestione con compiti consultivi sulla produzione e distributivi per i finanziamenti dei servizi sociali. In quegli anni lavorano in Olivetti personaggi come Franco Fortini, Giovanni Giudici, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Franco Momigliano, Franco Ferrarotti, Luciano Gallino: sono poco più che trentenni che segneranno poi con la loro opera la cultura italiana del Novecento. Questo contesto di lavoro è l’humus che consente all’azienda di svilupparsi a livello mondiale e di essere motore di innovazione. È nell’Olivetti degli anni ’50, nella Divisione Elettronica appena costituita, che verrà realizzato il primo computer al mondo interamente a stato solido, solo transistor e niente valvole, memorie a nucleo di ferrite. Adriano Olivetti muore improvvisamente nel 1960, poche settimane dopo Tambroni forma un governo con i voti dei fascisti del Movimento Sociale Italiano e che viene ricordato per la responsabilità nella strage di manifestanti antifascisti del luglio di quell’anno. La crescita dell’Olivetti, per sostenere l’innovazione, deve essere sostenuta da capitali e nel 1964 entra in azienda un gruppo di intervento (FIAT, Pirelli, IMI fra gli altri) che venderà immediatamente la Divisione Elettronica agli americani della General Electric; Valletta, che in FIAT stava attuando le sue metodologie di gestione autoritarie e repressive con schedature illegali e reparti confino, parlando agli azionisti FIAT il 30 aprile 1964 aveva spiegato cosa voleva fare in Olivetti affermando tra l’altro che l’Olivetti è un’azienda strutturalmente solida, ma nel suo futuro c’è una minaccia, un neo da estirpare: l’elettronica. La lungimiranza, la competenza e la cultura industriale così dimostrate verranno premiate dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che nominerà Valletta senatore a vita.

III I due approcci alla cultura e ai metodi imprenditoriali e di concezione del lavoro di cui si è parlato continueranno a esistere e a combattersi nelle varie aree del paese e nel corso del tempo. Si può fare riferimento ad esempio a quanto accaduto a cavallo dell’inizio di questo secolo: verso la fine degli anni ’90 si stava affermando soprattutto a livello europeo un modello gestionale delle imprese che puntava all’eccellenza nel business valorizzando la partecipazione attiva e la diffusione della comprensione su cosa si stava producendo e come lo si stava facendo guardando le performances aziendali secondo un approccio che esplicitava fattori di successo e risultati in una visione che vedeva legati sostenibilità nel tempo delle prestazioni, prestazioni che non venivano viste solo in termini di risultati economico/finanziari di breve periodo ma tenevano insieme i risultati di breve, medio e lungo periodo con i rapporti con i lavoratori, la società, tutti gli stakeholders. Fu una stagione di breve durata; con l’inizio degli anni 2000 prese piede una cultura imprenditoriale proveniente dagli USA e diffusa in Occidente da un ristretto numero di cosiddette agenzie di consulenza strategica che hanno trovato benevola accoglienza nel supportare scelte che portavano a un modello gestionale tutto puntato sul risultato finanziario di breve periodo, ignorando il legame fra innovazione e sostenibilità, e ad adottare metodi di leadership ottusamente gerarchici e autoritari.

È questo modello che si è affermato soprattutto in Italia; si è addirittura espanso fino ad investire organismi pubblici e a trovare una subalterna acquiescenza in formazioni politiche che si sono inoltre ritrovate ad esaltare una sorta di Valletta del nuovo secolo vantandone una cosiddetta modernità che ha portato invece al deperimento di interi settori industriali, alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, allo spostamento sul profitto finanziario non reinvestito dei risultati aziendali a spese delle retribuzioni. E così ci si ritrova di fronte ai rappresentanti di una parte dell’imprenditoria che di fronte al proprio fallimento strategico nella competizione globale non è capace di fare un minimo di autocritica e di revisione delle proprie politiche di gestione industriale ma riesce solo a cercare di estorcere risorse pubbliche minacciando chiusure di stabilimenti e licenziamenti. Non può sorprendere in questo quadro che centinaia di migliaia di giovani italiani scelgano di lasciare il Paese nel momento in cui devono scegliere il proprio futuro e trovano in Italia un sistema industriale povero di reale capacità di innovazione, subalterno a scelte strategiche esogene, guidato da leadership ottusamente autoritarie inette a gestire complessità e cambiamenti legati all’innovazione, retribuzioni e condizioni di lavoro lontane da quelle che si possono trovare in Paesi vicini.

