Il futuro della cooperazione passa dalle alleanze tra pari

I tagli agli aiuti aprono una sfida: soluzioni accessibili, multilateralismo rinnovato e partenariati paritari con i Paesi del Sud del mondo.

Antonio GuizzettiApprofondimenti
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ANSA

I recenti tagli agli aiuti allo sviluppo da parte dei donatori occidentali hanno gettato nel caos il panorama della cooperazione internazionale, configurando uno scenario in cui la contrazione dei budget non è una semplice fluttuazione finanziaria, ma il riflesso di tensioni geopolitiche interconnesse che ho potuto analizzare direttamente sul campo. In un mondo frammentato da conflitti in aumento, economie ripiegate su se stesse e una profonda crisi di fiducia tra il Nord e il Sud del mondo, le storiche architetture del sistema multilaterale appaiono paralizzate.

Questa ritirata strategica della cooperazione è stata ulteriormente accelerata dalle decisioni della seconda amministrazione di Donald Trump, che attraverso lo smantellamento dell’USAID, il disimpegno dall’Accordo di Parigi e il ridimensionamento dell’agenda strategica per l’Indo-Pacifico ha progressivamente spinto le politiche di sviluppo nell’ombra della diplomazia globale. Nel frattempo, l’emergere di nuove reti finanziarie, commerciali e tecnologiche ha trasformato l’interdipendenza economica in un’arma geopolitica, dove le vulnerabilità infrastrutturali vengono sfruttate da nazioni coercitive per ottenere vantaggi strategici.

Questa complessa transizione si consuma mentre le risorse pubbliche vengono massicciamente deviate verso il riarmo, la modernizzazione della difesa e l’espansione dell’industria bellica, come confermato dalle stime ufficiali dell’OCSE che per il 2026 registrano una contrazione del 6,9% degli aiuti globali, scesi a 152 miliardi di dollari nel terzo anno consecutivo di drastici tagli lineari. Eppure, proprio questa profonda crisi di risorse segna un punto di svolta cruciale per il Sud del mondo: sulla base della mia esperienza diretta nell’elaborazione di strategie d’intervento, sono convinto che questa crisi si stia trasformando nell’opportunità storica per inaugurare una nuova stagione di partenariati innovativi, inventivi e autonomi.

I recenti tagli agli aiuti allo sviluppo da parte dei donatori occidentali hanno gettato nel caos il panorama della cooperazione internazionale, configurando uno scenario in cui la contrazione dei budget non è una semplice fluttuazione finanziaria, ma il riflesso di profonde tensioni geopolitiche interconnesse che ho potuto analizzare e mappare direttamente sul campo. In un mondo frammentato da conflitti asimmetrici in aumento, economie ripiegate su rigidi nazionalismi e una logorante crisi di fiducia tra il Nord e il Sud globale, le storiche architetture del sistema multilaterale appaiono del tutto paralizzate.

Questa ritirata strategica della cooperazione tradizionale è stata ulteriormente accelerata dalle scelte della seconda amministrazione di Donald Trump, che attraverso lo smantellamento programmato dell’USAID, il disimpegno dall’Accordo di Parigi e il drastico ridimensionamento dell’agenda strategica per l’Indo-Pacifico ha spinto le politiche di sviluppo ai margini della diplomazia globale. Nel frattempo, l’emergere di nuove reti finanziarie, commerciali e infrastrutturali ha trasformato l’interdipendenza economica in un’arma geopolitica latente (weaponised interdependence), dove le vulnerabilità digitali e logistiche vengono cinicamente sfruttate da attori statali coercitivi per estorcere vantaggi strategici.

Questa complessa transizione globale si consuma mentre i bilanci pubblici occidentali vengono massicciamente deviati verso il riarmo, la modernizzazione dei sistemi di difesa e l’espansione dell’industria bellica, come confermato dalle stime ufficiali dell’OCSE che per il 2026 registrano una contrazione del 6,9% degli aiuti globali, scesi a 152 miliardi di dollari nel terzo anno consecutivo di drastici tagli lineari. Eppure, proprio questa profonda crisi di risorse materiali segna un punto di svolta cruciale per i Paesi emergenti: sulla base della mia esperienza diretta nell’elaborazione e nel monitoraggio di strategie d’intervento in contesti complessi, sono convinto che questo vuoto finanziario si stia trasformando nell’opportunità storica per inaugurare una nuova stagione di partenariati inventivi, orizzontali e autenticamente autonomi.

Il primo asse della mia proposta operativa si fonda sulla diffusione di soluzioni innovative a basso costo e ad alto impatto, una strategia di resilienza che ho visto rivelarsi vincente sul terreno per compensare il ritiro dei grandi capitali finanziari attraverso il potenziamento mirato del trasferimento di competenze, della formazione tecnica, dello sviluppo delle capacità locali e del rafforzamento delle competenze istituzionali.

