Il governo proroga il carbone, ma il clima del pianeta non può aspettare
Dal rinvio dell’uscita dal carbone al blocco delle rinnovabili, passando per trivellazioni e propaganda sul nucleare: le scelte energetiche del governo contraddicono gli impegni europei e aggravano i costi economici e sociali della crisi climatica.

ANSA
L'ultimo provvedimento del governo Meloni in materia energetica – il decreto-legge 21/2026, convertito in legge l'8 aprile 2026 con voto di fiducia – rinvia al 2038 l'uscita del carbone dal mix energetico italiano, spostando di tredici anni la scadenza del 2025 indicata dalla Strategia energetica nazionale del 2017. È una scelta che riassume con nettezza l’impostazione anti-ambientale di questo governo: sbagliata, inutile e politicamente grave, perché contraddice gli impegni europei di riduzione delle emissioni che l’Italia ha sottoscritto anche sotto l’attuale esecutivo.
Il significato di questa decisione va ben oltre il suo contenuto tecnico. Rivela una linea politica precisa: ridimensionare la crisi climatica proprio mentre i suoi effetti si fanno già pesanti anche nel nostro Paese. Secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, le perdite economiche causate in Italia dagli eventi meteorologici e climatici estremi mostrano una chiara tendenza all'aumento. Una stima presentata da Unipol nel 2026 colloca intorno ai 7 miliardi di euro l'anno il costo medio atteso delle catastrofi naturali in Italia, oggi legate in misura crescente agli eventi meteorologici estremi. Un indicatore eloquente, fornito da un'autorevole rivista medica: quasi tutte le regioni europee hanno registrato un aumento dei decessi attribuibili al caldo estremo nell'ultimo decennio rispetto al 1991-2000 (vedi figura), con un incremento medio di 52 morti l'anno per milione di abitanti (in Italia migliaia di morti in più, ndr), con impatto particolarmente grave nell'Europa meridionale e un incremento del 254% del numero delle persone esposte a ondate di calore. Nel 2024 i decessi per calore in Europa sono stati stimati in 62.775 (Lancet Countdown Europe Report, 21 aprile 2026).
Su scala globale il quadro non cambia: i costi annui dei disastri naturali hanno superato stabilmente i 200 miliardi di dollari, con una quota largamente prevalente dovuta a eventi meteorologici estremi. Nella crisi climatica il tempo è il fattore decisivo. Ogni rinvio restringe lo spazio delle soluzioni possibili e rende gli interventi futuri più costosi e meno efficaci. È la scommessa delle destre: spostare in avanti il costo delle decisioni mancate, scaricandolo sulle generazioni future.
La gravità della situazione climatica
Per comprendere quanto siano poco responsabili le decisioni del governo Meloni, bisogna partire da un dato di fondo: la crisi climatica non è un’allarmistica previsione, ma una realtà scientificamente accertata. Da due secoli sappiamo che i gas serra riscaldano il pianeta: nel 1824 Fourier intuì che l’atmosfera trattiene una parte del calore terrestre; nel 1861 Tyndall ne misurò l’assorbimento infrarosso; nel 1896 Arrhenius (Nobel per la Chimica 1903) quantificò l’effetto riscaldante della CO₂. Che il riscaldamento globale attuale dipenda in misura decisiva dalle emissioni antropiche non è più seriamente in discussione.
Disponiamo di ricostruzioni paleoclimatiche della CO₂ atmosferica che coprono fino a 800 mila anni, e di misure dirette continue dall’osservatorio Mauna Loa alle Hawaii dal marzo 1958. Il quadro è netto. Per millenni, dalla fine dell’ultima glaciazione fino all’inizio dell’era industriale, la concentrazione atmosferica di CO₂ rimase sostanzialmente stabile intorno a 270–280 ppm (parti per milioni: una molecola di CO₂ ogni milione di molecole d’aria). Con la rivoluzione industriale ha cominciato a crescere, accelerando soprattutto dalla seconda metà del Novecento. A Mauna Loa la media annua ha oltrepassato 400 ppm nel 2015; nel 2025 ha raggiunto 427,35 ppm (NOAA, Mauna Loa Observatory, 2025). In dieci anni la concentrazione media annua di CO₂ è dunque aumentata di 26,34 ppm.
Nel 2015 l’Accordo di Parigi impegnò i Paesi firmatari a contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei +2°C rispetto all’era preindustriale, puntando a limitarlo a +1,5°C. La ragione è semplice: intorno a 1,5°C gli impatti restano almeno in parte governabili; oltre, i rischi e i costi crescono rapidamente. Gli impegni si sono però rivelati insufficienti: anche se integralmente rispettati, secondo il Climate Action Tracker condurrebbero a un riscaldamento intorno a +2,6°C a fine secolo (Climate Action Tracker, 2024). Se il mondo proseguisse invece lungo traiettorie di emissione elevate, gli scenari IPCC indicano un riscaldamento ben oltre i +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.