È ovvio che non è così in tutta Italia, esistono realtà dinamiche, innovative, che sanno guardare al futuro; e allora è necessario che questi differenti approcci vengano allo scoperto, facendo in modo da evitare che nuovi “geni” dell’industria riescano ad estirpare quei “nei” che invece costituiscono i semi su cui costruire il futuro al solo scopo di proteggere i profitti dell’oggi per poi far pagare ai lavoratori e allo Stato i disastri e i fallimenti del domani.

IV Una delle possibili chiavi di svolta si può ritrovare negli articoli della Costituzione che parlano di lavoro citati in precedenza e riassumibili nel concetto di democrazia economica. Democrazia economica che significa esercitare il diritto a partecipare alla gestione delle aziende per migliorare il livello di vita dei lavoratori con l’umanizzazione del lavoro, l’elevazione economica e sociale anche con una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un esistenza libera e dignitosa” come indicato dall’Art. 36 della Costituzione. E’ questa la strada che attraverso la valorizzazione esplicita delle capacità e competenza dei lavoratori porta alla razionalizzazione delle attività delle aziende garantendone l’efficienza nella organizzazione del lavoro e la competitività. È l’alternativa necessaria a un blocco di potere costituito da una parte del mondo imprenditoriale e finanziario spalleggiato da forze politiche subalterne eredi della cultura corporativa del periodo fascista che vede la partecipazione dei lavoratori solo come elemento di narcotizzazione del conflitto in cambio di concessioni elargite come grazia dei potenti.

È la via alternativa ad una situazione in cui i picchi di orrore costituiti ad esempio da una giovane madre che muore in fabbrica schiacciata da macchinari manomessi, o da un bracciante che muore dissanguato con un braccio strappato dal corpo e buttato per strada come un attrezzo rotto, sono solo la parte emersa di forme di sfruttamento che non sono sistematicamente denunciate dalle imprese che si trovano ad essere penalizzate da queste forme di concorrenza. Così come l’utilizzo di mano d’opera di immigrati che si fa finta di combattere parlando di scafisti e “kapò” che li trasportano (sono i negrieri di oggi) e non combattendo chi li utilizza sotto gli occhi di tutti (sono gli schiavisti di oggi).

Ma alle forme di sfruttamento fisico e sanguinario si accompagna anche quello che riguarda il mondo impiegatizio dei “colletti bianchi”. Le condizioni oggettive di lavoro tendono a far sì che, come scrive il già citato Wright Mills, «all’interno [questo] gruppo sia diviso, atomizzato; all’esterno i suoi membri sono costretti a dipendere da forze più grandi di loro. Anche se acquistassero la volontà di agire, le loro azioni, prive come sono di indirizzo organico, sarebbero più un groviglio di singoli casi staccati che un vero e proprio movimento».

E la situazione di oggi è esasperata dall’utilizzo meschino di quello che potrebbe essere un potente strumento di innovazione dei processi produttivi; quello “smart working” che è stato trasformato, quasi fosse una concessione, in lavoro a domicilio che riporta i lavoratori all’isolamento, con il rischio di essere ridotti a “polli da batteria”, alle condizioni del lavoro a domicilio degli anni ’50 descritte da Lucio Mastronardi ne Il maestro di Vigevano in cui l’illusione di diventare “padroni” porta alla dissoluzione sociale e familiare. Scrive ancora Wright Mills «Hanno subito le amare conseguenze della crisi, della guerra e perfino della prosperità. Hanno conosciuto l’anonimo fenomeno della disoccupazione durante i periodi di crisi e la morte anonima prodotta dalla violenza tecnologica in guerra. E quando tutto andava bene, il denaro che credevano di guadagnare veniva loro sottratto perché i prezzi aumentavano sempre più rapidamente dei salari».

