Il futuro non aspetta le primarie
Il rapporto ASviS 2026 fotografa l’arretramento della sostenibilità e propone un’agenda per la prossima legislatura. La sinistra ha molto da cui partire.

ANSA
Il 28 ottobre l’ASviS, che festeggia quest’anno il proprio decennale, ha presentato alla Camera il suo rapporto 2026, dal significativo titolo Agenda per la prossima Legislatura. E non solo. Il rapporto, giunto alla sua undicesima edizione, valuta come d’uso l’avanzamento del nostro Paese, dei suoi territori e dell’Unione europea verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, sottoscritta dai governi di 193 Paesi il 25 settembre del 2015, e gli ambiti in cui bisogna intervenire per assicurare la sostenibilità economica, sociale, ambientale e istituzionale del nostro modello di sviluppo.
Visto il titolo del rapporto, per chi si sta misurando con primarie e linee programmatiche sarebbe bene dare più di un’occhiata. Perché l’ASviS, forte di mille esperte ed esperti e delle sue oltre trecento organizzazioni aderenti — tanto da farne agli occhi dell’ONU la realtà nazionale di gran lunga più strutturata nel mondo —, offre un’analisi basata sulla scienza dei dati, quantitativi e qualitativi, dei processi e delle molto preoccupanti carenze attuali, ma indica al tempo stesso le piste per agganciare, in Italia e nell’UE, l’unico futuro non distopico fra i tanti che abbiamo di fronte.
E lo fa con occhio attento alle e ai giovani, e alla modifica costituzionale del febbraio 2022 che introduce nei principi fondamentali il riferimento esplicito alle future generazioni. Non a caso nell’autunno 2027 ci sarà la plenaria inaugurale dell’Assemblea Nazionale sul Futuro, il primo esperimento italiano di democrazia deliberativa su scala nazionale dedicato alle politiche di lungo periodo, promosso dall’ASviS in collaborazione con Officine Italia, che coinvolgerà in particolare e ovviamente gli under 35.
La panoramica generale sulla sostenibilità è davvero desolante. Ormai è chiaro che, nonostante i tanti richiami di António Guterres, del mondo accademico e scientifico, di esponenti della società civile… non solo gran parte degli Obiettivi dell’Agenda 2030 non sarà raggiunta, ma le scelte politiche ed economiche recenti stanno producendo un rallentamento, e in vari casi un arretramento, nel cammino verso lo sviluppo sostenibile. Laddove nell’autunno 2023 proprio in sede ONU i Paesi firmatari si erano impegnati per una decisa accelerazione.
L’ONU stessa segnala che un terzo dei target è ormai irraggiungibile, per effetto di guerre, tensioni geopolitiche, crisi climatica, investimenti insufficienti in istruzione e salute, inflazione e tagli senza precedenti agli aiuti allo sviluppo. Addirittura il 15% dei target è in regressione. Eppure le crisi non fanno che peggiorare e il costo dell’inazione diventa sempre più insostenibile. In un contesto come quello attuale le istituzioni multilaterali dovrebbero decisamente essere rafforzate — come ha detto magistralmente Sánchez poche settimane fa all’Assemblea generale a NY — e invece sono sempre più indebolite, in barba alla sempre maggiore interdipendenza che ci rende tutti più vulnerabili.
L’ASviS ricorda che il Global Peace Index stima nel 2025 un impatto economico della violenza nel mondo pari a 21.800 miliardi di dollari — circa cinque volte il fabbisogno annuale per gli SDGs nei Paesi in via di sviluppo —; la spesa militare mondiale sfiora i 2.900 miliardi, il 2,5% del PIL globale, mentre quella per il consolidamento della pace è appena lo 0,5% di quella militare. Sul clima, la temperatura media globale nel 2025 è stata superiore di 1,43 °C rispetto al livello preindustriale e sette dei nove “limiti planetari” risultano superati.