I dati sono eloquenti. Nel decennio 2006–2015 il riscaldamento antropico medio era stimato in +0,87°C ±0,12°C rispetto al periodo preindustriale (IPCC AR6); oggi la media triennale 2023–2025 ha raggiunto +1,48°C ±0,13°C (WMO, 2025). Intanto le emissioni globali continuano a salire: secondo EDGAR/JRC, sono passate da 48,45 (2015) a 53,2 (2024) miliardi di tonnellate equivalenti di CO2. Se questa traiettoria non verrà corretta, la concentrazione atmosferica di CO₂ potrebbe superare 450 ppm già negli anni Trenta. Resta allora decisivo l’obiettivo della neutralità climatica al 2050: l’equilibrio tra le emissioni antropiche residue e la loro rimozione da parte degli ecosistemi, così da evitare un ulteriore accumulo netto di gas serra in atmosfera.
Dall’Accordo di Parigi in poi, però, la situazione è peggiorata. L’avanzata delle destre, a cominciare dalla prima elezione di Trump nel 2016, ha contribuito a erodere quegli impegni, alimentando campagne di disinformazione sul cambiamento climatico, rilanciate anche in Italia da testate e opinionisti dell’area di destra.
La situazione italiana
L’Italia si muove all’interno di un quadro di obblighi europei giuridicamente vincolanti. Dal Green Deal del 2019 al pacchetto Fit for 55, l’Unione ha fissato una rotta precisa verso la neutralità climatica: -55% di emissioni nette entro il 2030 rispetto al 1990, almeno il 42,5% di rinnovabili nei consumi finali, -90% al 2040 dopo la revisione della Legge europea sul Clima nell’aprile 2026. Nonostante le pressioni delle destre e di alcuni comparti produttivi abbiano indebolito singole misure, l’impianto resta in vigore. È dentro questo perimetro che vanno giudicate le scelte del governo Meloni: non una variante legittima tra opzioni equivalenti, ma un’inversione di marcia deliberata rispetto a impegni sottoscritti, obblighi europei e urgenze scientificamente documentate.
Iniziamo dai trasporti, il settore più emissivo d’Europa: circa il 29% del totale nel 2022 e l’unico ancora sopra i livelli del 1990. È per questo che l’UE ha fissato al 2035 lo stop alle nuove immatricolazioni con emissioni di CO₂ allo scarico, salvo la deroga tedesca per gli e-fuel, soluzione marginale per costi, efficienza e disponibilità. In pratica: lo stop ai motori termici. In Italia quella scadenza viene descritta come ideologica e irrealistica. Eppure i numeri raccontano altro: nel 2025 le auto elettriche pure hanno raggiunto il 17,4% del mercato europeo, con 1.880.370 nuove immatricolazioni, il 29,9% in più del 2024 (ACEA). Anche ipotizzando per i prossimi anni una crescita annua più cauta, del 20%, il volume delle nuove immatricolazioni elettriche arriverebbe a coprire l’intera domanda proprio intorno al 2035. Non è una previsione scientifica, ma un dato politico: mentre una parte della destra combatte quella scadenza, potrebbe essere lo stesso mercato a renderla inevitabile.
Il documento che dovrebbe guidare la transizione italiana è il Piano nazionale integrato energia e clima, trasmesso dal governo Meloni a Bruxelles nel luglio 2024. Sul fronte delle rinnovabili il PNIEC fissa per il 2030 un obiettivo del 39,4% sul consumo finale lordo di energia, a partire dal 19,9% registrato nel 2023. Nel solo settore elettrico la quota rinnovabile dovrebbe salire al 63,4%, pari a circa 237 TWh. Qui il divario tra annunci e realtà diventa un problema politico prima ancora che tecnico. Secondo Terna, nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41,1% della domanda elettrica nazionale. Per arrivare al traguardo del 2030 l’Italia dovrebbe installare ogni anno circa 10–11 GW di nuova capacità: molto più dei 7,19 GW entrati in esercizio nel 2025. Anche sul fronte delle emissioni il passo resta insufficiente. ISPRA segnala per il 2024 un calo del 3,6% rispetto al 2023, ma ENEA osserva che nel 2025 la transizione italiana è rimasta sostanzialmente ferma, mentre servirebbe una riduzione annua dell’ordine del 6–7%. Una diminuzione finora avvenuta solo in anni eccezionali, come il 2020. È il dato che misura meglio la responsabilità del governo per questo ritardo.