V È necessario quindi recuperare una visione organica del mondo del lavoro così come si è determinato nella società di oggi e affrontare il tema dei diritti non più in termini di difesa ma di conquista; alle generazioni che iniziano in questi anni a confrontarsi con il mondo del lavoro rimane poco di ciò che è rimasto delle conquiste ottenute dai lavoratori con le lotte degli anni ’70; è necessario riprendere i principi della Costituzione e su quella traccia rideclinare i diritti nel concreto quotidiano della realtà del lavoro di oggi e prendere coscienza che per guadagnarseli bisogna lottare e impegnarsi in prima persona.

È utile inoltre delineare un quadro istituzionale con il compito di indicare le linee di sviluppo del sistema produttivo per non lasciarlo in mano a chi, in nome del profitto finanziario a breve termine, lo ha ridotto alla marginalizzazione nel contesto internazionale; se in interi segmenti del sistema produttivo vediamo imprese, ad esempio indiane e cinesi, che vengono a delocalizzare in Italia le loro attività dobbiamo prendere atto del punto dove siamo arrivati, anche se in modo autoconsolatorio queste iniziative vengono definite investimenti dall’estero. Il quadro istituzionale operativo in cui le azioni di sviluppo positive posso essere individuate non richiede la creazione di nuovi organismi, vanno ridisegnati i compiti e fatti funzionare quelli esistenti a partire da quello indicato nella Costituzione, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, che è stato sterilizzato e poi attaccato con proposte di abolizione definendolo un carrozzone (si è fatto lo stesso con la scuola pubblica, la sanità pubblica e da ultimo con la giustizia) e mettendo infine alla sua direzione chi ha costantemente combattuto contro i principi alla base della sua formazione. A livello territoriale esistono inoltre organismi che si occupano di lavoro, oggi frantumati e con attribuzioni vaganti fra vari enti locali. Potrebbero avere le competenze e le capacità per non essere soltanto ammortizzatori sociali per chi è in cerca di lavoro, ma essere fonte di indirizzo sul territorio per iniziative concrete di innovazione e sviluppo del sistema paese definite con la collaborazione fra lavoratori, imprese e gli altri stakeholders.

Sono questi solo alcuni cenni su come affrontare oggi la questione del lavoro creando un contesto reale di democrazia economica, con la partecipazione di tutte le forze sane del Paese, che consenta di innovare il sistema per garantire efficacia, efficienza, sostenibilità nel tempo e qualità per tutti gli attori che operano nel sistema; per non essere servi e contribuire con dignità alla costruzione del mondo in cui si vive.

È utile ricordare infine alcuni passaggi di un intervento di Pietro Ingrao a un convegno sulla democrazia economica dell’aprile 1976: «Non solo il processo produttivo ci appare sempre più intriso di politica, in tutti i suoi aspetti; ma ci risultano sempre più complesse le correlazioni all’interno del sistema delle imprese, e fra le imprese e lo Stato (in senso stretto) e quelli che sono stati chiamati gli apparati di egemonia. Vecchie definizioni dell’impresa e del mercato non reggono più; e le difficoltà interpretative derivano dalle novità reali che si sono determinate. L’esigenza sempre più pressante di un ripensamento delle categorie e mediazioni giuridiche e dei modelli istituzionali discende da questa dinamica dei processi produttivi e dei loro collegamenti con la politica. In questo senso – che non è né apocalittico, né catastrofico, né concessione al qualunquismo – parliamo giustamente di una crisi delle istituzioni, volendo affermare nuovi bisogni di conoscenza e di costruzione». (Pietro Ingrao - Masse e potere - Editori Riuniti, 1977)

Conoscenza, costruzione, innovazione perché, come scriveva Olof Palme: «I realisti ad oltranza, che oggi sembrano prevalere, sono proprio quelli che non risolvono nessun problema: Le idee sono indispensabili per affrontare il mondo concreto, specie in tempi difficili. Che cosa è la politica se non questa grande tensione tra le idee sul domani e la realtà di oggi?»

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