Secondo il rapporto ASviS, che oltre ai dati Istat si avvale di quelli di Eurostat e di un set di target quantitativi credibili e dettagliati, anche l’Unione europea è sempre più inadempiente rispetto agli SDGs, con una contraddizione evidente che attraversa le istituzioni comuni: da una parte Commissione, Parlamento europeo e Consiglio hanno confermato all’inizio dell’attuale mandato l’adesione all’Agenda 2030, dall’altra la nuova composizione del PE, la crescita delle spinte nazionaliste e di destra estrema e la simpatia del PPE verso queste ultime hanno determinato battute d’arresto estremamente gravi al Green Deal, alla transizione energetica, alle politiche sociali.
Pur mantenendo l’UE un patrimonio normativo e politico di rilievo, la Commissione europea, sempre più attenta alle sirene delle multinazionali, ha inaugurato una serie di deregolamentazioni in materie davvero delicate. Si aggiunge a questo quadro desolante la priorità verso la spesa militare — peraltro anche poco coordinata, e quindi nazionale —, e tutto l’insieme offre una fotografia applicata agli Obiettivi senza appello: la quota di target raggiungibili è scesa al 47% e ben sette Obiettivi su 17 sono in peggioramento rispetto all’anno precedente. In particolare, le diseguaglianze non fanno che aumentare.
Sul clima l’UE conferma la riduzione del 90% delle emissioni nette al 2040, ma semplificazioni e ritardi rischiano di indebolire la decarbonizzazione: nel 2025 le rinnovabili sono al 26,2% dei consumi finali UE — 20,5% in Italia — contro l’obiettivo del 42,5% al 2030. In ultimo, l’attuale stallo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale conferma un’Unione europea divisa e poco preparata ad affrontare il futuro. In particolare, gli incrementi previsti dalla Commissione sull’Europa Globale saranno quasi certamente sacrificati, in barba ai recenti risultati elettorali in Serbia e Brasile, che pur molto diversi chiamano a gran voce un’opportunità di cooperazione e alleanza.
È un vero peccato perché i risultati raggiunti dalla Spagna — Paese che ha preso molto sul serio l’Agenda, al punto che nel 2018 Pedro Sánchez ne aveva assunto il coordinamento e la cabina di regia, indicando per ogni proposta del governo a che Obiettivi si ispirasse di volta in volta — sono ormai noti e svettano sugli altri Paesi UE. In questo senso, le tornate elettorali di fine 2026 e del 2027 in Europa assumono una rilevanza eccezionale.
Fra le proposte formulate in sede ONU in occasione del Patto per il Futuro siglato nel 2024 c’è il gruppo di esperti “Oltre il PIL”. Già in sede europea è stato dimostrato grazie al Centro comune di ricerca (JRC) che indicatori compositi cambiano drasticamente il confronto fra Unione europea e Stati Uniti: quando si allarga la visuale e si guarda al benessere corrente complessivo l’UE ha registrato un aumento di +9,5 punti percentuali, mentre gli USA solo +1,2 punti.
La differenza sta negli articoli 2 e 3 del TUE, spesso dimenticati, che indicano valori e obiettivi dell’Unione sancendo chiaramente che la competitività non è un fine a sé, bensì un mezzo per costruire un wellbeing collettivo, cioè la sostenibilità così come definita nell’Agenda 2030. Non ci possiamo permettere di tornare indietro.
Il quadro italiano è estremamente grave. Ma non è una sorpresa, come si evince dai rapporti ASviS precedenti, compreso quello di primavera. Il direttore scientifico Enrico Giovannini sintetizza così: «Per ben sei Goal su 17 gli indici compositi diminuiscono tra il 2024 e il 2025, mentre l’indice sintetico complessivo mostra un netto rallentamento nell’ultimo biennio rispetto alla positiva progressione osservata nel periodo 2021-2023. Dei 38 obiettivi quantitativi analizzati, solo il 29% sono raggiungibili o avvicinabili, mentre il 58% (soprattutto quelli della sfera sociale) non saranno raggiunti: si tratta di percentuali identiche a quelle evidenziate un anno fa, nonostante gli effetti positivi del PNRR su alcuni dei fenomeni considerati».