È qui che il ritardo diventa responsabilità politica. Il fallimento più grave e meno visibile è la paralisi autorizzativa. Dopo il boom di nuove istanze per impianti rinnovabili sottoposti a VIA – 609 nel 2023 e 603 nel 2024 – nel 2025 le domande sono crollate a 149: il 75% in meno in un solo anno. Altro che semplificazione: il governo ha prodotto un quadro normativo ancora più farraginoso, trasformando la transizione ecologica in un percorso a ostacoli, mentre il Ministero dell’ambiente accumula ritardi. E così perfino progetti già autorizzati restano fermi, come l’hub offshore al largo di Ravenna, oltre 750 MW tra eolico, solare galleggiante, accumulo e idrogeno. Il punto politico è semplice: mentre la crisi climatica corre, lo Stato rallenta proprio le tecnologie che dovrebbero ridurre emissioni e dipendenza dal gas.
C’è poi il capitolo nucleare, agitato più come argomento di propaganda che come politica industriale credibile. Sostenere la ricerca sui reattori di IV generazione – che promette meno scorie – o sulla fusione è sensato. Ma il disegno di legge delega approvato nel febbraio 2025 comprende anche i piccoli reattori modulari SMR, di tecnologia consolidata (producono scorie), presentandoli come risposta all’emergenza energetica. Per l’Italia, però, resta soprattutto uno slogan. Anche ipotizzando SMR da 300 MW, per dare al nucleare un peso significativo nel mix elettrico bisognerebbe costruirne una trentina, in un Paese che da vent’anni non riesce neppure a decidere dove collocare il Deposito nazionale delle scorie. Un conto è evocare un primo kWh nucleare intorno al 2040-45, altro è costruire in tempi utili una flotta di reattori dai costi molto elevati. In un mercato libero, quale investitore immobilizzerebbe capitali per vent’anni in una tecnologia più cara delle rinnovabili, che sono già disponibili? Più che una politica industriale, sembra una narrazione utile a rinviare le scelte vere.
Lo stesso schema si ritrova nel ritorno alle trivellazioni nei mari italiani per petrolio e gas, approvate dal governo con singolare solerzia. È una scelta di dubbia efficacia, ma il segnale politico è chiaro: priorità alle fonti fossili, non alle alternative pulite. Il tutto in aperta smentita di Giorgia Meloni, che il 5 aprile 2016 invitava sul proprio sito a «dire basta alle trivellazioni, basta all’inquinamento del nostro mare».
In questo quadro si inserisce il DL 21/2026 “Salva bollette”: il rinvio al 2038 dell’uscita dal carbone, superando il precedente calendario che ne prevedeva la chiusura tra il 2025 e il 2028. È una scelta ideologica anche sul piano energetico: nel 2025 il carbone ha coperto appena il 2% del fabbisogno elettrico nazionale. Non serve a mettere in sicurezza il sistema: serve soprattutto a dare un segnale politico. Lo stesso decreto propone inoltre la sospensione temporanea del sistema ETS dei crediti di emissione nel comparto energetico, cioè un attacco diretto al principale strumento europeo di disincentivo alle emissioni fossili, che ha già ridotto del 50% rispetto al 2005 le emissioni dei settori coperti.
Dall’inizio del mandato il governo ha destinato circa 35 miliardi di euro a misure emergenziali contro il caro energia (Pagella Politica, 2026), senza affrontarne le cause strutturali. Il risultato è che l’Italia resta il Paese con l’elettricità più cara tra le grandi economie europee: 116 euro per MWh nel 2025, contro 65 in Spagna. La differenza nasce da scelte precise. La Spagna ha investito molto più dell’Italia nelle rinnovabili e oggi dipende assai meno dal gas nella formazione del prezzo elettrico: nel 2026 il gas ha fissato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore in Spagna, contro l’89% in Italia. È la prova più evidente del fallimento italiano: non solo il governo ritarda la transizione, ma difende un assetto energetico che rende famiglie e imprese più esposte ai prezzi del gas.
Eppure il tema climatico dovrebbe stare al centro dell’agenda di qualsiasi governo responsabile. Il disinteresse della destra italiana, però, viene da lontano: il 14 aprile 2010, con Berlusconi a Palazzo Chigi, il Senato approvò la mozione D’Alì, che metteva in discussione l’affidabilità dei rapporti scientifici sul clima, bollava come “catastrofiste” le politiche climatiche europee e impegnava il governo a contrastarne l’impostazione. Il negazionismo climatico della destra italiana, dunque, non è un’importazione recente: ha radici parlamentari ben documentate. Oggi è cambiato il linguaggio, non la direzione. E quella direzione si traduce in decreti, proroghe, trivellazioni e rinvii. Ma proprio perché oggi i dati sulla crisi climatica sono più gravi, più precisi e più difficili da negare, il ritardo del governo Meloni pesa ancora di più. Non è soltanto miopia, è una responsabilità piena. Il clima, però, non aspetta: ogni anno perduto restringe lo spazio delle soluzioni possibili, aumenta i costi del futuro e rende ancora più evidente l’inerzia della politica.
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