Di fronte a una domanda sociale crescente in settori vitali quali l’istruzione di base, la sanità di prossimità, la transizione energetica decentralizzata, la sicurezza alimentare e l’infrastrutturazione digitale, ho analizzato e supportato l’applicazione del modello indiano, che offre risposte agili ed emblematiche che numerose nazioni africane stanno già adottando e rimodellando sulle proprie specifiche esigenze. Mi riferisco a soluzioni collaudate come il metodo Pratham per l’alfabetizzazione primaria su larga scala, la protesi a basso costo Jaipur Foot, i programmi del Barefoot College per la formazione di donne rurali come ingegnere solari e l’architettura digitale aperta dell’India Stack con la sua interfaccia di pagamento unificata (UPI), capace di bancarizzare milioni di cittadini a costo zero.

La mia attività sul campo dimostra empiricamente che questi meccanismi, lungi dall’essere formule rigide imposte dall’alto dai donatori tradizionali, funzionano ed evitano il rigetto locale solo quando vengono interpretati, destrutturati e testati per aderire alle reali condizioni socioeconomiche e culturali dei territori; un approccio concreto e scalabile che trova un’ulteriore conferma nel recente lancio dell’iniziativa SEEDS nei Caraibi e in America Latina, un progetto che ho seguito da vicino e che mira a installare unità flessibili di trasformazione agroalimentare per dare un impulso produttivo immediato, inclusivo e autosufficiente alle piccole e medie imprese locali.

Il secondo pilastro che ho delineato per ridisegnare l’ordine globale richiede il consolidamento urgente di un nuovo multilateralismo orientato al presente, capace di massimizzare i benefici immediati nella fornitura di beni pubblici globali, superando le storiche paralisi ideologiche e burocratiche che ho riscontrato in prima persona nei tavoli di negoziazione internazionali. Per decenni, infatti, le grandi istituzioni nate da Bretton Woods sono rimaste ostaggio dei compromessi asimmetrici tra i vantaggi estratti dal Sud globale attraverso i processi di globalizzazione e la progressiva disillusione del Nord di fronte a un’interdipendenza economica non più totalmente controllabile.

Sebbene la pianificazione strategica a lungo termine resti fondamentale, l’urgenza odierna, misurata direttamente attraverso i miei monitoraggi sul campo, impone di produrre risultati tangibili nel brevissimo termine attraverso decisioni basate su prove concrete ed evidenze scientifiche, anche sostenute da esperienze concrete di successo al fine di favorire il trasferimento di buone pratiche tra contesti analoghi che riducano i margini di errore e lo spreco di risorse.

Questo approccio richiede il cambio di paradigma che sostengo da tempo presso le sedi istituzionali: una nuova narrazione geopolitica che metta al centro i criteri rigorosi di trasparenza d’impatto e responsabilità condivisa, abbandonando una volta per tutte i vecchi modelli operativi puramente tecnocratici e calati dall’alto. Per riflettere le attuali e reali forze geoeconomiche, ritengo non più rimandabile che il sistema di governance globale vada oltre il club esclusivo e anacronistico dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, garantendo una rappresentanza equa, strutturale e con diritto di voto alle istanze dei Paesi del Sud del mondo.

Infine, la mia visione per la costruzione di una tabella di marcia globale che guardi oltre la scadenza formale del 2030 si poggia sulla nascita di alleanze strategiche paritarie che abbiano il proprio baricentro politico nel Sud del mondo. In un’era in cui il commercio, l’innovazione tecnologica e la finanza sovrana costituiscono la sacra trinità dello sviluppo contemporaneo, le mie interlocuzioni internazionali confermano che le stesse nazioni occidentali hanno compreso la necessità vitale di diversificare le proprie catene del valore e colmare le distanze diplomatiche con le economie emergenti per non rimanere isolate.

All’interno di questo nuovo scacchiere, gli accordi di libero scambio (FTA) di nuova generazione hanno smesso di essere meri strumenti doganali per diventare sofisticati vettori di allineamento diplomatico, utili a espandere le sfere di influenza e consolidare la propria credibilità internazionale. La fitta rete di trattati commerciali multilaterali siglati dall’India con diversi partner del Nord globale dimostra la piena validità di quella postura pragmatica, flessibile e guidata da una chiara intenzione geopolitica che promuovo costantemente nella mia attività professionale, mirata a costruire catene di approvvigionamento resistenti agli shock sistemici e ad aprire nuovi canali di sviluppo industriale.

L’aiuto internazionale tradizionale, di matrice postcoloniale e paternalistica, ha ormai esaurito la sua spinta storica; la mia esperienza sul terreno indica in modo inequivocabile che i partenariati strategici paritari sono l’unico vero fattore determinante per il futuro: per garantire la tenuta dell’ordine globale, gli Stati e le istituzioni devono superare la vecchia logica vincolante dei finanziamenti condizionati e invece convergere su interessi geopolitici e geoeconomici condivisi, ponendoli come uniche e solide fondamenta per il futuro dello sviluppo internazionale.

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