Il futuro dell’Europa si costruisce nelle città

Dalla transizione ecologica al digitale, le aree urbane sono il luogo in cui le politiche europee diventano servizi, diritti e qualità della vita.

Antonella MelitoIstituzioni dal BassoCITTÀUNIONE EUROPEA
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ANSA

Ogni giorno milioni di europei sperimentano la qualità delle istituzioni senza entrare in un ministero o in un palazzo governativo. La sperimentano quando aspettano un autobus, cercano una casa, attraversano un parco, portano un figlio a scuola, accedono a un servizio digitale del proprio Comune o si rivolgono a un consultorio. È nello spazio urbano che la politica diventa esperienza quotidiana. Per questo il XXI secolo sarà, sempre più, il secolo delle città.

Per lungo tempo abbiamo pensato alle città come semplici destinatarie delle politiche pubbliche: luoghi in cui applicare decisioni prese altrove, dallo Stato o dall’Unione europea. Oggi questa visione non è più sufficiente. Le grandi trasformazioni del nostro tempo – la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’invecchiamento della popolazione, la sicurezza energetica, l’inclusione sociale – si realizzano soprattutto nelle aree urbane. Le città non sono più soltanto amministrazioni locali: sono i luoghi in cui si sperimentano le politiche che definiranno il futuro dell’Europa.

Questa intuizione non è nuova. Jane Jacobs, già negli anni Sessanta, mostrava come la vitalità delle città dipendesse dalla qualità delle relazioni sociali, dalla mescolanza delle funzioni urbane e dalla presenza di spazi pubblici vivi. Più recentemente, Richard Sennett ha insistito sul fatto che una città aperta e ben progettata favorisce non solo la convivenza, ma anche la capacità democratica di una società. L’urbanistica, dunque, non è una questione tecnica separata dalla politica: riguarda il modo in cui le persone abitano insieme lo spazio comune.

Non è un caso che gli obiettivi europei sulla neutralità climatica, sulla digitalizzazione, sulla rigenerazione urbana e sulla coesione sociale trovino nelle città il loro principale terreno di attuazione. Ridurre le emissioni significa ripensare la mobilità, l’efficienza energetica degli edifici, gli spazi pubblici e il verde urbano. Governare la trasformazione digitale significa rendere i servizi pubblici più accessibili, utilizzare i dati in modo responsabile e mettere la tecnologia al servizio delle persone. Contrastare le disuguaglianze significa investire nei quartieri, nella prossimità, nella qualità dello spazio pubblico. La città è il luogo in cui tutte queste politiche si incontrano.

Anche il dibattito europeo più recente va in questa direzione. Il Nuovo Bauhaus Europeo, promosso dalla Commissione europea, ha cercato di collegare sostenibilità, inclusione sociale e qualità degli spazi di vita. Non si tratta soltanto di rendere le città più verdi, ma di renderle più belle, accessibili e democratiche. Allo stesso modo, l’Agenda Urbana dell’Unione europea riconosce che molte delle sfide europee – dalla casa alla mobilità, dall’energia all’inclusione – non possono essere affrontate senza il protagonismo delle città.

Per questo è necessario superare una visione ancora troppo diffusa, che considera i comuni come l’ultimo anello della catena istituzionale. Al contrario, le città sono oggi protagoniste di una governance multilivello in cui Unione europea, Stati e autonomie locali condividono responsabilità diverse ma complementari. I programmi europei, dalle politiche di coesione agli investimenti per la transizione ecologica e digitale, hanno mostrato come la capacità amministrativa dei territori sia una condizione essenziale per il successo delle strategie europee.

Accanto a questa evoluzione istituzionale se ne sta affermando un’altra, meno evidente ma altrettanto importante: la diplomazia delle città. Le grandi aree metropolitane collaborano tra loro su clima, innovazione, cultura, resilienza, inclusione e sviluppo economico. Attraverso reti internazionali, partenariati e progetti comuni, le città contribuiscono sempre più alla costruzione delle politiche europee e globali. In un mondo attraversato da crisi climatiche, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche, la cooperazione urbana è diventata uno strumento di politica pubblica.

Anche Roma deve essere letta in questa prospettiva. Troppo spesso il dibattito sulla Capitale si concentra esclusivamente sulle sue criticità quotidiane, certamente reali, perdendo però di vista il suo ruolo strategico. Roma non è soltanto il più grande Comune italiano. È la capitale della Repubblica, una delle principali città europee e mediterranee, sede della Città del Vaticano e centro della cattolicità, punto di riferimento spirituale e diplomatico di rilievo mondiale, ospita istituzioni nazionali e internazionali ed è un crocevia di cultura, diplomazia e dialogo tra i popoli. La sua capacità di innovare, attrarre investimenti, migliorare i servizi pubblici e affrontare la transizione ecologica riguarda l’intero Paese, non soltanto i suoi residenti.

Guardare Roma con uno sguardo europeo significa anche cambiare prospettiva sulle politiche urbane. L’urbanistica non è soltanto pianificazione del territorio: è una politica per il clima, per la salute pubblica, per la sicurezza, per la coesione sociale e per la competitività economica. Le infrastrutture digitali non sono semplici strumenti tecnologici: sono parte della qualità della democrazia. Lo spazio pubblico non è un elemento decorativo della città, ma il luogo in cui si costruiscono relazioni, fiducia e cittadinanza.

Per questa ragione l’Italia dovrebbe sostenere con maggiore convinzione una vera agenda urbana europea, capace di riconoscere le città come partner strategici dell’Unione nella doppia transizione ecologica e digitale. Ciò significa rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali, investire nelle competenze, favorire la sperimentazione e valorizzare il ruolo internazionale delle grandi città.

In questo senso, anche il dibattito sulla competitività europea non può essere separato dalla dimensione urbana. Il Rapporto Letta sul futuro del mercato unico ha richiamato l’esigenza di rafforzare gli investimenti europei, l’innovazione e le infrastrutture comuni. Ma queste priorità avranno effetti concreti solo se sapranno tradursi in trasformazioni visibili nei territori e nelle città.

Per troppo tempo abbiamo immaginato l’Europa come un insieme di trattati, regole e istituzioni. Ma l’Europa prende forma quando un quartiere viene rigenerato senza espellere chi lo abita, quando un servizio pubblico diventa più semplice grazie al digitale, quando una comunità energetica riduce i costi per le famiglie, quando una piazza torna a essere un luogo di incontro e non soltanto di attraversamento.

L’Europa, in fondo, non è un’idea astratta. È una pratica quotidiana. Ed è nelle città che quella pratica acquista il suo significato più concreto. Se vogliamo costruire un’Europa più forte, più giusta e più sostenibile, dobbiamo partire proprio da lì.

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