Nell’attesa di avere valutazioni definitive, purtroppo il PNRR non sembra aver assolto alla funzione che l’UE si era posta con il debito comune NGEU: un rilancio duraturo, basato sul valore aggiunto europeo e forte di riforme improntate alla resilienza collettiva sul fronte delle trasformazioni legate al cambio climatico, alla salute pubblica, alle politiche sociali, alla svolta digitale e all’energia.
In particolare, e in linea con dati purtroppo già noti, la povertà assoluta nel 2025 riguarda oltre 5,4 milioni di persone; quasi metà delle famiglie povere vive in affitto e la povertà energetica tocca il 9,1%, tanto per ribadire quanto sia importante un cambio di passo duraturo in materia di approvvigionamento sostenibile e autonomia. Il 23% dei bambini vive in famiglie con redditi sotto il 60% della mediana.
Se si registra un minimo miglioramento sull’abbandono scolastico, restano forti criticità in lettura e matematica, come evidenziato dai test PISA. Il numero di laureati in Italia resta molto al di sotto della media UE e i laureati 25-34enni sono il 31,1%, distanti quindi dalla media europea di oltre il 44%. L’occupazione femminile è al 58% contro il 71,3% UE. La parità di genere resta un campo con molti strumenti ma attuazione debole; la spesa sanitaria pubblica è al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 2024 e molto al di sotto della media UE e OCSE, nonostante la situazione demografica italiana.
Cresce l’economia circolare e migliora l’ambiente marino, ma peggiora la biodiversità terrestre. Su tutti questi dati aleggiano poi forti divari territoriali che aumentano per povertà, servizi sociosanitari e vita sulla terra, spingendo molti, soprattutto giovani, a emigrare. Il diritto a restare, formulato nel rapporto Letta a livello europeo, è per molti una chimera.
Viste le scadenze, oltre all’analisi dello stato dell’Agenda 2030 il rapporto ASviS 2026 formula una serie di proposte programmatiche da analizzare con attenzione, come si è detto all’inizio, e che abbracciano prosperità e competitività, pace e sicurezza — con un capitolo dedicato ai Corpi Civili di Pace europei, sui quali si sta lavorando in sede CESE a Bruxelles —, persone, equità e coesione, clima, natura, acqua, sicurezza alimentare, democrazia, territori e città. Fino all’impegno globale ed europeo perché le prossime scadenze in sede internazionale vedano un rinnovato impegno del nostro Paese a favore di multilateralismo, lotta alle diseguaglianze, pace, rispetto delle “planetary boundaries”, costruzione di alleanze con il Sud Globale in nome di un interesse reciproco.
Ma ciò che vale davvero la pena di sottolineare è che ASviS propone anzitutto un cambio di metodo: fare della nuova Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile — che peraltro deve essere aggiornata entro fine 2026… processo da seguire e sorvegliare nelle opportune sedi — il quadro di riferimento di tutte le politiche, come fece per esempio il governo spagnolo nel 2018, portando la responsabilità della SNSvS presso la Presidenza del Consiglio. E, sempre mutuando l’esperienza di altri Paesi — si pensi al Bureau du Plan, in Belgio —, dotarsi di un’unità di foresight strategica, o di un istituto pubblico per gli studi del futuro, che analizzi per il governo gli scenari possibili e indichi le strade per scegliere lo scenario più favorevole alla coerenza delle politiche.
Si stanno avvicinando scadenze importanti e, pur capendo l’esigenza di ascoltare il Paese prima di formulare programmi dettagliati, iniziative corpose come questa dell’ASviS, unitamente allo straordinario lavoro fatto dal Forum DD su “democrazia alla prova” a seguito della tre giorni di Genova, le proposte dei volumi Piano B coordinati dal prof. Becchetti, così come l’ascolto del Forum Industria di Andrea Orlando che è durato mesi e che ha prodotto un libro verde ed è in procinto di sfornare un libro bianco, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno, potrebbero essere un’eccellente occasione per non perdere altro tempo.
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